Le luci selettive di Kim Jong Un illuminano l’asse dei regimi contro l'occidente

Il leader cinese Xi Jinping vola a Pyongyang per il suo primo viaggio fuori dai confini nazionali del 2026. La denuclearizzazione scomparsa dal dialogo e il rafforzamento di una partnership di convenienza. Donald Trump, dopo aver fallito nel 2019, resta a guardare
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Seul, 5 giugno 2026. Viaggiatori alla stazione ferroviaria della capitale sudcoreana osservano un notiziario che mostra un’immagine d’archivio del leader nordcoreano Kim Jong Un e del presidente cinese Xi Jinping

Sono passati precisamente otto anni dal primo incontro fra il presidente americano Donald Trump e il dittatore nordcoreano Kim Jong Un a Singapore, l’inizio di quel tentativo – naufragato definitivamente a Hanoi nel febbraio del 2019 – di ottenere la denuclearizzazione della Corea del nord attraverso il dialogo diretto. Otto anni dopo, Kim ha steso il tappeto rosso per il leader cinese Xi Jinping, che è arrivato ieri nella luminosissima capitale nordcoreana per cementare la relazione fra i due paesi. E’ il primo viaggio all’estero di Xi del 2026, e la scelta, tra le altre cose, può aiutare gli entusiasti occidentali a chiarire, dopo la parata del 3 settembre dello scorso anno a Pechino in cui Xi, Kim e Vladimir Putin avevano sfilato insieme, di chi parliamo quando parliamo dei partner della leadership del Partito comunista cinese. 
Nei giorni scorsi, alcune ricostruzioni suggerivano che Xi, al suo primo viaggio in Corea del nord dal 2019, avrebbe fatto pressioni su Kim anche per facilitare un altro incontro con Trump, ma per il momento l’ipotesi sembra piuttosto remota: la Casa Bianca ha usato il metodo del “fire and fury”, del fuoco e della furia, con la Repubblica islamica dell’Iran. E’ lo stesso che aveva minacciato nel 2018 contro Pyongyang: Kim si era seduto al tavolo per quattro volte, ma poi i colloqui sul nucleare erano falliti. Anche con l’Iran la risolutezza trumpiana non sta andando secondo i piani, dunque sembra improbabile rischiare un ennesimo fallimento. La questione nucleare non è stata menzionata nemmeno nei resoconti cinesi del primo colloquio fra Xi e Kim, e pure nell’articolo a firma del leader cinese pubblicato ieri sul Rodong Sinmun, il quotidiano ufficiale della Corea del nord, non si parla mai di “questione coreana”, cioè relativa ai rapporti con la penisola, ma è tutto un celebrare “l’importanza strategica delle relazioni” tra i due paesi, che resterà “incrollabile” a prescindere dall’evoluzione della situazione internazionale. Xi offre la sua fiducia al regime di Kim – nonostante da diversi anni servizi d’intelligence asiatici parlano di una esplicita antipatia del leader cinese per il giovane dittatore, poco prono alla sottomissione – e promette un allineamento di sviluppo, che significa anche più scambi economici alla luce del sole, nonostante le sanzioni economiche.
Pyongyang, 16 aprile 2018. La bandiera della Corea del nord viene proiettata sulla facciata dell’Hotel Ryugyong al tramonto. Dall’Arco di Trionfo, nel cuore della capitale, si osservano i larghi viali ancora attraversati da poche automobili prima che la notte avvolga la città
Pyongyang, 16 aprile 2018. La bandiera della Corea del nord viene proiettata sulla facciata dell’Hotel Ryugyong al tramonto. Dall’Arco di Trionfo, nel cuore della capitale, si osservano i larghi viali ancora attraversati da poche automobili prima che la notte avvolga la città
L’economia nordcoreana si è risollevata grazie alla cooperazione con la Russia di Putin, a cui fornisce uomini e munizioni per la sua guerra contro l’Ucraina, e nel frattempo Kim Jong Un ha ottenuto una centralità diplomatica e la capacità di imporre che la denuclearizzazione resti fuori da ogni negoziato. Il sogno di una potenza regionale a cui tutti i leader dell’asse anti occidentale si rivolgono è concretizzato nella capitale Pyongyang, tappezzata ieri dalle bandiere nordcoreane e cinesi, e illuminata a festa. E’ proprio l’illuminazione in realtà il simbolo del sistema razionalmente autoritario con cui Kim porta avanti la sua agenda. Sin dal suo arrivo alla leadership, il sogno del terzo rappresentante della dinastia nordcoreana era di creare quello che negli ambienti diplomatici avevano definito “Pyonghattan”, una crasi tra Pyongyang e Manhattan, si legge in una delle inchieste a puntate del quotidiano sudcoreano Korea JoongAng Daily. Un modo per combattere l’immagine di arretratezza e povertà del resto del paese, e della sua crisi energetica emergenziale. “Durante l’inverno tra il 2014 e il 2015, Pyongyang attraversò una delle peggiori crisi di blackout degli ultimi anni”, si legge sul JoongAng. Le immagini satellitari di quell’epoca erano sensazionali, perché nella notte si vedeva chiaramente la divisione tra le due Coree: una illuminatissima, e l’altra al buio. Anche i condomini della capitale avevano spesso l’energia razionata, e pure “i nuovi grattacieli residenziali non riuscivano a far funzionare gli ascensori a causa della mancanza di elettricità, inducendo molti residenti a evitare i piani alti”. Poi qualcosa è cambiato, e sono iniziate a emergere quelle che gli analisti chiamano le “zone di luce”. Secondo una recente analisi delle fotografie satellitari eseguita dal Max Planck Institute, tra il gennaio del 2022 e l’ottobre del 2025 la luminosità notturna è aumentata in media del 25,9 per cento. Il cambiamento, secondo l’analisi, “sembra essere strettamente collegato” all’aiuto di Pyongyang alla guerra di Putin, che fornisce energia a Kim. E il dittatore nordcoreano la usa per le fabbriche di armamenti e per illuminare Pyonghattan: rispetto al 2022, la luminosità della capitale è aumentata del 116,5 per cento, ed è stata incrementata anche a Wonsan, che è “la città natale di Kim Jong Un, sia un centro fondamentale per le ambizioni turistiche del regime”, mentre altre zone della Corea del nord restano al buio. “In Corea del nord persino le strade illuminate di notte sembrano brillare solo dove Kim lo permette”, scrivono gli autori. Anche ieri Pyongyang era illuminata a festa per Xi. Con una luce selettiva che unisce due regimi e che, come sempre, lascia nell’ombra quel che non conviene mostrare.