Più dell’umorale Trump, Netanyahu dovrebbe temere i Maga. Parlano gli analisti

La partnership con gli Stati Uniti resta indispensabile per Israele. Ma il prezzo politico cresce: Washington vuole contenere l’escalation e una parte dell’elettorato americano, anche repubblicano, mette in discussione il sostegno militare a Tel Aviv

10 GIU 26
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Foto Ansa

Tel Aviv. Seduto in un caffè di fronte a una stazione di servizio nel quartiere Talpiot di Gerusalemme, un giovane alza le mani in un gesto di impotenza quando gli si chiede cosa pensi del presidente americano. Il suo amico, seduto accanto a lui, dice: “Prima ci piaceva, ma non più. Cambia idea ogni minuto”.
Negli ultimi giorni il rapporto tra il primo ministro Benjamin Netanyahu e il presidente Donald Trump è entrato in una fase di tensione pubblica, mentre Washington preme su Israele perché sospenda i raid contro Hezbollah in Libano e accetti un possibile accordo. Anche la tregua attuale fra Iran e Israele, raggiunta dopo l’appello di Trump, resta fragile. Ieri Israele ha colpito la città lbanese di Tiro, mentre droni houthi e di Hezbollah hanno fatto scattare allarmi simultanei su tutto il territorio israeliano, dal nord al sud. “Nei periodi in cui sembra esserci un divario più ampio e scontri più accesi fra Trump e il governo israeliano, cresce tra gli israeliani la convinzione che Trump agisca nel proprio interesse e non in quello di Israele”, dice al Foglio Avishay Ben Sasson-Gordis, ricercatore senior all’Institute for National Security Studies dell’Università di Tel Aviv. “In altri momenti, invece, il pubblico israeliano tende a credere che sia molto più impegnato nel benessere di Israele”. Trump resta molto popolare nel paese. Un sondaggio di febbraio del Jewish People Policy Institute ha rilevato che il 73 per cento degli israeliani considera Trump un presidente migliore della media per gli interessi di Israele. Tra gli ebrei israeliani l’approvazione sale al 79 per cento. Il consenso si divide nettamente per orientamento politico: sfiora il 92 per cento a destra e scende intorno al 34 per cento a sinistra, dove in molti leggono il suo stile come un rischio per la posizione di lungo periodo di Israele. Un altro sondaggio mostra una convinzione crescente del fatto che Washington condizioni le decisioni di sicurezza israeliane più dello stesso governo.
Ma questo non significa che gli israeliani vogliano Washington a dettare le proprie scelte militari: alla domanda sui raid in Libano, circa due terzi degli elettori sia di maggioranza sia di opposizione vogliono che Netanyahu resista alle pressioni di Trump per fermare i bombardamenti su Hezbollah – un raro consenso trasversale. “Non ho motivo di pensare che il divario tra le loro posizioni stia crescendo”, dice Ben Sasson-Gordis. “Mette a dura prova il rapporto, ma sembra che stiano ancora parlando, coordinandosi. Centcom e l’Idf sono più vicini di quanto si possa immaginare, e questo vale anche per le operazioni che Israele conduce autonomamente: non fa nulla di cui Washington non sia consapevole. Detto questo, Trump è disposto a lasciar fare a Israele certe cose anche quando non le approva del tutto”.
“Con tutte le critiche a Netanyahu, la gente comprende che questi risultati con l’Iran non sarebbero stati possibili senza la partnership con gli Stati Uniti. E che questo ha un prezzo. Netanyahu ritiene di aver già ottenuto il massimo da questa partnership. Andare contro la volontà di Trump non gli gioverebbe nemmeno sul lungo periodo nei rapporti tra i due paesi”, spiega al Foglio Eli Bar-On, analista di sicurezza nazionale con vari incarichi nel governo israeliano alle spalle. Trump ha alternato vicinanza e irritazione verso Netanyahu, e Bar-On ritiene che anche questa fase passerà. “Netanyahu vuole dimostrare al pubblico israeliano che sa tener testa anche a Trump”, dice Bar-On. “Non mi sorprenderebbe se i due stessero coordinando in anticipo cosa far trapelare di ogni conversazione, perché fa comodo a entrambi. Netanyahu non paga un prezzo interno potendo dire: è stato Trump a fermarlo. E Trump, criticato per essersi fatto trascinare da Netanyahu verso una guerra con l’Iran, vuole mostrare di controllare Netanyahu e non il contrario”.
In più all’interno di una parte del Partito repubblicano, soprattutto nella sua frangia online e isolazionista, attaccare Israele è diventato un appuntamento quotidiano, e alcune di quelle critiche sono scivolate nell’antisemitismo. Per gli israeliani abituati a vedere i repubblicani come il campo più solido a favore di Israele, il cambiamento aggiunge un ulteriore strato di incertezza. “La situazione attuale è, a mio avviso, molto preoccupante. Israele dovrebbe affrontarla apertamente, avviare una discussione pubblica con il popolo americano. Sia nel campo repubblicano sia in quello democratico, sempre più persone si oppongono, ad esempio, al rinnovo del sostegno militare a Israele”, osserva Bar-On. “Israele dovrebbe dimostrare di essere ormai più matura e più forte, capace di cavarsela senza supporto militare esterno”.