× Un pilota filippino lancia un avvertimento radio alle navi cinesi durante un volo di sorveglianza sull’area, il 15 giugno scorso (Foto: Ezra Acayan/Getty Images)
× Un elicottero della Marina cinese vola a distanza ravvicinata da un aereo civile filippino sopra la secca di Scarborough, il 18 febbraio dello scorso anno (Foto: Ezra Acayan/Getty Images)
× Navi della Guardia costiera filippina circondate da unità cinesi durante un pattugliamento nei pressi della secca, il 24 marzo 2025 (Foto: Philippine Coast Guard/Anadolu via Getty Images)
C’è un metodo che le potenze ostili ai sistemi democratici hanno copiato tra loro, per prendersi quello che vogliono con la forza ma preparando prima il terreno con azioni lente e difficili da contrastare. E’ il metodo che ha usato la Russia con la Crimea prima dell’invasione del 2014, ed è ciò che da anni fa la Repubblica popolare cinese nel Mar cinese meridionale e in particolare attorno alla secca di Scarborough. Non parliamo di un’isola, non ancora almeno, ma di un banco corallino a forma di triangolo, disabitato e lontano da tutto tranne che dalle Filippine, da cui dista 230 chilometri, praticamente da Roma a Firenze. La Cina, che lo rivendica come proprio, nel 2012 è riuscita a prendere il controllo delle sue vie d’accesso circondando le navi filippine e restando lì, in una strategia di logoramento a cui oggi le Filippine non hanno ancora ceduto.
Un pilota filippino lancia un avvertimento radio alle navi cinesi durante un volo di sorveglianza sull’area, il 15 giugno scorso (Foto: Ezra Acayan/Getty Images)
Nei giorni scorsi il governo di Manila ha deciso di mandare in pattugliamento della secca di Scarborough la nuovissima fregata missilistica della Marina filippina Diego Silang, appartenente alla classe Miguel Malvar: se ne è parlato parecchio perché è una delle prime volte in cui le Filippine scelgono di contrastare il logoramento marittimo cinese con una vera nave da guerra in proiezione difensiva dei propri confini marittimi. Solo che ieri, secondo l’emittente filippina Gma, la Diego Silang ha incontrato prima una nave dell’Esercito popolare di liberazione, e poi altre quattro unità della Marina cinese: le immagini trasmesse dalla tv filippina mostravano un acceso scambio via radio tra i militari dei due paesi, con entrambe le parti che intimano all’altra di lasciare immediatamente l’area. Il portavoce delle Forze armate filippine per il Mar delle Filippine occidentale, il contrammiraglio Roy Vincent Trinidad, ha detto durante una conferenza stampa che nei prossimi mesi saranno intensificate le operazioni nell’area: “Potete aspettarvi altri pattugliamenti unilaterali e attività bilaterali e multilaterali nelle vicinanze di Bajo de Masinloc”. Secondo Trinidad, e secondo molti osservatori dell’area asiatica, la Marina filippina oggi ha mezzi più moderni e capaci di operare a maggiore distanza, ma soprattutto ha una migliore capacità di coordinamento con partner regionali e alleati, che di recente hanno capito che ogni centimetro in più ceduto alla Repubblica popolare nei mari asiatici significa meno sicurezza internazionale, anche delle catene globali di approvvigionamento.
Un elicottero della Marina cinese vola a distanza ravvicinata da un aereo civile filippino sopra la secca di Scarborough, il 18 febbraio dello scorso anno (Foto: Ezra Acayan/Getty Images)
Le Filippine rivendicano lo Scarborough Shoal – noto nell’arcipelago come Bajo de Masinloc – con argomenti storici e giuridici. L’ex giudice della Corte suprema Antonio Carpio ha recuperato quattro mappe storiche che documentano come il banco facesse parte del territorio filippino già nel 1734, molto prima che Pechino tracciasse la sua contestata “linea dei nove punti” su quasi tutto il Mar cinese meridionale. E nel 2016 in una famosa decisione il Tribunale arbitrale dell’Aia ha dato ragione a Manila, invalidando le pretese marittime cinesi. Pechino ha semplicemente ignorato la sentenza.
Navi della Guardia costiera filippina circondate da unità cinesi durante un pattugliamento nei pressi della secca, il 24 marzo 2025 (Foto: Philippine Coast Guard/Anadolu via Getty Images)
E ha continuato con la strategia del logoramento e del “salami slice”, dell’affettare il salame. A fine maggio, pochi giorni dopo la fine delle annuali esercitazioni militari congiunte fra Filippine, Stati Uniti e partner dell’area Balikatan, le autorità di Manila hanno individuato tramite immagini satellitari una piattaforma galleggiante cinese all’interno del banco, presidiata da personale cinese e scortata a tratti da due navi da ricerca. Pechino ha giustificato la struttura come una installazione scientifica temporanea per lo studio dei coralli, ma le autorità filippine, come ha riportato il sito di news Rappler, non sono convinte di questa versione. La piattaforma è stata rimossa circa tre settimane dopo la scoperta, ma a Manila e tra gli alleati le preoccupazioni restano, anche perché quel tipo di piattaforme sono molto simili a quelle per “ricerca scientifica” che la Cina ha installato in passato anche attorno all’isola di Taiwan e nel Mar giallo, in un’area marittima sudcoreana. Il ministro della Difesa filippino, Gilberto Teodoro Jr., ha detto l’altro ieri in un’intervista al Wall Street Journal che se la struttura fosse il preludio a una presenza più permanente, si tratterebbe di qualcosa di molto preoccupante. Secondo il Wall Street Journal il tentativo cinese di costruire strutture permanenti nell’area potrebbe essere una linea rossa anche per Washington, perché una base militare in quel punto potrebbe minacciare le forze americane in un eventuale conflitto su Taiwan – sempre che l’Amministrazione Trump sia ancora interessata a esercitare deterrenza nella regione, mentre cerca di tenere sotto traccia eventuali tensioni con Pechino per non far saltare una visita del leader Xi Jinping programmata per settembre negli Stati Uniti. Per ora l’America continua col business as usual: ieri il Pentagono ha consegnato alla Marina filippina quattro droni marittimi autonomi Ocean Aero Triton, per un valore di circa 13 milioni di dollari, capaci di operare fino a 30 giorni in mare alimentati da energia solare e di raccogliere dati sia in superficie sia sott’acqua.
È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.