Pete Hegseth ha rilanciato la dottrina “Donroe”, con Cuba nel mirino

Nella base americana dentro Cuba, il ministro della Guerra parla ai militari e rilancia la linea dura sull’emisfero occidentale. Dopo l’Iran, Washington torna a guardare ai Caraibi tra sanzioni, pressioni degli esuli e nuove minacce al regime dell’Avana

19 GIU 26
Immagine di Pete Hegseth ha rilanciato la dottrina “Donroe”, con Cuba nel mirino

Pete Hegseth (foto Ansa)

Giugno e luglio sono i momenti più calmi dell’anno a Guantanamo Bay. Il mondo la conosce da un quarto di secolo come una famigerata prigione militare, ma dal 1903 in realtà questa è una base navale americana e soprattutto un pezzo d’America ricostruito dentro Cuba. E’ una piccola città di 4.500 abitanti con case, chiese, uffici, negozi, cinema, un McDonald’s e le scuole per i figli dei marinai. In queste settimane i bambini sono in vacanza negli Stati Uniti, i tipici autobus scolastici gialli sono fermi in parcheggi silenziosi e i quindici ultimi detenuti della prigione per terroristi aspettano la ripresa ad agosto dei loro processi infiniti. Delle centinaia di migranti che Donald Trump voleva ospitare qui per poi espellerli, ne sono rimasti solo cinque.
La quiete estiva di Guantanamo però quest’anno potrebbe durare poco. Nei giorni scorsi nella base è arrivato il ministro della Guerra (la nuova denominazione ufficiale della Difesa è stata ora approvata dal Senato), Pete Hegseth, accompagnato da una troupe tv del Pentagono. Sceso da un elicottero militare, con gli occhiali da sole e una maglietta verde con i pettorali in evidenza, Hegseth ha trascinato un plotone di Marine di corsa in un’esercitazione davanti al reticolato che segna il confine con Cuba. Poi ha parlato ai militari, mandando però soprattutto un messaggio al paese dall’altra parte del filo spinato. “Questo dove ci troviamo – ha detto – è un pezzo di territorio americano strategico e di grande importanza, soprattutto oggi. Il futuro di Cuba è nelle mani del presidente degli Stati Uniti e della leadership cubana. In ogni caso, il ministero della Guerra sarà pronto e preparato per ogni possibile evenienza”.
Mentre Stati Uniti e Iran firmano un accordo per mettere fine al conflitto nel Golfo e Donald Trump dichiara di voler vedere la guerra solo “nello specchietto retrovisore”, l’attenzione del Pentagono torna a concentrarsi sull’emisfero occidentale. E Cuba è in cima alla lista dei paesi a cui Trump intende dedicarsi nei prossimi mesi. Non si sa se solo per via diplomatica, con le sanzioni, attuando un blocco navale o spingendosi fino a operazioni militari, come quella eseguita a gennaio in Venezuela per catturare Nicolás Maduro. In ogni caso, torna al centro dell’attenzione la base navale a Guantanamo Bay, l’unico luogo al mondo dove soldati statunitensi fronteggiano fisicamente, in territorio sotto giurisdizione americana, quelli di un paese comunista (la DMZ coreana, pattugliata anche dagli Stati Uniti, è territorio della Corea del Sud).
Hegseth ha fatto una specie di lezione di geopolitica agli uomini e alle donne della U.S. Navy e ai Marine a cui è affidata la sicurezza dei ventotto chilometri di perimetro di quella che i militari chiamano “la cortina dei cactus”, perché nel 1961 i castristi piantarono una barriera di fichi d’india intorno alla base per impedire ai cittadini cubani di cercare asilo nella base. “Siamo qui per difendere il nostro paese – ha detto Hegseth – e per riprenderci il nostro emisfero. Il presidente ci ha detto che la Dottrina Monroe è viva e vegeta, così come il suo ‘corollario Roosevelt’, e anzi oggi abbiamo una Dottrina Donroe, che è il risultato del ‘corollario Trump’”. Il che in pratica significa che tutto il continente americano torna a essere considerato il cortile di casa degli Stati Uniti, che non tollereranno ingerenze di altre potenze e neppure regimi dittatoriali come quello cubano.
L’avventura iraniana ha fatto passare in secondo piano in questi mesi i documenti strategici presentati alla fine dell’anno scorso dalla Casa Bianca e dal Pentagono, dove lungi dal sostenere l’isolazionismo che Trump aveva promesso durante la campagna elettorale del 2024, si rilanciava il ruolo di potenza egemonica e quasi imperiale sull’emisfero occidentale. Un pezzo di globo al quale il presidente ha aggiunto arbitrariamente anche la Groenlandia, che è l’altra ossessione che prima o poi tornerà a essere rilanciata con qualche post di Trump su Truth.
Cuba però è un’altra cosa. Se Trump ha ripetuto in questi mesi di tensione nel Golfo di voler rimediare a quarantasette anni di errori sull’Iran commessi, a suo dire, dai suoi predecessori, ancora di più è nei sogni del presidente l’idea di cambiare uno status quo che va avanti dalla fine degli anni Cinquanta e che è stato una spina nel fianco per ogni presidente da Eisenhower in poi. La comunità degli esuli cubani – il cui voto è importante alle elezioni di midterm – preme per riprendere l’offensiva che la Casa Bianca sembrava aver avviato nei mesi scorsi.
Il primo maggio Trump ha firmato l’ordine esecutivo 14404 per dar vita a un nuovo round di sanzioni contro il regime cubano, prendendo di mira soprattutto i settori dell’energia, della difesa e delle miniere. Poi è stato alzato il livello delle misure che isolano Gaesa, il conglomerato controllato dai militari cubani che controlla l’80 per cento delle attività economiche dell’isola. Cuba si è trovata sempre più isolata e a corto di energia e materie prime, anche per il taglio del cordone ombelicale economico che la legava al Venezuela. Il 20 maggio, poi, il ministero della Giustizia ha incriminato per omicidio il novantacinquenne ex presidente Raúl Castro, per una vicenda del 1996, facendolo diventare formalmente un ricercato dall’Fbi come già era successo con Maduro. Quindi sono scattate le sanzioni contro il presidente Miguel Diaz-Canel e la famiglia, negli stessi giorni in cui il direttore della Cia, John Ratcliffe, volava all’Avana per lanciare un messaggio assai poco sibillino: “Sarebbe un peccato se succedesse qualcosa a questa bella isola”.
Ora che anche il segretario di stato e consigliere per la sicurezza nazionale Marco Rubio, il più celebre tra i cubani-americani, può tornare a concentrarsi sulle questioni del proprio continente, è probabile che Cuba torni nel mirino.
L’isola è economicamente allo stremo, ma un attacco militare sembra improbabile. In ogni scenario, però, un ruolo centrale lo gioca Guantanamo. Da quando gli Stati Uniti hanno preso in affitto la baia nel 1903, la base navale è diventata di fatto un territorio americano, seppure non sottoposto alla giurisdizione ordinaria che vige nei cinquanta stati. E’ per questo che nel corso del tempo è stato usato per ospitare prigionieri di guerra, immigrati e presunti “combattenti nemici” catturati in Afghanistan o in Iraq. Guantanamo è adesso nei suoi mesi più caldi e sonnolenti, con poca attività e meno abitanti del solito, con le famiglie dei soldati partite in licenza per tornare negli Stati Uniti. Ma se Trump ordinasse un qualche tipo d’attacco, l’attività nella baia riprenderebbe frenetica e la “cortina dei cactus” sarebbe il primo bersaglio.