Sul confine minaccioso con la Bielorussia, dove Kyiv sa come bloccare ancora Mosca

Il 20 maggio il presidente Zelensky ha riacceso l’attenzione sulla frontiera settentrionale: la Russia starebbe valutando scenari per una nuova offensiva sulla direttrice Chernihiv-Kyiv, possibilmente trascinando Minsk più a fondo nel conflitto. Il reportage

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Foto LaPresse

Chernihiv. “La linea del confine può sempre diventare la linea del fronte”, dice Volodymyr, soldato del 105° Distaccamento della Dpsu, la Guardia di Frontiera dell’Ucraina. Siamo a pochissimi chilometri dal confine con la Bielorussia. Per raggiungere la postazione abbiamo viaggiato dritto verso nord, nell’oblast di Chernihiv. I check-point si sono fatti sempre più fitti, coperti dalle ormai note reti antidrone. Barriere anticarro e altri ostacoli si sono susseguiti. Alla fine, è rimasta un’unica e lunga strada, che raggiunge la Bielorussia dentro a un bosco fitto e verde. Il 20 maggio il presidente Zelensky ha riacceso l’attenzione sulla frontiera settentrionale: la Russia starebbe valutando scenari per una nuova offensiva sulla direttrice Chernihiv-Kyiv, possibilmente trascinando Minsk più a fondo nel conflitto. Il presidente bielorusso Lukashenka ha recentemente replicato che l’Ucraina non si deve “aspettare alcuna azione militare da parte della Bielorussia, e tanto meno da parte mia”. Comunque vada, gli ucraini sanno che il confine ucraino-bielorusso va guardato giorno e notte, senza considerare le promesse di Minsk. Il motivo è semplice: nell’invasione del 2022 la Bielorussia ha permesso all’esercito russo di passare dal proprio territorio per puntare su Kyiv (scendendo a ovest del Dnipro, ma non solo).
“Rafforziamo questo confine senza sosta dal 2022. Appena è iniziata l’invasione su vasta scala e abbiamo poi cacciato le forze russe da questo territorio, abbiamo subito iniziato a fortificare”, spiega Halyna Shekhovtseva, capo dell'ufficio stampa del 105° Distaccamento. Mentre parliamo, grossi camion e scavatori creano nuovi fossati nella terra chiara. Soldati del genio aggiungono filo spinato e reti nuovi di zecca. “La guerra evolve, le tendenze cambiano e noi dobbiamo adattarci di conseguenza. Stiamo costruendo ostacoli che i russi non hanno ancora imparato ad aggirare. Tra questi vi sono barriere difensive a più livelli, progettate per rallentare il nemico per un certo periodo di tempo, dandoci l’opportunità di reagire e schierare forze aggiuntive nell’area esposta a una minaccia diretta”, sottolinea Shekhovtseva. Un nuovo esempio è una rete metallica molto sottile che si impiglia nelle ruote o nei cingoli dei veicoli militari, e che punta a ostacolare anche il movimento di piccoli gruppi di sabotaggio e ricognizione. L’area boschiva circostante è ovviamente anche minata.
E poi ci sono i droni. Negli anni ci sono state accuse alla Bielorussia di prestare il proprio cielo al percorso dei droni russi. Nell’area in cui ci troviamo, la Guardia di frontiera non riscontra l’uso del cielo bielorusso, quanto piuttosto il preciso utilizzo da parte dei russi delle stesse linee di confine, costituite spesso da affluenti del fiume Dnipro. I droni sono più difficili da abbattere sull’acqua. Nella zona in cui ci troviamo, per esempio, i droni russi sfruttano spesso il fiume Sozh. “Volano lungo la linea del confine per avvicinarsi al bacino di Kyiv. Se il loro obiettivo non è Chernihiv, proseguono verso il bacino di Kyiv, poi Kyiv, e da lì verso altre regioni”. Dall’inizio del 2026, il solo 105° Distaccamento della Guardia di frontiera dichiara di aver abbattuto 532 droni Shahed nella regione di Chernihiv. “Li intercettiamo ovunque li individuiamo. Abbiamo gruppi di fuoco mobili e unità specializzate antidrone. Persino le unità del genio sono armate”, dice Shekhovtseva. I soldati conservano sugli smartphone i video dei droni che sono riusciti a far precipitare prima che raggiungessero le città ucraine. Molti operatori russi dei droni cercano di usare come corridoio tra gli alberi proprio la lunga strada dritta che abbiamo percorso per arrivare fino a qui.
Nella vicina città di Chernihiv, intanto, le sirene si ripetono costantemente, di giorno e di notte. Oltre ai missili, il pericolo arriva proprio dai droni Shahed di progettazione iraniana. Così vicina sia al confine russo sia a quello bielorusso, durante l’invasione del 2022 Chernihiv è stata assediata per 5 settimane, quasi completamente circondata, martoriata giorno dopo giorno. Ma non è crollata, contro ogni previsione. E’ a Chernihiv che molti ufficiali russi hanno capito che prendere l’Ucraina in pochi giorni fosse il frutto di analisi d’intelligence arretrate e ottuse. Se Kyiv ha potuto resistere nel febbraio e marzo 2022, è stato anche grazie alla reazione di Chernihiv all’aggressione. Se Kyiv oggi è protetta, è anche tramite la massiccia presenza militare nell’oblast di Chernihiv. La stessa Brigata territoriale 114, nata originariamente per la difesa di Kyiv, è anche posizionata nei pressi di Chernihiv, nel quadro del Comando operativo Nord. Al confine bielorusso, negli ultimi anni, si sono spesso svolti i pochissimi contatti non bellici tra Kyiv e Mosca, cioè gli scambi di prigionieri. Ma nessuno ha dimenticato l’uso del territorio bielorusso fatto dagli uomini di Putin, così come l’aiuto che Lukashenka ha dato e continua a dare all’aggressione russa dell’Ucraina. Il 2022 non si deve ripetere, e non si ripeterà, tanto meno a nord, di questo gli ucraini sembrano sicuri.