Macron chiama Xi al G7 mentre Trump scombina la linea occidentale sulla Cina

Il tentativo francese di coinvolgere Pechino al vertice di Évian della prossima settimana arriva nel mezzo del caos strategico creato dalla Casa Bianca, fra aperture e strette contraddittorie verso Xi. Il disorientamento dell'Europa divisa tra business, sicurezza e il rischio (anche italiano) di una guerra per Taiwan

10 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 08:07
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Il presidente francese Emmanuel Macron e il leader cinese Xi Jinping durante una visita di stato a Pechino nel dicembre 2025

Secondo alcune fonti di Politico, il presidente francese Emmanuel Macron, presidente di turno del G7 la cui riunione a livello di capi di stato e di governo si terrà la prossima settimana a Évian-les-Bains, avrebbe cercato di coinvolgere il leader cinese Xi Jinping nella riunione con le sette grandi economie globali organizzando un “vertice delle convergenze” con la Cina. Poi il formato si è ridimensionato, e probabilmente Macron parlerà in videoconferenza giovedì prossimo con Xi, alla presenza di alcuni dei capi di stato già presenti in Francia. Il tentativo francese arriva in un momento di profonda trasformazione delle relazioni occidentali con Pechino.
La prima causa di caotica gestione delle relazioni con la Repubblica popolare, anche in Europa, è il presidente americano Donald Trump. Secondo molti osservatori, finora i paesi europei hanno usato “il pilota automatico”, dice una fonte diplomatica al Foglio, nei rapporti con la Cina: business fino a dov’era possibile, e misure di contenimento e sicurezza stabilite dagli Stati Uniti, coerentemente con l’idea dell’ex presidente americano Joe Biden della necessità di un “friendshoring”, la strategia di alleanze fra paesi amici (e democratici). Ma Trump ha fatto saltare tutto: dopo un primo mandato con una connotazione molto anti-cinese, il nuovo Trump alla Casa Bianca sembra aver cambiato direzione, e sembra determinato a mantenere un rapporto personale conciliante ai limiti dell’adulazione con Xi Jinping, mentre nel frattempo prende decisioni altrettanto aperturiste (ha dato il via libera alla vendita di chip di intelligenza artificiale avanzati a Pechino, ha permesso a TikTok di continuare a operare negli Stati Uniti, ha cancellato la minaccia cinese dalla Strategia di difesa nazionale, per dirne solo qualcuna).
In questa caotica gestione della politica estera americana arrivano di continuo segnali contrastanti: ieri il dipartimento della Difesa – guidato da Pete Hegseth, lo stesso che nel suo discorso allo Shangri-La Dialogue di Singapore a fine maggio aveva evitato accuratamente di parlare di Cina – ha aggiunto 188 aziende cinesi a una lista di società considerate legate all’Esercito di Pechino e a rischio per la sicurezza nazionale americana. Tra i nomi più noti dei nuovi aggiunti alla lista nera ci sono colossi come Alibaba, Baidu e Byd, il gigante della produzione di automobili che a gennaio Trump aveva invitato a costruire fabbriche negli Stati Uniti. L’inserimento nella lista non comporta sanzioni immediate, ma serve ad avvertire le organizzazioni americane dei rischi legati a rapporti commerciali con certe imprese cinesi. Le aziende coinvolte hanno respinto le accuse, mentre l’ambasciata cinese ha definito la lista “discriminatoria”. Adesso Pechino potrebbe rispondere con misure analoghe o ritorsioni diplomatiche, ma nel frattempo gli osservatori europei si domandano come navigare in questo ginepraio senza conseguenze nel business con l’America né potenziali ritorsioni cinesi.
Il tentativo di Macron di coinvolgere Xi Jinping al G7 di Évian è sembrato un azzardo anche ai più convinti panda-hugger di Bruxelles (gli “abbracciatori di panda”, come vengono definiti i sostenitori della Repubblica popolare). Al Consiglio europeo del 18-19 giugno, subito dopo il G7, si parlerà di misure più concrete elaborate dalla Commissione per contenere lo squilibrio commerciale con la Cina – la Germania è il paese più ostile a certe misure, anche se secondo Bloomberg, una eventuale guerra di Pechino per conquistare Taiwan avrebbe un impatto sul pil tedesco del 14 per cento nel primo anno (per l’Italia dell’8,8 per cento). Ma c’è di più, perché la notizia di un tentativo di avvicinamento e dialogo della Francia con Pechino arriva nel momento in cui Xi Jinping ha appena lasciato Pyongyang dopo una visita di stato di tre giorni in Corea del nord, cioè il principale asset di Vladimir Putin nella sua guerra contro l’Ucraina. Il leader cinese ha parlato di un rafforzamento delle relazioni con la dittatura guidata da Kim Jong Un senza mai menzionare il tema della denuclearizzazione. Nelle stesse ore, il presidente sudcoreano Lee Jae-myung atterrava a Bruxelles. Storico leader della sinistra progressista sudcoreana, Lee era considerato un interlocutore difficile per l’occidente, e invece sembra sempre più saldamente vicino al campo occidentale. Deve aver capito la Cina, e l’Asia, prima dell’Europa.