Rubio è pronto a siglare l’accordo per riunire la Libia. Storia di un (altro) bluff trumpiano

Il segretario di stato americano dovrebbe accogliere a fine mese a Washington i rappresentanti dell’est e dell’ovest del paese africano. Intanto Caravelli arriva a Tripoli, dove il consigliere per il medio oriente di Donald Trump, e suo consuocero, Massad Boulos gioca a fare il “dealmaker”

24 GIU 26
Ultimo aggiornamento: 09:51
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Boulos, Haftar e Rashad al Cairo (Foto LaPresse)

Entro la fine del mese, fonti del Foglio ipotizzano il prossimo 29 giugno, il segretario di stato americano Marco Rubio sarebbe pronto ad accogliere a Washington i rappresentanti dell’est e dell’ovest della Libia per sancire la storica unificazione del paese. La Casa Bianca potrebbe rivendere l’intesa come il “nono accordo di pace” conseguito da Trump, se non fosse che, come per buona parte dei precedenti, l’accordo fra Tripoli e Bengasi somiglia a una scatola vuota. Ieri intanto è atterrato a Tripoli Giovanni Caravelli, il capo dei nostri servizi esterni. Con malizia, qualcuno non ha mancato di chiedersi se fosse lì per riportare in Italia Almasri, fresco di condanna a 7 anni di carcere per le torture inflitte ai detenuti del carcere di Mitiga.
Una sentenza che somiglia più a un escamotage di Tripoli per eludere la cattura del capo della polizia penitenziaria per conto della Corte penale internazionale. Secondo la versione ufficiale del governo libico, Caravelli avrebbe fatto da messaggero della premier Giorgia Meloni per ribadire “la volontà del governo italiano di proseguire il coordinamento e la cooperazione con la Libia sui diversi dossier di interesse comune”. Oltre all’immigrazione, in cima all’agenda del generale che ha incontrato il premier Abdulhamid Dabaiba c’era il piano degli americani per unificare la Libia. Dettaglio non secondario: tra le foto del vertice con Caravelli diffuse prontamente dal governo libico non compare il nostro ambasciatore, Gianluca Alberini. Non è una novità, ma la conferma che tra presidenza del Consiglio e Farnesina c’è una competizione in Libia – ieri a ogni modo il ministero degli Esteri si è intestato la liberazione dei due italiani della flotilla detenuti a Bengasi e non è chiaro se Caravelli a Tripoli abbia giocato un ruolo in tal senso.
L’incontro fra Caravelli e Dabaiba ieri a Tripoli
L’incontro fra Caravelli e Dabaiba ieri a Tripoli
A ogni modo, l’Italia si appresta a dare la sua benedizione al piano elaborato da Massad Boulos. Il consuocero di Trump, consigliere per il medio oriente e l’Africa, vuole dimostrare di non essere un semplice imprenditore impegnato per anni nella vendita di macchinari e camion in Nigeria. E’ convinto di essersi guadagnato sul campo i galloni del “dealmaker”, come l’aveva definito il presidente americano a inizio del secondo mandato.
In Libia è stato fra i protagonisti di giornate frenetiche nell’ultima settimana fra Tripoli, Bengasi e il Cairo. L’accelerata è iniziata domenica scorsa, quando il premier Dabaiba ha ricevuto nella capitale libica il capo dell’intelligence egiziana, Hassan Rashad. Non è stata una visita qualunque perché era dal 2021 che un alto funzionario egiziano non andava a Tripoli. Da allora, i rapporti sono sempre stati tesi, con gli egiziani più inclini a dialogare con Haftar. Poi, Rashad è volato al Cairo, dove Boulos ha partecipato a un vertice con Saddam Haftar, il vicecomandante generale di Bengasi, forte dell’investitura ricevuta da Washington di nuovo presidente libico in pectore. Il giorno dopo si sono mossi anche i turchi, con il capo dei servizi di Ankara, Ibrahim Kalin, in visita a Bengasi.
Tutti insieme per rincorrere il piano di Boulos, che prevede l’assegnazione della presidenza a Saddam Haftar e la guida del governo all’attuale premier, Dabaiba. Ma basta fare la conta di chi davvero sostiene il piano americano per capire che la proposta ha più detrattori che sponsor. Nessun rappresentante politico sostiene l’accordo tra le due famiglie per la spartizione delle cariche, e nemmeno i principali capitribù dell’ovest e del sud. Persino a Misurata, la città di Dabaiba, i clan locali si oppongono. Il premier libico ha chiesto aiuto agli americani e più fonti hanno confermato al Foglio che una decina di giorni fa una delegazione degli Stati Uniti, appartenente a una società di consulenza assoldata dal dipartimento di stato, è arrivata a Misurata per convincere i capi tribù a sostenere il piano. “Ci sono due strade per farlo – dice una fonte libica – promettendo cariche politiche oppure distribuendo mazzette”.
Gli Stati Uniti insomma sono pronti a investire molto nel piano Boulos, nonostante lo scetticismo generale. “Al punto che, se un domani lo stesso consigliere di Trump dovesse passare a un altro incarico, Washington andrebbe avanti ugualmente”, spiega una fonte informata. Il consuocero del presidente americano nutre in effetti ambizioni che vanno oltre la risoluzione di dossier complessi come quello libico, ma anche quello sudanese o del Sahara occidentale – tutte crisi che l’hanno visto impegnato finora, senza raggiungere peraltro alcun risultato tangibile. Al Foglio risulta che Boulos si sia autocandidato per guidare l’ambasciata in Arabia Saudita e che, una volta bocciata la sua proposta, abbia dirottato le sue preferenze sulla sede diplomatica americana negli Emirati Arabi Uniti. Sebbene entrambe le sedi siano attualmente vacanti, la guida di quella ad Abu Dhabi è considerata una posizione meno delicata rispetto a quella di Riad. La fama di Boulos – che finora negli Stati Uniti dipende in via quasi esclusiva dall’essere il padre del marito di Tiffany Trump – potrebbe risentire positivamente di un accordo in Libia. Ma a ben vedere, una sua eventuale nomina come ambasciatore degli Stati Uniti potrebbe dipendere, anche stavolta, più dai suoi rapporti di parentela con il presidente Trump che dalla sua reale capacità di “dealmaker”.