Esteri
L'intervista •
“Il regime iraniano è euforico per la guerra. Ora controlla l’economia globale”. Parla Meir Javedanfar
"Gli americani non sono riusciti a fermare militarmente gli iraniani. Teheran non riesce a credere al risultato", dice il professore della Reichman University: "Inoltre i paesi del Golfo sono alla mercé della Repubblica islamica"
18 GIU 26

Foto LaPresse
“L’Iran esce dalla guerra con una sensazione di euforia”. Così al Wall Street Journal di ieri Meir Javedanfar, uno dei massimi esperti di Iran in Israele, docente alla Reichman University e che ha lasciato la Repubblica islamica nel 1987. “Il regime iraniano ha subìto due grandi sconfitte dopo il 7 ottobre” dice al Foglio Javedanfar. “Una è stata l’indebolimento della sua influenza nella regione. La seconda è stata la rivolta di gennaio in Iran, che ha rappresentato un enorme shock per il regime, per l’entità dell’opposizione popolare. Queste sono state due sconfitte importanti. Poi, improvvisamente, la Repubblica islamica perde questa guerra mentre assume il controllo di Hormuz. Per la prima volta, l’impatto è globale. Prima era regionale, ora è globale. Gli americani non sono riusciti a fermare militarmente gli iraniani. Questo ha creato un senso di euforia a Teheran. Il regime non riesce a credere al risultato. Inoltre, il modo in cui il regime attacca i paesi del Golfo Persico rende impossibile per questi ultimi rispondere o cambiare le sue politiche nei loro confronti. Sono alla mercé della Repubblica islamica. Questi due sviluppi hanno generato un senso di euforia all’interno della leadership della Repubblica islamica”.
La situazione potrebbe non protrarsi per sempre. “Tuttavia, come si dice, la bellezza è negli occhi di chi guarda e questo è il modo in cui loro vedono le cose e ha un impatto”. Fin dall’inizio, le monarchie arabe moderate erano un ostacolo al khomeinismo. “I paesi del Golfo provano verso l’Iran lo stesso sentimento che i paesi baltici provano verso la Russia. Come i baltici, sono nazioni piccole, intrinsicamente più piccole del loro rivale, la Russia. Lo stesso vale per i paesi del Golfo. Ma non hanno un patto come la Nato con una superpotenza che li difenda. Perciò cercano soluzioni diplomatiche. Gli iraniani ora sentono di poter fare tutto ciò che vogliono a questi paesi”.
Secondo alcuni analisti, Teheran potrebbe accelerare sull’atomica. “Dipende da due fattori” dice Javedanfar. “Il primo è la situazione economica in Iran e quanto sia grave e possa peggiorare. Il secondo è la percezione, a Teheran, della volontà degli Stati Uniti di attaccare di nuovo. Dipende da cosa succederà tra sei mesi. Il regime vuole destabilizzare le nazioni sovrane della regione. Vuole aumentare la sua influenza negli stati falliti. Vuole espellere gli Stati Uniti dalla regione, scavalcando i paesi che hanno invitato gli americani a causa dell’Iran. Ironico, no? L’altro obiettivo è assicurarsi che Israele non esista più. Anche senza bomba nucleare, vogliono rendere la vita così difficile agli israeliani da spingerli ad andarsene. Che decidano che questo paese è troppo pericoloso per crescerci i figli e lascino”.
Israele non può scendere a patti con Teheran. “Sarei il primo a spingere per colloqui diretti tra Iran e Israele, anche se sono un rifugiato del regime islamico. Parliamo con Hamas, abbiamo parlato con il regime di Bashar al Assad e con suo padre prima. Con gli iraniani non c’è modo. Abbiamo provato e riprovato. Non possiamo parlare con loro. Non sono disposti a negoziare con noi. Per loro, Israele deve essere eliminato. Non ci vogliono qui”. L’attuale leadership iraniana è un grosso punto di domanda. “Sembrano più propensi al rischio e più aggressivi. Ma è ancora troppo presto. I capi di Teheran sono pronti a uccidere milioni di persone pur di restare al potere. Non moriranno loro. Si assicureranno solo di uccidere tutti gli altri e rimanere al comando. A qualsiasi prezzo. Non gli importa di uccidere la gente. Finché non c’è un’invasione di terra, non si riesce a rovesciare questo regime. Si sentono euforici nonostante il fatto che Khamenei sia stato ucciso, nonostante numerose industrie chiave siano state gravemente danneggiate. Si sentono euforici. Non guardano a queste perdite. Guardano a quello che hanno conquistato”. Hanno una nuova sfera d’influenza: “I paesi del Golfo. Tra un paio d’anni ci sarà un’altra guerra, sicuramente. Perché il senso di euforia li spingerà a commettere errori. Come si dice: il momento in cui una persona è più propensa a sbagliare è quando ha appena vinto il jackpot al casinò e punta di nuovo”.
Javedafar è furioso con gli americani. “Prendiamo Reza Pahlavi: suo padre era un dittatore, eppure ha chiamato il popolo a scendere in piazza il 7 gennaio. Un numero senza precedenti di iraniani, un numero senza precedenti di città, paesi e villaggi, ha lasciato le case per andare in strada grazie al suo appello. Il problema è che il regime era disposto a uccidere. A quello non c’è risposta, a meno che non ci sia una rivolta organizzata da potenze straniere. Israele aveva un piano del genere, approvato da Centcom, e Trump lo ha accantonato dopo aver detto al popolo iraniano di scendere in piazza e riprendersi il paese. Un tradimento enorme del popolo iraniano e di Israele. Con tutto il rispetto per i nostri alleati americani, che stimo, loro non vivono in questa regione”. Dopo una guerra simile, Javedanfar ne esce con un sentimento: “Incertezza. Ed essere incerti non è una bella sensazione dopo tutti questi giorni di guerra. Non si va in guerra per poi ritrovarsi nell’incertezza. L’incertezza dopo una guerra è una sconfitta strategica ed è molto simile a quello che succede in Europa di fronte alla minaccia russa. Abbiamo leader occidentali che non sono disposti, quando necessario, a usare i mezzi militari per eliminare i propri nemici”.
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Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.
