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L’ombra di Dabaiba dietro alle fake news sui migranti in Libia
Ecco le mail interne all'Unhcr che parlano di minacce di rapimenti e omicidi contro i funzionari dell'agenzia. Scendono in campo anche Meta e TikTok per arginare la campagna di disinformazione
13 GIU 26

Documenti interni all’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati in Libia ottenuti dal Foglio rivelano una situazione di forte tensione fra i dipendenti e i dirigenti dell’Unhcr, diventati bersaglio di una vasta campagna di disinformazione che li accusa di favorire l’insediamento di migranti. Da dieci giorni in Libia migliaia di persone tentano di assaltare gli uffici dell’agenzia al grido “la Libia ai libici”. Il 4 giugno scorso, centinaia di manifestanti hanno tentato di sfondare le recinzioni del quartier generale dell’agenzia dell’Onu per i rifugiati a Tripoli. (Gambardella segue a pagina quattro)
Altre proteste si sono svolte in diverse zone della capitale arrivando fino a Bengasi, nell’est della Libia, e fuori dal paese, alla sede dell’Unhcr di Tunisi. A Tripoli sono dovuti intervenire i militari nepalesi che assicurano la protezione del compound dell’agenzia dell’Onu. Alcuni manifestanti hanno esposto cartelli in più lingue, fra cui in italiano, che dicevano “no agli infiltrati illegali nel nostro paese”. Altri mostravano la foto di Karmen Sakhr, la capomissione dell’Unhcr in Libia, con una croce sopra. Su altri ancora, la bandiera dell’Europa era stracciata in due. E mentre nuove proteste sono in programma, il futuro stesso dell’agenzia in Libia ora è messo in discussione. Il rischio è di svuotare il paese di una missione essenziale per monitorare, almeno parzialmente, le condizioni dei migranti nel paese. Secondo i dati dell’Oim, l’Organizzazione internazionale per le migrazioni, poco meno di un milione di migranti risiede al momento in Libia, oltre l’80 per cento dei quali senza avere i documenti in regola e in un paese che ospita appena sette milioni di abitanti.
La campagna di disinformazione lanciata sulle principali piattaforme social – TikTok, Snapchat, Instagram e Facebook – è stata senza precedenti. L’accusa principale nei confronti dell’Unhcr è di favorire il reinsediamento dei migranti in Libia, fornendo loro documenti per regolarizzarli. Un’accusa falsa, perché l’agenzia dell’Onu rilascia solamente dei documenti provvisori al fine di assicurare un’assistenza emergenziale ai migranti. La competenza per il rilascio dei documenti di asilo, invece, spetta esclusivamente alle autorità libiche.
Il Foglio è entrato in possesso di alcune comunicazioni interne all’Unhcr che dimostrano come le proteste stiano mettendo a repentaglio l’incolumità dei dipendenti dell’agenzia. In particolare, si denunciano gli “incitamenti alla violenza e persino al rapimento e all’uccisione di operatori umanitari dell’Unhcr”. “Foto e video del nostro personale, in particolare del personale locale, con dettagli personali, vengono ampiamente diffusi, definendoli traditori della patria e invocando punizioni”, denuncia una mail. “Un elenco completo di tutto il personale dell’Unhcr è stato ripetutamente reso pubblico. Ricorre un linguaggio disumanizzante e appelli coordinati per lanciare attacchi contro i rifugiati in Libia, nonché espliciti inviti a condividere le coordinate Gps delle abitazioni dei rifugiati per facilitare attacchi fisici”.
Per tentare di arginare questa campagna di disinformazione sono state coinvolte le piattaforme social e diverse agenzie di cybersicurezza. “Dalla mattina del 3 giugno, Meta ha immediatamente attivato i team per i diritti umani e la gestione delle crisi, e nel pomeriggio si è tenuto un incontro approfondito – dice un rapporto interno confidenziale –. Meta si è mossa rapidamente per rimuovere grandi quantità di contenuti illeciti e ha introdotto misure di mitigazione, tra cui il blocco del caricamento di immagini del personale e il monitoraggio proattivo”. Iniziative analoghe sono state intraprese con TikTok.
Sebbene il responsabile della campagna di disinformazione sia ignoto, molti indizi vanno in direzione di Ibrahim Dabaiba, nipote del premier Abdulhamid Dabaiba. Buona parte delle accuse avanzate contro l’Unhcr dipingevano infatti una collaborazione giudicata fraudolenta fra l’agenzia dell’Onu e gli Haftar, rivali di Dabaiba. Dabaiba stesso ha colto l’occasione per negare qualsiasi ruolo subalterno all’Europa per reinsediare i migranti in Libia e a sua volta ha rigirato gli attacchi contro Haftar. Giovedì ha detto che 27 mila migranti provenienti dall’Asia sono stati condotti in Libia in modo irregolare sbarcando in un “noto aeroporto” del paese. Il riferimento del premier è ovviamente a quello di Benina a Bengasi, controllato dalle forze di Haftar, che in effetti ha nell’immigrazione illegale una fetta consistente del proprio business. Il grosso degli introiti provenienti dal traffico di esseri umani deriva dal pagamento di “security clearence” da parte dei migranti, prima ancora di sbarcare a Bengasi. Questo denaro – circa 500 dollari per documento, secondo un’indagine giornalistica del New Arab che risale a tre anni fa – finisce direttamente nelle casse dell’Autorità militare di investimento, diretta da Saddam Haftar, vicecomandante generale e figlio del generale Khalifa. La tensione ha raggiunto livelli talmente alti nell’est della Libia da costringere lo stesso generale a intervenire in prima persona – fatto estremamente insolito per lui – per respingere ogni accusa. “I migranti devono essere espulsi dalla Libia con ogni mezzo”, ha dichiarato Haftar. Forse in ottemperanza a questo proposito, con il placet delle forze fedeli al generale che controllano la costa, lo scorso 9 giugno ben 550 migranti sono salpati da Tobruk, nell’est della Libia, raggiungendo Creta. Solo quest’anno sono già 6 mila le persone sbarcate sull’isola greca che è già in piena emergenza, prima ancora dell’inizio dell’estate.
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Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.
