La strana selezione di Kallas per l’ambasciatore Ue in Kosovo: basta che non sia italiano

Le divisioni dell’Ue sulla Bosnia irritano gli americani e il voto di domenica infrange il sogno europeo di Pristina. I Balcani ridotti a un risiko di calcoli politici

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L'Alto rappresentante per la politica estera e di sicureza, Kaja Kallas

La diserzione di Giorgia Meloni al vertice di Tivat, in Montenegro, la settimana scorsa ha spostato l’attenzione generale su un tema rimosso. Le divisioni politiche tra i paesi europei tengono in ostaggio il processo di adesione di paesi delicati, come la Bosnia, la Serbia e il Kosovo. E mentre la candidatura dell’Ucraina nell’Ue resta in cima all’agenda politica di Bruxelles, alcuni paesi dei Balcani occidentali si ritrovano da spettatori a distanza di anni dall’avvio dei negoziati. Più che di stallo, i più maliziosi parlano apertamente di fallimento politico dell’Ue e indicano anche un nome e un cognome, fra i responsabili. Quello di Kaja Kallas, rea di essersi accodata ai calcoli politici, piuttosto che di averli governati.
Tra queste partite rientra certamente quella per la nomina del nuovo Alto rappresentante per la Bosnia, che come si è visto a Tivat hanno innescato una grave crisi di credibilità per Bruxelles. Gli americani in particolare sono piuttosto irritati e sono passati alle minacce stigmatizzando i calcoli politici dei 27 per l’assegnazione della carica. Come è noto, da una parte è in corsa l’ambasciatore italiano Antonio Zanardi Landi, diplomatico con esperienza maturata in Serbia e Russia e sostenuto proprio dagli americani. Dall’altra c’è la candidatura del francese René Troccaz, sponsorizzato da Londra e Berlino. “L’indecisione europea sta costringendo gli Stati Uniti a riconsiderare il ruolo nell’attuale presenza internazionale in Bosnia ed Erzegovina”, ha affermato un portavoce del dipartimento di stato a France Presse. Ma oltre alla Bosnia, c’è la questione del Kosovo, che fa di Kallas il bersaglio di nuove critiche.
Il piccolo paese di poco più di un milione e mezzo di abitanti, lunedì mattina si è svegliato con la netta sensazione che lo stallo istituzionale abbia ormai finito con l’arenare del tutto anche l’iter di accesso nell’Ue – lanciato formalmente nel 2022 – e nella Nato. All’indomani delle terze elezioni politiche in appena sedici mesi il voto non ha portato alla maggioranza assoluta richiesta per formare un governo ed eleggere un nuovo presidente della Repubblica. Albin Kurti, controverso primo ministro ad interim e leader del partito Vetëvendosje! (che significa Autodeterminazione), ha raccolto a malapena il 48 per cento dei consensi, in calo di tre punti percentuali dall’ultima tornata di dicembre. L’astensionismo record – ha votato appena il 37 per cento degli aventi diritto – parla di un paese paralizzato da conflitti etnici e politici, in grave difficoltà economica e con le principali cariche istituzionali ancora vacanti. Mancano le riforme chieste da Bruxelles e la normalizzazione delle relazioni con la Serbia, è la versione ufficiale dell’Ue, che però deve anche far fronte alle sue di divisioni, quelle che per esempio vedono paesi come Spagna, Grecia, Romania e Slovacchia rifiutarsi ancora di riconoscere l’indipendenza del Kosovo, autoproclamata nel 2008.
Eppure, dopo avere dichiarato lo scorso aprile che in Kosovo l’Ue “sta analizzando i propri errori”, ora per Kallas il voto è un buon segno: “Le elezioni democratiche e inclusive del Kosovo aprono la porta per voltare pagina dopo più di un anno di stallo politico. I leader ora devono impegnarsi in modo costruttivo per garantire una rapida formazione del governo. I progressi nel Dialogo Belgrado-Pristina e la normalizzazione delle relazioni con la Serbia rimangono essenziali per progredire sul cammino europeo del Kosovo”. La realtà è che il dialogo con la Serbia è congelato da quasi due anni. Mai, dal lancio del confronto tra i due paesi e mediato dall’Ue, a partire dal 2011, era sceso un gelo come quello attuale, bloccando di fatto il loro iter di accesso nell’Ue. Da quando Kallas è diventata Alto rappresentante, il presidente serbo Alesksandar Vucic e il premier kosovaro Kurti non hanno mai avuto un faccia a faccia a Bruxelles. Le relazioni sono via via peggiorate, con Kurti che nel 2023 ha insediato dei sindaci albanesi nelle città del paese a maggioranza serba, innescando proteste settarie e la rabbia dei paesi occidentali, che hanno finito per bloccare milioni di euro destinati a Pristina. Poi c’è il dossier ucraino, in cui il Kosovo si schiera su posizioni filoucraine in contrapposizione a quelle di Belgrado, che invece ammicca a Vladimir Putin.
Come non bastasse a gettare nuove ombre sull’impegno di Kallas nei Balcani è la partita delle nomine degli ambasciatori dell’Ue. Nella tornata di settembre prossimo, una delle sedi vacanti delle rappresentanze di Bruxelles è proprio quella di Pristina. Il governo italiano aveva proposto un suo candidato, un ambasciatore con grande esperienza nei Balcani e nel Mediterraneo. Il rivale, lo sloveno Marko Macovec, dato per favorito, ha però fallito la prova psicologica, tenuta da un ente terzo e imparziale. Invece di assegnare la carica al diplomatico italiano, l’unico rimasto in corsa, la Commissione Ue ha deciso incredibilmente di azzerare tutto e annullare la procedura di selezione. Kallas in persona, secondo quanto risulta al Foglio, è intervenuta e ha spiegato al candidato italiano che, pur riconoscendo la sua indubbia preparazione, l’intenzione era di cancellare l’iter di selezione. Così, Bruxelles ha finito per nominare solamente un vice capo, Alexis Hupin, peraltro già impegnato nella missione europea a Pristina come funzionario politico, mentre la direzione resta vacante. Non è una bella figura per Bruxelles, perché dietro alle pressioni politiche degli stati membri per impedire che un italiano rappresenti l’Ue in Kosovo potrebbero esserci le stesse che hanno minato la candidatura di Zanardi Landi in Bosnia. Ma non lo è nemmeno per l’Italia che, nonostante sia tra i principali partecipanti alla missione militare Kfor e a quella civile Eulex, si è vista sottrarre una carica chiave nella regione senza ricevere alcuna spiegazione.
E mentre la Farnesina non commenta, la partita politica di Kallas per le nomine degli ambasciatori nella regione balcanica resta velata da altre scelte discutibili. Oltre al Kosovo c’è la sede diplomatica di Tirana, in Albania – paese candidato a entrare tra i 27, ma molto più avanti nell’iter – che accoglierà a breve Sofia Moreira de Sousa, ambasciatrice portoghese appena rientrata dal suo mandato come rappresentante dell’Ue a Capo Verde. Spulciano il suo cv non si rinvengono tracce di alcuna esperienza diplomatica maturata nei Balcani.