Burnham corre per Downing Street con il "Manchesterismo", ma ai mercati promette prudenza

Il gruppo politico Mainstream lancia il programma economico per portare il Labour alla vittoria nel 2029: più poteri alle città e servizi ripubblicizzati dove il mercato estrae rendite. Ma per non far salire i gilt l'ex sindaco si circonda di economisti graditi alla City

23 GIU 26
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Ad Andy Burnham, ex sindaco di Manchester da venerdì scorso, quando è diventato membro del Parlamento, mancava fino a ieri un programma economico per alzare l’asticella e correre verso il ruolo di primo ministro del Regno Unito, “il massimo incarico del paese”, come lo ha definito ieri il premier dimissionario Keir Starmer, nel suo discorso d’addio. A consegnare un programma a Burnham, praticamente in contemporanea, ci ha pensato Mainstream, un nuovo gruppo politico composto dai “realisti radicali” del Labour – e di cui Burnham è in cima ai firmatari. Redatto da Mathew Lawrence e Alex Williams (rispettivamente, fondatore ed economista del think tank progressista Common Wealth), il saggio è titolato “The productive state: A framework for Manchesterism”, perché vuole usare il “modello di Manchester” di Burnham per farne una dottrina, o meglio, una cornice economica (framework) da riprodurre a livello nazionale.
Mainstream è un network politico per cercare di portare il Labour alla vittoria alle elezioni del 2029, che sono a rischio (per il Labour, chiaramente) soprattutto a causa della curva ascendente di Reform Uk, il partito di Nigel Farage. E per farlo, per arrivare alla vittoria, dice Mainstream, “serve offrire al paese una visione di speranza: una politica di sinistra popolare, di principio e di pratica, e non solo un programma”. Così ecco il Manchesterism, il nome dato al metodo che Burnham rivendicava da sindaco: più poteri alle amministrazioni cittadine, più edilizia pubblica, e così via.
Il Manchesterismo del Mainstream Labour è, nel concreto, l’idea che la crescita possa provenire anche grazie (o forse soprattutto) a una maggiore presenza dello stato. Il quale, secondo il saggio, deve riprendersi i servizi essenziali nei settori dove il mercato non li rende più efficienti ma si limita a estrarre rendite, troppe secondo loro, che i cittadini non riescono a pagare richiedendo così il sussidio dello stato. L’esempio principale del modello sono gli autobus della municipalità di Greater Manchester, la Bee Network, che Burnham ha riportato sotto il controllo pubblico dopo 30 anni di gestione privata. Ne ha calmierato le tariffe e ripristinato le corse nei quartieri che le compagnie avevano abbandonato perché poco redditizie. I risultati, c’è da dire, sono stati positivi. Quando però si guarda al modello di Manchester con la lente d’ingrandimento, ci sono due osservazioni da fare. La prima è che, contrariamente a quanto sembri dalla retorica dei sostenitori di Burnham, la città di Manchester cresceva più della media nazionale già prima del suo arrivo nel 2017. Il secondo punto, intrecciato con il primo, è che l’idea di concentrare investimenti e poteri nel nord dell’Inghilterra, nella “Northern Powerhouse”, l’avevano lanciata nel 2014 i conservatori, come l’ex premier David Cameron e l’ex cancelliere dello Scacchiere (l’equivalente del nostro ministro delle Finanze) George Osborne.
Inoltre, un conto è governare (fiscalmente, anche) un’amministrazione locale, e un conto un paese. Così Mainstream cerca di fare questo salto grazie a qualcosa che Manchester non aveva: la leva fiscale. Ciò ovviamente è stato percepito dal mercato nelle ultime settimane: i rendimenti dei titoli (gilt) a 30 anni, a metà maggio, erano ai massimi dal 1998. Così, il gruppo Mainstream ha deciso di far pace con i mercati ancor prima di litigarci sul serio, mettendo in chiaro che non ci saranno nazionalizzazioni in blocco, e che le società pubbliche si indebiteranno per conto proprio, fuori dal bilancio dello stato (perché se il rischio dei progetti non è in capo al privato, allora è sul contribuente). Burnham si è poi circondato di economisti graditi alla City: l’ex chief economist della Banca d’Inghilterra Andy Haldane, l’ex presidente dell’Ufficio di bilancio indipendente Richard Hughes, e Jim O’Neill, già a Goldman Sachs, che a quella Northern Powerhouse ci lavorò.
Eppure questa prudenza potrebbe comunque scontentare tutti: da un lato gli investitori, che potrebbero leggere lo spostamento come troppo a sinistra; dall’altro la stessa sinistra, che chiede a Burnham di “essere coraggioso, o salterà” – ha avvertito su X il leader dei Verdi, Zack Polanski. Resta anche il nodo di chi siederà al numero 11 di Downing Street, la casa del cancelliere dello Scacchiere. Qui, per ora, c’è un vero toto nomi: in corsa ci sono Ed Miliband, oggi responsabile dell’Energia, John Healey, che la settimana scorsa ha lasciato la Difesa, e perfino Wes Streeting, il rivale di Starmer che si è ritirato ieri per appoggiare Burnham, e che già parla di “capitalismo progressista”.