Esteri
Bürgenstock vuoto •
Rinviati a tempo indeterminato i colloqui Usa-Iran in Svizzera
Dopo la rinuncia di Vance al viaggio, da Berna dicono: "Restiamo disponibili, i preparativi proseguono". Salta anche la visita di Ghalibaf. Nessuna nuova data per la fase tecnica dell'accordo di pace

Il vicepresidente JD Vance parla con i giornalisti nella sala stampa James Brady della Casa Bianca (Associated Press/LaPresse)
Doveva essere il giorno della messa a terra dell'accordo. È diventato il giorno del nulla di fatto. I colloqui tra Stati Uniti e Iran previsti oggi al Bürgenstock, sopra il lago di Lucerna, sono stati rinviati a tempo indeterminato. Lo ha comunicato Berna poche ore dopo che la Casa Bianca aveva fatto sapere che il vicepresidente JD Vance non sarebbe partito per la Svizzera.
"I colloqui previsti tra Stati Uniti, Iran, Qatar e Pakistan sono stati rinviati. La Svizzera resta disponibile a facilitare tali colloqui. Il relativo lavoro preparatorio prosegue", ha fatto sapere il Dipartimento federale degli affari esteri in una nota inviata all'Afp, senza indicare una nuova data.
Il vertice avrebbe dovuto aprire la fase tecnica dell'intesa firmata separatamente da Donald Trump e dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian, pensata per blindare la tregua dopo mesi di conflitto, riaprire lo stretto di Hormuz e avviare una finestra di sessanta giorni sui nodi più delicati, a partire dal nucleare. Il protocollo prevedeva anche la fine delle operazioni militari in Libano.
La spiegazione ufficiale americana è affidata al linguaggio neutro della logistica. "I piani per le prossime discussioni tecniche non sono ancora stati definiti e la delegazione statunitense si è preparata a partire alla prima occasione utile. Tuttavia la logistica di questi negoziati non è mai stata né semplice né prevedibile. Per il momento, il vicepresidente non partirà stasera", si legge nel comunicato della Casa Bianca.
Anche il presidente del parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha rinviato il proprio viaggio. Il portavoce del Dfae Nicolas Bideau ha ribadito che la Svizzera "resta pronta e prosegue i preparativi", confermando l'impegno di Berna come sede di facilitazione anche senza una data certa sul calendario.
Lo stretto di Hormuz, intanto, riapre più sulla carta che nei fatti. Da oggi il transito è formalmente libero, ma le compagnie di navigazione restano caute: circa 580 navi sono ancora bloccate nello stretto, e i transiti restano molto ridotti, con meno di una decina di passaggi al giorno dall'annuncio dell'accordo. Le compagnie petrolifere non condividono l'ottimismo di Washington: il numero uno di Mitsui Osk Lines, il più grande operatore di petroliere al mondo, ha avvertito che l'intesa deve tradursi in condizioni reali e verificabili prima che le navi tornino a fidarsi. Pesa anche il nodo delle mine piazzate dall'Iran nei mesi del conflitto, ancora da bonificare, e a cui l'Italia potrebbe contribuire con una missione navale. Gli analisti del settore parlano di settimane, se non mesi, prima che il traffico torni ai livelli pre-conflitto.
Sul transito, poi, le due parti non raccontano la stessa storia. Per Teheran l'accordo prevede il passaggio delle navi esente da pedaggi solo per i sessanta giorni di trattative che decorrono dalla firma in presenza. La Casa Bianca, al contrario, assicura che lo stretto resterà aperto senza pedaggi "nel lungo termine", nonostante l'Iran non abbia confermato nulla in tal senso. In ballo non c'è solo il prezzo del Brent nelle prossime sedute, ma il modo in cui il mercato mondiale dell'energia uscirà dalla strozzatura: con il ritorno alla piena libertà di transito o con la nascita di una tassa iraniana su una delle arterie vitali della globalizzazione. Una stima più aggressiva, firmata GaveKal Research, parla di circa 50 miliardi di dollari l'anno se Teheran riuscisse a imporre il pedaggio. Un dettaglio apparentemente tecnico, ma che dice molto su quanto l'intesa sia, per ora, più un cessate il fuoco diplomatico che un accordo chiuso.
Gli screzi americani con Israele
A complicare il quadro, sul terreno la tregua resta più teorica che reale. Anche nella notte tra giovedì e venerdì raid aerei e bombardamenti di artiglieria israeliani hanno ucciso almeno 16 persone nel distretto di Nabatieh, nel Libano meridionale, in violazione del memorandum of understanding. Quattro soldati israeliani sono inoltre rimasti uccisi in uno scontro con Hezbollah nella stessa area.
Resta infatti irrisolto l'attrito americano con Israele, che dell'accordo non è parte ma di cui subisce le conseguenze politiche. L'annuncio del memorandum è arrivato a ridosso di un duro scontro tra Trump e Netanyahu, dopo un raid israeliano su Hezbollah in Libano che il presidente americano ha definito intempestivo e che funzionari israeliani citati dai media hanno bollato come uno sfogo "sbalorditivo". L'ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite, Danny Danon, ha definito l'intesa "molto negativa" per Israele, gli Stati Uniti e le nazioni del Golfo. Trump ha poi smorzato i toni al G7 di Evian, parlando di "grande partnership" con Netanyahu e derubricando il disaccordo sul Libano a "disputa minore", mentre Washington ha fatto sapere di aver condiviso con Israele il testo dell'accordo. Restano però distanze di fondo: a Washington lo stesso senatore repubblicano Roger Wicker ha criticato il memorandum perché rinuncerebbe ai risultati ottenuti con i raid contro l'Iran, mentre il fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione iraniana previsto dall'intesa viene paragonato, in proporzioni ben più ampie, ai fondi sbloccati con l'accordo sul nucleare del 2015, la stessa intesa che Israele aveva osteggiato fin dall'inizio.

