Esteri
Il regno delle umiliazioni •
Il libro da leggere per capire come trattare Trump, tra insulti e fissazioni
Le 496 pagine di “Regime Change” scritto da Maggie Haberman e Jonathan Swan non spiegano perché il presidente americano tratti così gli alleati, ma mostrano che lo fa con tutti: da Zelensky a Starmer, da Netanyahu a Papa Leone XIV e ora Meloni. La politica estera diventa spettacolo

(foto Ansa)
Qualcuno a Palazzo Chigi dovrebbe attivarsi per far arrivare al più presto a Giorgia Meloni una copia di “Regime Change”, un libro che esce la prossima settimana negli Stati Uniti e sta già mettendo in subbuglio Washington con le sole anticipazioni. Lo hanno scritto Maggie Haberman e Jonathan Swan del New York Times, due dei giornalisti che più di tutti conoscono Donald Trump. Nel libro si raccontano i retroscena di tutto quello che è successo alla Casa Bianca nei primi quattordici mesi della seconda presidenza ed è così dettagliato che J. D. Vance si è chiesto se i giornalisti non abbiano in mano addirittura le registrazioni audio degli incontri nella Situation Room.
Si scopre così, dalle pagine di “Regime Change”, che mentre tutti si interrogavano sulle ragioni strategiche e geopolitiche legate all’aggressione subita di fronte alle telecamere da Volodymyr Zelensky nel febbraio del 2025 nello Studio ovale, la spiegazione che poi Trump diede in privato ai suoi era questa: “Volevo creare un momento di grande televisione, è stato meglio di The Apprentice”. Il mondo pensava alla guerra tra Ucraina e Russia, Trump pensava a come ripetere i successi televisivi del programma che lo ha catapultato alla Casa Bianca a colpi di “You are fired!”.
E’ utile anche leggere le pagine dedicate ai big della Silicon Valley che da due anni fanno di tutto per ingraziarsi il presidente. Trump negli incontri alla Casa Bianca spesso fa vedere agli ospiti i messaggi che riceve da Mark Zuckerberg o Jeff Bezos, pieni di elogi sperticati, e li prende in giro dicendo che non fanno altro che “baciarmi il c…”. Un’espressione, quest’ultima, che ha ripetuto più volte in questi mesi, rivolta a un gran numero di capi di stato e di governo.
In Florida, a una conferenza promossa dagli investitori sauditi, ha usato le stesse parole per descrivere l’atteggiamento che con lui sarebbe costretto a tenere lo stesso Mohammed bin Salman. Per non parlare della lunga serie di epiteti e umiliazioni che Trump ha riservato in questi mesi al premier israeliano Benjamin Netanyahu.
“Non so perché il presidente americano si comporti così con i propri alleati”, ha commentato Meloni dopo le parole di Trump a La7. Neppure le 496 pagine di “Regime Change” basteranno a trovare risposte. Può essere consolante per la premier sapere che se lo chiedono anche i suoi più stretti collaboratori, al punto che alla chief of staff della Casa Bianca Susie Wiles, in un’intervista a Vanity Fair che ha fatto scalpore, è scappato detto che Trump “ha una personalità da alcolizzato”, nonostante non beva una goccia d’alcol, e che “non può farci niente”.
Però nelle pagine del libro si trova una miniera di episodi che aiutano a capire dove è Trump con la testa anche quando parla con gli alleati. In questi mesi, per esempio, la sua fissazione è stata non tanto la guerra in Iran, quanto la costruzione di una Washington “imperiale” a sua immagine e somiglianza, con la faraonica sala da ballo della Casa Bianca (il preventivo ha appena sfondato i 400 milioni di dollari), la dedica a sé stesso del Kennedy Center e l’arco di trionfo che vuole dedicarsi prima della fine della presidenza. Proprio a quest’ultimo progetto, rivelano Haberman e Swan, è stata dedicata un’improvvisa telefonata che tempo fa Trump ha fatto a Emmanuel Macron. L’Eliseo ha pensato che il presidente americano volesse parlare dello stretto di Hormuz o di Ucraina. Invece Trump voleva chiedere al presidente francese se sull’Arc de Triomphe ci sia una piattaforma per i visitatori, perché lui la vuole costruire sul suo: “Che ne pensi, Emmanuel, la gente rischia di buttarsi di sotto?”, è stata la richiesta all’esterrefatto Macron.
Meloni e la politica italiana si indignano, ma la battuta di oggi non è niente in paragone all’insulto al Regno Unito del gennaio scorso, quando Trump ha sostenuto che gli inglesi non hanno combattuto in Afghanistan. Keir Starmer dovette alzare la voce, ma il presidente americano non gli ha risparmiato altre battute, del tipo: “Non è certo Winston Churchill”. Che dire poi dei ripetuti attacchi di Donald Trump a Papa Leone XIV, che hanno costretto Marco Rubio e Vance a molteplici tentativi di ricucitura?
Ecco, Rubio e Vance sono un buon esempio dell’atteggiamento che anche i leader mondiali dovrebbero avere con The Donald. Trump li punzecchia in continuazione, fa sondaggi con chiunque passi dalla Casa Bianca – “chi è meglio, Marco o J. D.?” – scarica su di loro le responsabilità dei propri errori. Ed entrambi hanno imparato a essere stoici e pragmatici, a incassare e passare oltre. Perché entrambi sanno che il 2028 è vicino e finirà anche questa lunga stagione di “The Apprentice” in versione politica.