Da Amsterdam al Kenya, il vero aiuto è creare posti di lavoro

La storia di Els Breet Kamande e di Mlango Farm, un'impresa agricola sociale nata dall'amore tra un'olandese e un keniano e cresciuta alle porte di Nairobi. Oggi dà lavoro a 80 persone, forma agricoltori e giovani madri e prova a dimostrare che lo sviluppo passa dalle opportunità più che dagli aiuti

22 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 13:57
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Els Breet Kamande

Nairobi. “E’ una storia d’amore”, risponde Els Breet Kamande quando le chiedo come è iniziata la storia di Mlango Farm. “Ho conosciuto Kamande, un simpatico ragazzo keniano, ad Amsterdam. Vivevamo entrambi lì”. Els aveva circa 30 anni. Lui, Kamande Njenga, dieci anni di più, probabilmente: “c’era un po’ di incertezza sulla sua età ufficiale”. Tre anni dopo, nel 2007, si sono trasferiti in Kenya e da quell’amore è nata Mlango Farm, un’azienda agricola vicino Nairobi che Els Breet definisce “più un’impresa sociale che un’azienda commerciale”. Lo scopo è “creare lavoro, rendere bello questo posto e far sì che le persone apprezzino quello che facciamo. Oggi 80 persone lavorano qui a tempo pieno e mantengono le loro famiglie”.
Ci è voluta un’oretta per raggiungere Malngo Farm dall’aeroporto di Nairobi. La strada che circonda la città scorre accanto al parco nazionale dove si trovano giraffe, zebre, leoni, rinoceronti e tutti gli animali che si possono immaginare quando si pensa all’Africa. Dal finestrino dell’auto, però, non si vedono, sono all’interno. Quel che si vede dall’altra parte della strada, invece, sono le “slums”, una baraccopoli gigante dove vivono più di un milione di persone in povertà. In contrasto con la ricchezza nascosta a poca distanza dietro i palazzi di Upper Hill o Westlands, i quartieri finanziari e commerciali. Lasciamo la strada principale per passare a una sterrata, attraversare il villaggio di Ngecha e arrivare a Mlango Farm.
“Kamande fin dall’inizio mi ha detto chiaramente che non voleva restare nei Paesi Bassi. Il suo futuro era lì dove era nato: in Kenya”. Els spiega che il motivo principale era il terreno. “Apparteneva alla sua famiglia e nessuno se ne stava occupando”. Sentiva che “se non se ne fosse preso cura lui sarebbe stato diviso e venduto, come molti altri terreni di famiglia in Kenya”. In quel periodo, nel 2007, tutta la famiglia di Kamande Njenga viveva a Nairobi, “nessuno curava quel pezzo di terra” e lui pensava che “fosse un peccato perché quel luogo aveva un enorme potenziale”. Non solo, sentiva anche di avere una responsabilità che lo obbligava moralmente a tornare: “Era il più giovane della famiglia”.
Nella tradizione kikuyu “il figlio più giovane deve restare e prendersi cura dei genitori”. Il papà e la mamma di Kamande “avevano costruito una casa qui, ma in realtà non era una terra ancestrale. Avevano comprato il terreno negli anni ’70, costruito la casa negli anni ’80, ma ci avevano mai davvero vissuto né sviluppato il posto”. A Nairobi c’è un detto: “Quando andrò in pensione, tornerò in campagna”. Ma a Mlango Farm questa cosa non è successa.
Quando Els e Kamande sono arrivati in Kenya “non c’era acqua corrente, non c’era elettricità, e dovevamo portare ogni secchio d’acqua dal pozzo”. La casa c’era, ma non era finita. “I primi anni sono serviti per renderla abitabile: avere l’acqua, installare l’elettricità e comprare un generatore perché non c’era una linea elettrica. Ci sono voluti due anni per averla”. All’inizio usavano pannelli solari e poi un generatore, "ma era costoso, rumoroso e puzzolente, quindi lo accendevamo solo quando era davvero necessario. Altrimenti vivevamo con la luce del sole”.
Els in quel periodo lavorava a Nairobi, portava il laptop in ufficio per caricarlo, “così la sera potevamo guardare un film”. Solo dopo due anni Els e Kamande hanno cominciato davvero a pensare a cosa fare con il resto del terreno. Lui “iniziò a liberarlo poco alla volta e cominciammo a coltivare verdure. Abbiamo scavato un pozzo e poi comprato una pompa dell’acqua, perché lui diceva che se voleva coltivare il terreno l’acqua era essenziale”.
Ora, a Mlango Farm, “abbiamo circa 80 persone a tempo pieno e circa 10 part-time”. I part-time “arrivano quando c’è più lavoro, ad esempio con i visitatori”. La maggior di loro lavora dalle 8:00 alle 16:00. Alcuni iniziano prima per gli animali, la cucina e la raccolta e altri finiscono più tardi per servire per esempio la cena”.
Cestini di verdure

Dai cestini di verdure venduti agli amici ai ristoranti di lusso a Nairobi

“Mlango” in swahili, la lingua utilizzata in tutto il Kenya, significa “porta”. Els Breet e Kamande Njenga hanno scelto questo nome per due motivi: “Una è la porta verso un altro mondo. Quando arrivi dalla giungla di cemento di Nairobi, apri la porta di questa Farm ed entri in un altro mondo, più verde, dove senti cantare gli uccelli e puoi osservare con i tuoi occhi una bellissima biodiversità. L’altra porta è quella che porta verso il futuro: come vogliamo prenderci cura di questo pianeta nel futuro?”.
L’attività familiare è iniziata con l’agricoltura, “anche se non avevamo una chiara idea di quello che stavamo facendo.  Avevamo una casa con tre camere da letto extra, quindi proposi di fare un bed and breakfast. Lo facemmo un po’ all’inizio perché dicevamo sì a qualsiasi occasione per guadagnare qualcosa, ma dopo un po’ abbiamo smesso”, anche perché il guadagno principale “arrivava dalla coltivazione e dalla vendita di verdure”.
Tutto è iniziato grazie ai colleghi di Nairobi. “Lavoravo in un ufficio lì e mi chiesero se potevano comprare i nostri prodotti senza pesticidi”. All’inizio, però, Els disse di no, “perché non volevo portare la mia attività in ufficio”. Poi “offrirono le loro case come punti di ritiro e così iniziammo con i cestini di verdure settimanali”. C’erano solo quattro clienti, tutti amici a Nairobi, ma quel che stava accadendo gli era familiare, è quel che accadeva anche nei Paesi Bassi: “Comprare direttamente dall’agricoltore e ricevere ogni settimana una quota di ciò che era pronto per essere raccolto”. Il sistema è cresciuto lentamente. “Prima avevamo un punto di ritiro, poi altri. Ora consegniamo a domicilio, anche in bicicletta elettrica a Nairobi. Abbiamo circa 80–90 abbonati al cestino settimanale. Quando abbiamo iniziato quello era il nostro unico reddito, ma poi abbiamo cominciato a vendere verdure anche a hotel e ristoranti, alcuni ogni giorno e alcuni una volta alla settimana”.
E’ anche grazie a un cuoco italiano se il business con i ristoranti è cresciuto. Quando Luigi Frascella lavorava come chef al Capital Club, uno dei più esclusivi di Nairobi, ha scelto proprio Mlango Farm come luogo dove acquistare le materie prime che utilizzava in cucina. E “quando si è sparsa la voce a Nairobi - mi racconta Els - anche gli altri ristoranti di lusso volevano comprare da noi”. Oggi però il business è cambiato, “una grande parte del reddito viene dai visitatori. L’attenzione si è spostata sempre più verso l’educazione”.

Un’impresa agricola sociale che dà opportunità di crescita a chi la vive e ci lavora

“Abbiamo iniziato ad accogliere visitatori quasi per caso”. Els invitò alcuni amici a vedere dove vivevano e loro “dissero che era una bella gita di un giorno da fare e che avremmo dovuto commercializzarla. Così cominciammo ad aprire circa una volta al mese, la domenica, quando avevo un giorno libero”. Questo “portava soldi e ci aiutava ad assumere più persone man mano che la Farm cresceva”. La filosofia del lavoro, però, non è mai stata “fare soldi per diventare ricchi. Stiamo bene così: abbiamo una casa, una buona vita e del cibo. Finché posso permettermi di andare ogni tanto nei Paesi Bassi a trovare la mia famiglia, non ho bisogno di più soldi in banca”. Kamande “è morto tre anni fa, quindi ero solita parlare del nostro lavoro con il ‘noi’. Adesso dovrei dire ‘io’, ma continuo a sentire che è un ‘noi’ perché facciamo tutto questo con la comunità locale”. 
“Questa è terra di famiglia - ricorda Els Breet Kamande - e abbiamo il privilegio di poterla usare. L’obiettivo non è prenderne i frutti in modo coloniale, pensando solo a come farci soldi, ma prendersene cura e migliorarla”. Per questo “non usiamo sostanze chimiche, non migliorano la terra. Vogliamo che il terreno sia più sano e rigenerativo, così che ci sia abbondanza anche in futuro, non solo domani mattina. Abbiamo anche degli animali perché vogliamo che le persone che vivono in città capiscano cosa sia una fattoria”. Nel corso del tempo, infatti, un altro ramo del business di Mlango Farm è diventato quello educativo nei confronti dei bambini che vivono nei villaggi vicini o a Nairobi.
E’ il passaparola tra insegnanti che ha fatto crescere questa parte di attività. “Molti bambini non hanno mai toccato con mano un terreno come questo. Studiano le fattorie sui libri, ma non le hanno mai vissute davvero. Un altro obiettivo, poi, è connettere le persone con la natura e aiutare i bambini ad affezionarsi a essa, così che capiscano di doverla proteggere”. Gli animali “servono a mostrare ai visitatori il sistema della fattoria e il cerchio della vita, compreso a cosa serve il letame e il modo in cui tutto è collegato”.
Anche per chi alloggia qui è lo stesso. La casetta in cui sono ospite non ha un lavandino o un bagno al suo interno e questo perché, può leggere chiunque sul sito, “presso Mlango Farm prestiamo grande attenzione al consumo di acqua. Le docce con secchio sono un modo fantastico per rendersi conto di quanta poca acqua sia realmente necessaria per l’igiene personale, spesso utilizzando solo 10–15 litri a persona, rispetto agli oltre 80 litri usati in una tipica doccia di 10 minuti”. Inoltre l’acqua di scarico dell’area bagno viene riutilizzata come acqua grigia per l’irrigazione del giardino del campeggio e i servizi igienici ecologici sono sistemi senza acqua che utilizzano la decomposizione naturale per trasformare i rifiuti umani in compost, eliminando la necessità di collegamenti fognari, acqua o prodotti chimici. “Dopo un processo di decomposizione di sei mesi, il compost viene utilizzato nella nostra area forestale”.
Eco-shower

Dall’essere una madre single a Nairobi al lavorare per l’Hilton Hotel di Dubai

“Nel corso degli anni molti dei nostri dipendenti sono arrivati dalla comunità locale e la maggior parte di loro impara lavorando. Sono giovani che non avevano mai avuto un lavoro prima, così iniziano in cucina, nei campi e svolgendo altri compiti qui nella farm”. Els Breet racconta che spesso sente dire ai dipendenti come “quello che hanno imparato a Mlango Farm poi lo fanno anche a casa. Questo mi rende molto felice”.
“Abbiamo anche un progetto con circa 200 agricoltori a cui insegniamo l’agricoltura biologica in piccoli gruppi, quindi il nostro impatto va oltre la nostra azienda”. Alcune delle donne che lavorano a Mlango Fam e accompagnano i visitatori iniziano molto giovani. “Molte non hanno finito la scuola perché sono rimaste incinte per caso e sono madri single. Qui le formiamo nell’accoglienza, nella cucina, nella guida dei visitatori e poi trovano lavoro altrove. Quindi la mia sfida è sempre dover formare nuove persone. Sono molto orgogliosa di una donna che ha iniziato qui e ora lavora all’Hilton Hotel di Dubai”.
Molto è cambiato per Els Breet dopo la morte di suo marito Kamande Njenga, il 7 maggio 2023: “Ho voluto accogliere qui ancora più persone invece di vivere da sola”. Els ha iniziato a costruire “piccole case, capanne e tende, così il posto sarebbe diventato più una comunità che solo un’azienda agricola. Facciamo colazione e cena insieme attorno a un lungo tavolo e l'idea per il futuro è trasformare tutto questo in un eco‑villaggio”.
Un villaggio dove alcune volte l’ospitalità è ripagata con la formazione. “Cerco soprattutto persone che possano portare competenze ed esperienze che qui non abbiamo, come chef, apicoltori, falegnami o amministratori aziendali”. Gli esempi non sono a caso, perché sono persone che sono davvero passate da Mlango Farm e che hanno lasciato il segno: “Abbiamo avuto come volontario uno chef francese che ha insegnato alle donne a cucinare. O un’amministratrice aziendale che una volta mi chiese se avessimo un piano strategico. Non lo avevamo e lo scrisse lei per me. Questo mi fece capire quanto sia utile l’esperienza esterna”.
In Italia la chiameremmo “formazione on the job”. Come quella che fa Pauline, un’educatrice americana ospite a Mlango Farm: “Le donne che guidano i gruppi scolastici che vengono in visita non sono educatrici formate, quindi lei le aiuta a fare le cose in modo diverso. Anche perché io voglio che i bambini imparino a pensare con la propria testa, non solo a stare zitti e ascoltare”. Oppure come Salma, una ragazza egiziana che ha studiato negli Stati Uniti e sta insegnando a chi lavora qui “technology project management”, per gestire al meglio i tanti compiti da svolgere e l’arrivo dei diversi ospiti.

Sfide e prospettive per il futuro di Mlango Farm

“Every day”, risponde Els quando le chiedo se ha avuto problemi in questi 20 anni. “Personalmente, la sfida più grande è stata la differenza culturale. A volte ancora non capisco come funzionano le cose qui, anche dopo tutti questi anni. Kamande capiva e io ho imparato tutto da lui”.
“A volte la gente pensa che siccome sono olandese sapessi già come gestire un’azienda agricola. Non è vero. Kamande ha costruito la Farm, io andavo in ufficio ogni giorno. Solo più tardi ho iniziato a fare alcune cose qui e il progetto è cresciuto perché ci dedicavo più tempo”. Anche adesso “chiedo ancora ad Anne, che vive con me e che è cresciuta in questo quartiere, come funzionano le cose qui. Mi aiuta a capire i problemi locali e come risolverli”. Tipo? “Ci sono problemi pratici come la corruzione e quelli con la polizia lungo la strada, che possono bloccare i nostri veicoli e rendere difficili le consegne di verdure”. Anche le questioni di gestione del personale “sono continue. Quello che trovo particolarmente difficile è che le persone possono sparire da un giorno all’altro e iniziare un altro lavoro, anche se hanno lavorato qui per anni. Anche con un contratto, le persone possono comunque andarsene improvvisamente. Per me all’inizio era molto strano, ma qui è normale”.
E la sfida più grande guardando al futuro? “Riguarda la struttura legale dell’azienda. Il terreno è di famiglia e voglio creare una struttura legale con loro in modo che Mlango Farm possa continuare anche quando un giorno io dovessi andarmene”. La speranza è che l'azienda diventi abbastanza redditizia da essere autosostenibile in tutti gli aspetti: “Al momento dal punto di vista finanziario stiamo solo sopravvivendo. In futuro la possibilità di venire qui ad alloggiare e gruppi più grandi di visitatori potrebbero portare più soldi rispetto alla vendita di mazzi di spinaci. Se succede, la società potrà pagare la famiglia Kamande per l’uso del terreno attraverso una struttura corretta. Per ora riceve solo un cestino di verdure ogni settimana, quindi non è molto”.
“Io voglio essere orgogliosa di quello che faccio qui”, mi dice Els Breet Kamande guardandomi negli occhi. Ma pensando alle 80 persone che lavorano a Mlango Farm a tempo pieno e alle famiglie che mantengono grazie a questo, sembra che già lo sia.