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Molte minacce e poca azione, cosa resta della forza degli houthi
Da mesi minacciano di limitare o impedire il passaggio delle navi dirette a Eilat, principale porto commerciale israeliano. Cosa c'è dietro la forza negoziale del movimento yemenita
11 GIU 26

Foto ANSA
Tel Aviv. Lunedì scorso gli houthi hanno detto di essere pronti a bloccare lo Stretto di Bab el Mandeb e in Israele, per la prima volta dopo molti mesi, Israele si è svegliato con le sirene che annunciavano un attacco missilistico proveniente proprio dallo Yemen. L’attacco rivendicato dal gruppo descrive il progressivo ingresso degli houthi nel confronto fra Teheran e Washington. Il Foglio ne ha discusso con Uzi Rabi, professore di Storia del medio oriente presso l’Università di Tel Aviv e direttore del Moshe Dayan Center for Middle Eastern Studies, dove si occupa di Iran, Penisola Arabica e Yemen.
Secondo le rivendicazioni diffuse dal portavoce del gruppo Yahya Saree, l’operazione avrebbe preso di mira obiettivi nell’area di Jaffa e dell’aeroporto Ben Gurion, inserendosi nel quadro delle azioni coordinate dell’asse della resistenza, il sistema di alleati iraniani che comprende Hezbollah in Libano, milizie sciite irachene e diversi gruppi palestinesi.
Come sottolinea l’analista, questo attacco va analizzato in and out, poiché arriva in un momento particolarmente delicato, in cui gli houthi rappresentano uno degli strumenti a disposizione dell’Iran per esercitare pressione sui propri avversari, senza esporsi necessariamente in prima persona.
Pur mantenendo una significativa autonomia decisionale, il movimento yemenita condivide con Teheran la stessa visione strategica e la stessa narrativa anti israeliana. Non è un caso che la leadership degli houthi abbia presentato l’attacco come parte integrante del sostegno alla causa palestinese. Fin dall’inizio della guerra a Gaza, il movimento ha cercato di accreditarsi come uno dei principali difensori della popolazione della Striscia, trasformando il conflitto in un potente strumento di legittimazione politica regionale dove per gli houthi la questione palestinese non rappresenta soltanto una questione ideologica, bensì è il collante che consente di unire, sotto un’unica bandiera, le diverse componenti dell’asse della resistenza, e di giustificare operazioni che si estendono ben oltre i confini yemeniti. Eppure, il vero potenziale degli houthi non risiede nei missili diretti verso Israele. L’arma più efficace del movimento si trova a migliaia di chilometri dal territorio israeliano, nelle acque che separano la penisola arabica dal Corno d’Africa. E’ qui che si apre lo stretto di Bab el Mandeb, uno dei principali punti di passaggio del commercio mondiale, porta d’accesso al Mar Rosso e al Canale di Suez. Da mesi gli houthi minacciano di limitare o impedire il passaggio delle navi dirette a Eilat, principale porto commerciale israeliano. La domanda che molti osservatori esterni si pongono è perché, se dispongono di questa capacità, non abbiano ancora tentato una chiusura totale dello Stretto.
La risposta più probabile è che non siano in grado di bloccare fisicamente Bab el Mandeb in modo permanente, poiché non possiedono una marina militare capace di controllare l’intero passaggio e impedire il transito a tutte le imbarcazioni. Tuttavia, potrebbero ottenere un risultato quasi equivalente, semplicemente rendendo la navigazione talmente rischiosa da spingere armatori e compagnie assicurative a evitare l’area.
Per il momento la minaccia sembra più utile dell’azione. Una chiusura effettiva dello Stretto provocherebbe, infatti, una reazione internazionale di ampiezza difficilmente prevedibile: non soltanto gli Stati Uniti, ma anche le monarchie del Golfo, l’Egitto e numerosi paesi europei dipendono dalla sicurezza di questa rotta, ragion per cui gli houthi rischierebbero di trasformare un vantaggio strategico in un casus belli contro di loro. In tal senso, secondo Rabi, l’attacco di lunedì appare come un segnale calibrato: abbastanza forte da dimostrare la partecipazione dallo Yemen al fronte anti-israeliano, ma non ancora tale da innescare quella escalation marittima che potrebbe trascinare l’intera regione in una crisi ancora più vasta. In altre parole, gli houthi stanno ricordando a Israele, agli Stati Uniti ma soprattutto ai loro alleati del Golfo che il vero punto vulnerabile non è soltanto il cielo sopra Tel Aviv, ma anche il corridoio marittimo attraverso cui passa una parte essenziale dell’economia globale. Questa è la loro più grande forza negoziale, anche nei confronti di Teheran. E, forse, la ragione per cui continuano a brandire la minaccia di Bab el Mandeb senza arrivare, almeno per ora, a chiuderne davvero le acque.
