Esteri
l'intervista •
La libertà non è aria. Perché gli ucraini continuano a combattere
Così il movimento di Maidan ha anticipato i desideri e i piani dell’occidente e ha iniziato a scrivere una storia di vittorie per Kyiv. Intervista al filosofo ucraino Volodymyr Yermolenko
25 GIU 26

Associated Press/LaPresse
Seduto sui gradini di un caffè hipster mentre il caldo di giugno gravava su Tbilisi e una canzone pop metallica filtrava da dentro, Volodymyr Yermolenko spiega come nasce una nazione. Il filosofo ucraino, presidente di Pen Ukraine e una delle voci di spicco del paese in tempo di guerra, risponde alle domande che lo accompagnano da quattro anni di guerra totale: cosa significa essere ucraini, perché la Russia ha trasformato questa domanda nella guerra più sanguinosa, e perché si tratti di un valore per cui vale la pena morire.
Alcuni in Europa occidentale considerano ancora l’Ucraina come una sorta di Russia, o quantomeno la guardano attraverso la lente di Mosca, e la guerra ha reso la questione ancora più urgente. Ma Yermolenko osserva che, per comprendere la resistenza del 2022, un lettore occidentale deve partire da ben prima. “Il processo di separazione dai russi era già in atto, la guerra non ha fatto altro che accelerarlo. Non l’ha creato. Non solo dalla lingua e dalla cultura russe, ma anche dalle tradizioni politiche russe, che si basano sulla violenza, sulla gerarchia, sulla tirannia e tutto il resto”, dice. “L’Ucraina è il prodotto dei processi europei di costruzione della nazione”.
Il risveglio nazionale ucraino del Diciannovesimo secolo, sostiene, è stato alimentato dallo stesso motore del Risorgimento, negli stessi decenni, contro lo stesso tipo di impero multietnico. “C’è un parallelismo molto più ampio tra la storia italiana e quella ucraina di quanto si pensi”, afferma. Negli anni ’40 dell’Ottocento una generazione di poeti e studiosi iniziò a sostenere con forza di essere un popolo distinto con una propria lingua, la stessa rivendicazione che la cerchia di Mazzini avanzava per gli italiani. Taras Shevchenko, i cui versi divennero il testo sacro del movimento, fu arrestato proprio per questo. “In Italia c’è Mazzini e l’idea che dobbiamo avere il nostro stato. E in Ucraina c’è la stessa cosa”, dice Yermolenko. “La Galizia è un Piemonte ucraino”. La provincia occidentale sotto il dominio asburgico era più libera dell’impero russo confinante, proprio come il Piemonte godeva di maggiore libertà rispetto al resto d’Italia, e lì il movimento nazionale poteva organizzarsi. “Le forze che hanno creato l’Italia – anti imperialiste, anti austriache, anti qualsiasi cosa – sono le stesse forze che hanno creato l’Ucraina”.
L’impero russo considerava la cultura ucraina una minaccia politica, limitando le pubblicazioni e l’istruzione in lingua ucraina. Caterina la Grande smantellò lo stato cosacco, abolì la Sich di Zaporizhzhia e vietò l’uso dell’ucraino. “Tra ucraini e russi la differenza principale è culturale. Le nostre lingue sono vicine, come l’italiano e lo spagnolo. Ma abbiamo culture politiche completamente diverse. Abbiamo una tradizione politica repubblicana e non abbiamo mai voluto fondare un impero”, dice. “Non abbiamo mai voluto instaurare una tirannia. Volevamo essere più o meno pluralisti e avere un sistema politico a volte frenetico e caotico, in cui tutti competono con tutti”.
Nel Ventesimo secolo la censura si trasformò in sterminio. La carestia di Stalin degli anni ’30, l’Holodomor, spazzò via circa cinque milioni di ucraini. Il terrore che ne seguì travolse un’intera generazione di scrittori, registi e pittori, fucilati o incarcerati con l’accusa di aver costruito una moderna cultura ucraina. La russificazione proseguì anche dopo la guerra. “Molte persone che protestarono contro tutto ciò furono sterminate nel corso dei secoli”, dice. “E’ una storia che dura da un secolo”. Verso la fine degli anni ’80, la politica nazionale ucraina tornò in auge grazie a Rukh, il Movimento popolare dell’Ucraina, che riunì scrittori, dissidenti e attivisti in un ampio movimento indipendentista. Il primo dicembre 1991, oltre il novanta per cento degli elettori votò a favore dell’indipendenza, trascinando con sé tutte le regioni, compresa la Crimea e il Donbas di lingua russa, e il voto fu seguito, nel giro di una settimana, dalla fine dell’Unione sovietica. Persino gli americani avevano esortato alla moderazione. Mesi prima, George H. W. Bush era intervenuto a Kyiv per mettere in guardia gli ucraini dal “nazionalismo suicida” in un discorso che fu soprannominato “Chicken Kyiv”. A Yermolenko piace dire che l’Ucraina si sia staccata dall’impero contro la volontà sia di Mosca che di Washington contemporaneamente.
Poi ci furono due rivoluzioni, la Rivoluzione arancione e la rivolta di Maidan, che hanno segnato una svolta decisiva nella vita politica moderna dell’Ucraina. In gran parte dell’occidente, e spesso in Italia, il Maidan è ancora visto con il sospetto che gli ucraini siano stati spinti alla rivolta da Washington o da Bruxelles, per poi essere puniti dalla Russia per essersi spinti troppo oltre. Yermolenko sostiene che questa interpretazione ribalta la storia. Il movimento dell’Ucraina verso ovest spesso ha anticipato i desideri e i piani dell’occidente. Dopo che il governo di Yanukovych represse i manifestanti uccidendo più di 100 persone, il Maidan diventò una frattura nazionale.
“Nonostante ci fossero state vittime e nonostante la Russia avesse immediatamente dato inizio alla guerra e annesso la Crimea, abbiamo percepito il Maidan come una vittoria. La storia ucraina non conta molti trionfi”, ha affermato Yermolenko. Il Maidan ha aiutato gli ucraini a lasciarsi alle spalle la narrativa della vittima: “Abbiamo iniziato a scrivere una storia di vittorie, non una storia di sconfitte”. La rivolta ha anche insegnato alla gente ad auto-organizzarsi quando il potere li ha delusi. Quell’esperienza si è protratta fino al 2022. Yermolenko la ricollega a un’antica idea ucraina, la Hromada, una comunità autogestita di cittadini liberi. Gli ucraini, ha detto, si aspettano poco dallo stato e spesso vogliono che “stia fuori dalle nostre vite”. Così, quando la Russia ha invaso il paese, è stata la società a muoversi per prima. “Ed è così che la debolezza ucraina si è trasformata in forza”, dice Yermolenko.
Molti di coloro che hanno manifestato a Maidan si sono poi arruolati nell’esercito per combattere contro la Russia nell’est dell’Ucraina e continuano a farlo ancora oggi. In Europa occidentale, invece, un sondaggio di WIN International del 2022 ha rilevato che il 38 per cento non combatterebbe per il proprio paese: solo il 33 per cento in Francia, il 20 per cento in Italia e il 22 per cento in Germania hanno dichiarato che prenderebbero le armi, mentre le percentuali salgono ai confini più esposti dell’Europa, raggiungendo il 65 per cento in Finlandia e il 75 per cento in Georgia.
“La libertà viene data per scontata”, dice Yermolenko, spiegando il motivo alla base di questo sentimento. “La gente pensa che non scomparirà mai. Non c’è bisogno di combattere contro qualcosa che non se ne andrà mai. Non si combatte per l’aria, perché si pensa che l’aria ci sarà sempre”. Gli ucraini, nel frattempo, non hanno scelta. Stanno morendo non perché abbiano una visione più romantica della guerra rispetto agli italiani, ai francesi o ai tedeschi, ma perché l’alternativa, come ha dimostrato la storia, significa la fine dell’Ucraina in quanto tale.