L'Armenia sceglie l’Europa e riconferma Nikol Pashinyan

Gli armeni hanno votato guardando le opportunità del futuro e non le recriminazioni del passato. Sottrarsi all’influenza russa non è una questione geopolitica, è l’ambizione di avere libertà e potere sulle proprie decisioni

9 GIU 26
Immagine di L'Armenia sceglie l’Europa e riconferma Nikol Pashinyan

Foto Lapresse

Le elezioni parlamentari armene del 7 giugno 2026 parlano all’Europa molto più di quanto il semplice esito di un voto nazionale possa suggerire. Ciò che si è consumato nelle urne di Yerevan va oltre la competizione tra partiti, oltre le logiche di una piccola repubblica caucasica. E’ la conferma che l’idea di Europa continua ad avere una forza d’attrazione che nessuna pressione geopolitica riesce ad annullare del tutto.
Per chi aspira a entrare nell’Unione europea, infatti, l’Ue non è semplicemente un’istituzione, un mercato comune o un insieme di norme economiche. E’ un immaginario morale. E’ la promessa della libertà individuale, della dignità umana, dello stato di diritto e di una vita migliore. Quell’idea ha vinto in Armenia così come aveva già vinto in Moldavia, e lo ha fatto in condizioni tutt’altro che favorevoli.
Troppo spesso il dibattito internazionale riduce la scelta tra Europa e Russia a una partita geopolitica tra grandi potenze. In realtà, per milioni di cittadini dello spazio post sovietico, la questione è molto più concreta e personale: quale modello offre più opportunità, più giustizia, più futuro? La Russia non è mai riuscita a trasformarsi in una risposta credibile a questa domanda o semplicemente diventare un modello di sviluppo per i suoi vicini. Violazioni dei diritti umani, cleptocrazia, corruzione, nepotismo e la progressiva erosione delle libertà civili sono stati per decenni il marchio dell’influenza di Mosca sui suoi paesi ex-sovietici.
Questo spiega perché, quando paesi come l’Armenia scelgono l’Europa, non stanno necessariamente votando per l’illusione di un’adesione immediata (un traguardo che potrebbe restare lontano), ma per un modello di governance fondato sulla trasparenza, sulla tutela delle libertà individuali e sulla dignità delle istituzioni. E la storia recente dell’Armenia con la Russia ha reso questa scelta ancora più nitida. Nel 2013 il presidente Vladimir Putin convinse l’allora presidente Serzh Sargsyan a rinunciare alla firma dell’Accordo di associazione con l’Unione europea, facendo chiaramente intendere che qualsiasi riavvicinamento a Bruxelles avrebbe lasciato Yerevan senza protezione di fronte alle ambizioni azere sul Nagorno-Karabakh. L’Armenia cedette. Ma quando il conflitto si riaccese e la regione fu definitivamente perduta, Mosca non offrì il sostegno che aveva lasciato intendere. Quell’abbandono ha segnato in modo profondo la percezione della Russia nella società armena.
Parallelamente, l’Unione europea ha scelto un approccio diverso. L’accordo di associazione non firmato è stato trasformato in un accordo di partenariato globale e rafforzato, in vigore dal 2021. Quando la Russia ha colpito l’Armenia con restrizioni commerciali e pressioni economiche, Bruxelles ha mobilitato fondi per attenuarne gli effetti. Anche questo confronto ha contribuito a orientare il voto degli armeni.
La riconferma di Nikol Pashinyan è in questo senso la parte più sorprendente e significativa del risultato. Si tratta del leader che ha guidato il paese durante la sconfitta nella guerra contro l’Azerbaigian, culminata con la perdita del Nagorno-Karabakh e con l’esodo dell’intera popolazione armena dalla regione. In molti paesi una simile disfatta avrebbe probabilmente travolto qualsiasi governo. In Armenia è accaduto il contrario: una parte significativa degli elettori ha scelto di valutare non soltanto il passato, ma la traiettoria futura proposta dal primo ministro – il progressivo distacco dalla dipendenza russa, l’avvicinamento all’Europa, l’apertura delle frontiere con Turchia e Azerbaigian, una maggiore integrazione economica regionale. E cosi la vittoria di Pashinyan è stata resa possibile dalla sua capacità di trasformare una sconfitta nazionale in una strategia per il futuro, e dalla disponibilità degli armeni ad abbracciare una visione politica fondata sul pragmatismo piuttosto che sulle recriminazioni.
Il voto ha rappresentato anche un’altra sconfitta, simbolicamente rilevante: quella del miliardario Samvel Karapetyan, che ha costruito la propria fortuna economica in Russia e che non è riuscito a imporsi come alternativa credibile. In una regione dove l’influenza degli oligarchi continua a condizionare profondamente la vita politica, questo risultato non è secondario. Gli armeni hanno mostrato di voler evitare lo scenario georgiano, dove l’oligarca Bidzina Ivanishvili ha esercitato per oltre un decennio un’influenza dominante sulla politica nazionale, allontanando progressivamente il paese dall’Europa e dai processi di democratizzazione. Il voto armeno è anche un rifiuto di quel modello.
Il risultato delle urne mette infine in discussione un’altra convinzione radicata, quella secondo cui i piccoli stati sarebbero inevitabilmente destinati a vivere all’interno delle sfere d’influenza delle grandi potenze, privi di una propria soggettività politica. L’Armenia geograficamente isolata, con i confini chiusi verso Turchia e Azerbaigian, economicamente dipendente da Mosca, definita persino “fidanzata inaffidabile” dalla “diplomazia” russa ha dimostrato che anche un paese piccolo e vulnerabile può scegliere la propria direzione.
Naturalmente nessuna delle sfide che attendono il paese è stata risolta dal voto del 7 giugno. L’Armenia dovrà completare la propria transizione democratica, ridefinire il rapporto con la Russia, valutare il futuro della propria partecipazione alla Csto (alleanza militare guidata da Mosca) e ridurre gradualmente la dipendenza economica dalla Russia. Resta aperta la questione dell’accordo di pace con l’Azerbaigian, che potrebbe richiedere modifiche costituzionali e un referendum. Sullo sfondo si collocano i temi della cooperazione regionale e del progressivo avvicinamento alle istituzioni europee.
Tuttavia, gli elettori armeni hanno compiuto una scelta fondamentale: hanno deciso che il futuro del loro paese verrà discusso e costruito guardando avanti, non restando prigionieri delle logiche del passato e delle sfere d’influenza che hanno dominato il Caucaso per decenni.