Negoziati a colpi di drammi

E’ una regola: gli americani annunciano, gli iraniani smentiscono e la tregua verrà rispettata ancora per settimane. Il ruolo di Vance, le minacce di Teheran, gli appelli (parafrasati) di Israele: niente su Israele senza Israele

23 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 06:20
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L’aggettivo “storico” abbonda fra le parole del vicepresidente americano J. D. Vance da quando è tornato dai colloqui in Svizzera con i rappresentanti della Repubblica islamica dell’Iran e racconta l’evento, i progressi, l’atmosfera. Tutto, a suo dire, è “storico”. Le figure politiche hanno abbandonato Lucerna, adesso sono rimasti a gestire i colloqui soltanto i tecnici sia americani sia iraniani, che procedono con l’aiuto di qatarini e pachistani, e con l’obiettivo di raggiungere un accordo entro sessanta giorni. Di “storico” agli occhi di molti osservatori però c’è stata soltanto un’immagine catturata da un video: il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi entra nella stessa stanza in cui si trovano gli americani, Vance con i due emissari Jared Kushner e Steve Witkoff; i tre lo guardano mentre stringe la mano del premier del Pakistan Shehbaz Sharif, ma Araghchi li ignora, dopo essere arrivato in ritardo. In più d’uno ha fatto notare che in quel momento Vance se ne sarebbe dovuto andare, non l’ha fatto. Agli israeliani è bastata quella scena di apertura del negoziato di domenica per perdere fiducia, tanto più che gli iraniani erano stati molto attenti a far sapere che il primo punto all’ordine del giorno fosse il Libano. Teheran vuole risolvere la guerra fra Israele e Hezbollah prima di parlare di altro, e puntando i piedi vuole far passare un concetto: gli americani negoziano il futuro di Israele senza Israele, proprio come per mesi hanno dimostrato di essere disposti a negoziare il futuro dell’Ucraina senza l’Ucraina. Ieri il quotidiano israeliano Jerusalem Post ha pubblicato una lettera aperta a Donald Trump dal titolo: “Presidente, stiamo cercando di capire cosa vuole da noi”. Nel testo il quotidiano prova a spiegare al presidente americano perché Hezbollah in Libano rimane una minaccia che nessun israeliano può ignorare. Le giornate di domenica e di lunedì sono andate avanti con annunci e smentite. Gli Stati Uniti avevano fatto sapere che Teheran aveva detto di essere aperta alle ispezioni dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) nei suoi siti nucleari. Poco dopo, gli iraniani hanno detto che l’argomento del nucleare non era stato toccato. Rimane una certezza: mentre Teheran resta immobile, o annuncia di essere pronta ad abbandonare i negoziati in qualsiasi momento, Washington attende, loda ogni vibrazione anche senza progressi.
In Svizzera, la squadra negoziale iraniana era composta da Araghchi e dal capo del Parlamento Mohammad Ghalibaf, accompagnati dal capo della Banca centrale Abdolnaser Hemmati e dal capo della compagnia petrolifera statale Nioc, Hamid Bord. Gli obiettivi di Teheran sono evitare il ritorno della guerra, aprire una nuova stagione economicamente positiva per il regime, limitare Israele. Domenica Trump ha ricominciato a minacciare che se l’accordo non verrà raggiunto, attaccherà, invece lunedì ha parlato del concetto di “onestà nucleare”, secondo il quale Teheran accetterà senza problemi le ispezioni degli esperti dell’Aiea. Gli iraniani hanno scelto un metodo negoziale: non si spostano, non mediano, attendono, proprio come fa Vladimir Putin con l’Ucraina. Il capo del Cremlino, nonostante il fallimento militare, continua a pretendere di negoziare alle sue condizioni. Così si comporta anche Teheran con gli emissari di Trump, agevolata dal trovarsi davanti persone ben poco esperte di diplomazia. Quando la conversazione si sposta su un argomento di cui non sono disposti a parlare, gli iraniani dicono di aver abbandonato i negoziati, anche se invece continuano a parlare a livello di esperti. Aggiungono della tensione drammatica. Vance ha detto: “Quello che abbiamo riferito agli iraniani ieri è che quando voi vi dedicate a quello che noi millennial potremmo chiamare trash talk, non potete aspettarvi che il presidente degli Stati Uniti non risponda”. Gli iraniani hanno invece capito che più che il linguaggio sprezzante, sono i colpi di scena, il dramma a tenere gli americani incollati ai colloqui.