Esteri
l'editoriale dell'elefantino •
Tutti i concorrenti di Bibi vogliono fare come lui e meglio di lui
Non è Netanyahu il problema di Israele. Dopo le elezioni, i benpensanti dell’orrore umanitario potranno riprendere la solfa, anche se dovranno forse passare dalla criminalizzazione del premier alla mostrificazione di uno qualunque dei suoi successori
21 GIU 26

Avevamo cercato di spiegare con modestia che non è Netanyahu il problema di Israele, che la sua guerra per sradicare Hamas e Hezbollah, e la sua lunga campagna contro il nucleare iraniano, non sono crimini ma atti politici consapevoli in nome della sicurezza di un popolo minacciato di estinzione violenta dai suoi nemici, e che chiunque fosse stato al suo posto avrebbe fatto lo stesso, non si sa se con eguale o superiore capacità di incidere. Ora bisogna solo aspettare e vedere. Nel caso si affermi nel prossimo ottobre elettorale una nuova leadership di centro o di centrosinistra a Gerusalemme, con alla testa un Eisenkot, un Lapid, un Golan o un Bennett, personalità diverse da Netanyahu e alla ricerca di diverse alleanze politiche alla Knesset, si può stare tranquilli: viste le loro idee, e questa strana ostinazione a paralizzare e eliminare i nemici di Israele armati e finanziati da Teheran, c'è da giurare che la canea antisemita per la liberazione dalla Palestina dal fiume al mare è destinata a riprodursi e a durare, e negli stessi identici termini che si sono palesati nei lunghi anni del governo Netanyahu.
I concorrenti del premier israeliano, di centro e di sinistra, gli rimproverano di non essere riuscito a realizzare quello che l'internazionale pacifista antigiudaica considera criminale, cioè centrare gli obiettivi da lui stesso proposti. Dicono che si è fatto fottere da Trump con l'accordo di resa agli ayatollah e ai pasdaran, dicono che non protegge da Hezbollah le regioni di Israele sottoposte all'eccidio dei razzi e delle provocazioni terroristiche di stanza nel Libano meridionale, sostengono che a Gaza occorre finire il lavoro di smantellamento e disarmo di Hamas, e aggiungono che la testa dell'Idra del terrore è sempre la stessa e minaccia il paese da Teheran.
Dopo il ritiro di Khan dalla Corte penale internazionale, per ragioni non proprio specchiate, aspettando che si risolvano i problemini di conduzione degli affari pubblici del capo europeo della crociata antisraeliana, Sánchez, possiamo consolarci con la amara realtà. La battaglia sullo Stretto di Hormuz, ormai una variante della guerra libanese contro il partito di Dio sterminatore, per noi è e resterà legata alla questione del prezzo del pieno di benzina, ma per Gerusalemme e i suoi capi di governo, Bibi o non Bibi, è legata alla sopravvivenza di un progetto, di un sogno e di una realissima costruzione nazionale ebraica, ovvero Israele. Per gli oppositori di Netanyahu, esattamente come per lui, il "suicidio di Israele" maldestramente evocato da noi, ma con malizia, non è l'indifferenza apparente all'opinione umanitaria, non è la cocciutaggine nel perseguire gli scopi di guerra, ma consiste nella necessità di risultati più sicuri e stabili su tutti i fronti esistenziali. Che Israele non sia in guerra per scelta ma per necessità è un'ovvietà che non dipende dalle politiche del Likud o da quelle dei suoi avversari, dipende da una constatazione di fatto. I benpensanti di tutto il mondo che si ritrae con orrore umanitario e postcoloniale dalla solidarietà con Israele, anche i diasporisti e gli antisionisti in cattiva vena di cultura e di fede da tanti anni, come i Philip Roth di Operazione Shylock o altri maledicenti, tutti coloro che vedono la Idf come la Wehrmacht o le nuove SS e le vittime della Shoah come spettri della nuova aggressività nazista dei loro eredi, possono stare tranquilli, sereni: dopo le prossime elezioni, chiunque sia al governo in Israele, potranno riprendere la solfa, anche se potrebbero essere obbligati a finirla con la criminalizzazione di Netanyahu per passare alla mostrificazione di uno qualunque dei successori del premier, ciascuno dei quali promette di fare meglio quello che ha voluto fare lui, niente di più e niente di meno.
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Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.
