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Tech diplomacy Usa •
Lo scontro Meloni-Trump e le incomprensioni col mondo parallelo di Thiel e Musk
Da Musk a Thiel, la Silicon Valley è diventata una forma di diplomazia parallela dell’amministrazione americana. L’attacco alla presidente del Consiglio mostra anche l’incomprensione italiana davanti a un potere tecnologico che non passa più soltanto per Dipartimento di Stato e canali ufficiali
20 GIU 26

Donald Trump con l'amministratore delegato di OpenAI Sam Altmanal al G7 di Evian (foto LaPresse)
Quando nel 1764 Robert Clive, governatore della Compagnia delle Indie orientali, ottenne la possibilità di riscuotere tasse nel Bengala e nell’Orissa attraverso l’acquisizione dell’istituto del diwani, trasformò un soggetto privato quale la Compagnia nell’estensione della sovranità inglese in Asia. Clive non si era mosso solo per via militare, con la fondamentale vittoria nella battaglia di Buxar, ma aveva disseminato un intricato reticolo di diplomazie parallele, molto spesso basate sulla pietra angolare del commercio. La stessa Compagnia rappresentava ormai la più perfezionata forma di diplomazia parallela di cui disponeva la Corona britannica.
Secoli dopo, le fotografie e i video che rimandano le scene di un Donald Trump circondato nei suoi viaggi istituzionali, in Cina e in visita presso le monarchie del Golfo, dai fondatori e ceo delle principali realtà del Tech riproducono quella stessa dinamica. La Silicon Valley, in ogni sua dimensione e forma, è divenuta la testa di ponte di una diplomazia parallela. Il recente, brutale attacco di Donald Trump alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, rubricato e descritto dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari al pari di “deliri”, è però anche figlio di un crescente rumore di fondo, di un’insoddisfazione di quelle realtà che perimetrano Trump, lo consigliano e in molte occasioni ne rappresentano la diplomazia parallela. Il tech americano, inutile nasconderlo, è grandemente scontento del nostro paese. E se da un lato c’è una quasi genetica e comprensibilissima difficoltà di dialogo, dettata da lessici e paradigmi del tutto diversi, accelerati e informali loro, bizantini e paludati noi, alcuni incidenti di percorso hanno reso ancora più accidentata la strada.
Già mesi fa le note vicende che hanno riguardato i rapporti tra la classe dirigente italiana e Elon Musk, lato Starlink, avevano disseminato malumori, che però erano stati riassorbiti anche per via della rottura temporanea tra Musk e Trump. Poi però c’è stato il caso Peter Thiel, arrivato a Roma nel marzo 2026. Al di là dell’oleografia mediatica e del clima terrorizzante, la consegna governativa è stata quella di non incontrarlo. Il problema è che Thiel non è solo Palantir: è l’architettura finanziaria e di rapporti dell’amministrazione Trump, il creatore politico di JD Vance, il Robert Clive del XXI secolo con cui quasi tutte le realtà attuali del Tech hanno o hanno avuto rapporti organici. Quando si cerca di contrapporre al modello Palantir la visione sull’IA di Anthropic, bisognerebbe sempre ricordare che è stato proprio Thiel il primo a finanziare nel 2012 con Thiel Fellowship e a credere in Chris Olah, il co-fondatore di Anthropic, quando questi aveva solo 19 anni. Quanto Thiel sta facendo ora in Argentina, trasformando il paese in una sorta di acceleratore e incubatore di start-up e datacenter è la palese dimostrazione di come la politica internazionale americana non passi solo attraverso Marco Rubio e il Dipartimento di stato.
Se è fisiologica la reazione in video di Giorgia Meloni, la quale ricorda a Trump che lei e l’Italia non implorano mai, d’altro lato bisognerebbe comprendere come non sia in questione l’implorare o il rendersi vassalli, meri sudditi del potere tecnologico e finanziario statunitense, quanto costruire relazioni transatlantiche che non passino solo per i canali, estemporanei e umorali, della politica. Haram Kamran, nel febbraio 2026, ricordava quanto e come la Silicon Valley abbia imposto una dimensione del tutto innovativa dei rapporti diplomatici. L’Ucraina, in questa prospettiva, come scrive la Kamran, è divenuta laboratorio privilegiato di questa radicale trasformazione degli assetti geopolitici e diplomatici. Una Nazione start-up sostenuta dai giganti del Tech, più che dal governo statunitense. Questo non significa, ovviamente, recarsi alla Canossa della Contea di Santa Clara e piegarsi acriticamente ai diktat e ai desiderata del Tech americano. Significa più semplicemente elaborare una propria politica di innovazione che sia anche diplomatica e che sappia, senza bias di alcun genere, prendere atto di quella tech-diplomacy che da tempo ormai sussurra a Donald Trump.