Esteri
Realtà parallele •
Trump venderà l’accordo con l’Iran come un successo ai suoi, e gli crederanno
Il presidente statunitense affermerà di avere risolto in poche settimane un conflitto che si trascinava da decenni, con perdite assolutamente irrisorie da parte americana, e di aver eliminato il rischio di un Iran nucleare. Ma visto da una certa angolazione, si tratta di una capitolazione americana su tutti i fronti
20 GIU 26

Foto Ansa
In queste ore su qualsiasi mezzo di comunicazione siamo tutti inondati di commenti acidi e spesso francamente compiaciuti circa i contenuti del documento firmato da Iran e Stati Uniti sulla sospensione delle ostilità e l’avvio di un periodo di negoziati per definire i punti rimasti in sospeso. Visto da una certa angolazione, si tratta di una capitolazione americana su tutti i fronti: riconoscimento della solidità di un regime che si voleva smantellare, accettazione del continuo sviluppo dell’arsenale missilistico iraniano, controllo del transito dallo stretto di Hormuz da un organismo congiunto iraniano-omanita, sospensione delle sanzioni economiche imposte a suo tempo e conseguente piena liberalizzazione della vendita dei prodotti energetici, sblocco – inizialmente parziale – dei beni congelati a seguito dei comportamenti del regime, creazione da parte americana e dei suoi alleati di un fondo di 300 miliardi di dollari quale compensazione per i danni arrecati, il tutto in cambio di una disponibilità di principio da parte iraniana a discutere del programma nucleare e del destino delle scorte di uranio.
Se qualcuno pensa che tutto ciò possa imbarazzare Trump e la sua Amministrazione, credo che rimarrà profondamente deluso: al presidente americano non interessa minimamente che l’esito di questa sciagurata impresa venga percepito a Londra o a Berlino, come a Mosca o Pechino, come una sostanziale battuta d’arresto della muscolare politica estera americana. Rimane il principio della mancanza di remore all’utilizzo della forza militare nel caso se ne riscontri l’esigenza e questo comunque rafforza un generico principio di deterrenza. Resta in sospeso la questione israeliana, ma per Trump questo è solo un problema interno di Gerusalemme, che deve essere affrontato da Netanyahu e dai personaggi del suo gabinetto (al netto delle chiacchiere che circolano sul dossier Epstein).
Si provi ora fare qualche previsione su che cosa accadrà all’interno dell’opinione pubblica americana, soprattutto di quella parte che l’ha votato nel 2016 e che ha perseverato nel 2020 e nel 2024. Grazie al compiacente supporto dei mass media locali, che dominano lo spazio informativo in larga parte degli Stati Uniti, e grazie al principio della “memoria del pesce rosso”, Trump affermerà di avere risolto in poche settimane un conflitto che si trascinava da decenni, con perdite assolutamente irrisorie da parte americana, eliminato il rischio di un Iran nucleare, che a suo dire Obama aveva tollerato, avviato a soluzione il problema della navigazione attraverso lo stretto di Hormuz, poco importando il fatto che il problema non sussistesse prima del 28 febbraio e che la libertà di navigazione, prima del tutto scontata, sia oggi messa in discussione.
Una cosa che richiederà un volo di fantasia per potere essere presentata come un risultato positivo, sono quei 300 miliardi di dollari per la ricostruzione: al riguardo ci si può immaginare come questa misura possa essere presentata come una straordinaria opportunità per il mondo imprenditoriale immobiliare, ovviamente legato ai soliti amici. Anche la questione dei prezzi dell’energia , con una buona dose di sfrontatezza, può essere sfruttata ai fini della politica interna americana: con la firma di questo accordo e l’apertura dei traffici ci si può aspettare una rapida discesa dei prezzi al consumo. Non mi stupirei se Trump e i suoi fedeli accoliti cominciassero a menare un gran vanto per la diminuzione in atto, trascurando il fatto che a certi prezzi si era saliti a causa delle operazioni militari avviate.
In buona sostanza, se si guarda tutta la situazione dal particolare punto di vista della Casa Bianca, argomentazioni da spendere sul fronte interno per proclamare una vittoria strategica si possono costruire e non ci dovremo stupire: da quando si è insediato, Trump ci ha abituato ad affermazioni con scarse fondamenta nella realtà, che però la sua base Maga ha accettato senza battere ciglio, il che è il solo risultato che gli interessi realmente. Quindi per lui e per tutti suoi sostenitori, sì, questo sfoggio di potenza militare si può definire un inequivocabile successo. E se ci credono loro…