Parli male della Cina? Dal 1° luglio puoi essere perseguito ovunque

Così Pechino sta allargando il "metodo Hong Kong" anche fuori dai confini nazionali. L'arresto della libraia Leticia Wong e la nuova legge sull’Unità etnica

26 GIU 26
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Carabinieri italiani e poliziotti cinesi con due turisti cinesi a Milano il 1° giugno 2018. Il servizio di pattugliamento congiunto tra le due forze dell'ordine è stato sospeso

 L’altro ieri la polizia di Hong Kong ha fatto irruzione nella libreria Hunter Bookstore di Sham Shui Po e ha arrestato Leticia Wong, 33 anni, ex consigliera di quartiere e libraia tra le più note della città, con l’accusa di sedizione. Nelle stesse ore, a Pechino, il viceministro della Giustizia Hu Weilie spiegava ai media che la controversa legge sulla Promozione dell’unità etnica, che entrerà in vigore il 1° luglio prossimo, estenderà la giurisdizione penale di Pechino oltre i confini nazionali: chiunque, che sia cittadino cinese o straniero, residente in Cina o all’estero, potrà essere perseguito per aver “minato l’unità etnica” o “istigato al separatismo”. Insieme, i due episodi tracciano la mappa di un sistema autoritario e repressivo che non riconosce limiti. 
Da ieri circolano sui social network le immagini dei sigilli alla libreria Hunter Bookstore, molto nota a chiunque frequentasse l’ex colonia inglese perché una delle ultime a vendere libri considerati “problematici” dal Partito comunista cinese. Leticia Wong è una figura altrettanto nota in città: aveva fatto la consigliera distrettuale nel gruppo dei filodemocratici, e anche dopo il 2020, con l’introduzione della legge sulla Sicurezza e la cancellazione dell’autonomia di Hong Kong, alla Hunter si continuava a parlare di democrazia e di diritti. Secondo la polizia, la libreria era piena di “materiale sedizioso” e sospettata di aver preso soldi “da organizzazioni politiche straniere”. Tra i libri censurati dalla leadership di Pechino, c’era la biografia di Jimmy Lai, “The Troublemaker”, la storia del fondatore di Apple Daily condannato a febbraio a vent’anni di carcere. Mark Clifford, presidente della fondazione Committee for Freedom in Hong Kong e autore del libro, dice al Foglio che Leticia Wong “sembra essere l’ultima libraia a cadere vittima dell’inesorabile attacco del governo di Hong Kong alla libertà di espressione, con il pretesto di proteggere la sicurezza nazionale”. La sua libreria ha fatto di tutto “per mantenere viva la tradizione di Hong Kong di accogliere il libero pensiero”, ma le autorità “vivono nel timore della verità e dei fatti e stanno usando lo spettro delle minacce alla sicurezza nazionale per svuotare gli scaffali e chiudere ciò che resta dello spazio civico” della città. Wong, dice Clifford, “merita un plauso per il coraggio dimostrato nel rifiutarsi di piegarsi a questa oltraggiosa repressione di diritti che dovrebbero essere tutelati dal diritto locale e internazionale”.
Il metodo Hong Kong, però, ora inizia a espandersi con la legge sull’Unità etnica che entra in vigore fra meno di una settimana. Approvata da Pechino lo scorso marzo, la legge nasce ufficialmente per creare un’identità nazionale “condivisa” tra i 55 gruppi etnici minoritari della Cina (tibetani, uiguri, mongoli, tra gli altri) attraverso la diffusione obbligatoria del mandarino e la promozione di una cultura comune, ed è stata ampiamente criticata dalle istituzioni internazionali, compresa l’Ue, perché con la scusa di proteggere le identità etniche in realtà vuole dissolverle in un’unica identità nazionale sotto la guida del Partito comunista cinese. Il nome stesso della legge contiene un’ambiguità che non è accidentale. In cinese il termine mínzú copre sia il concetto di “etnia” sia di “nazione”, con una sovrapposizione deliberatamente irrisolta che permette di applicarla alle minoranze e a chiunque, ovunque nel mondo, metta in discussione l’integrità territoriale o culturale della Cina come Pechino la definisce. “L’extraterritorialità inserita nella nuova legge è l’ennesima conferma dell’intento del Partito comunista cinese di intensificare ulteriormente la sua persecuzione dei dissidenti e dei critici del regime ovunque si trovino”, dice al Foglio Laura Harth della ong Safeguard Defenders. Il tema nei giorni scorsi è stato affrontato da diverse istituzioni internazionali, e Taiwan e Giappone sono i paesi più allarmati. Secondo il Consiglio per gli affari della terraferma (Mac) di Taipei la legge cinese contiene concetti giuridici “molto vaghi” che spingeranno le persone all’autocensura preventiva. Ma la mano della repressione cinese ormai non si limita ai dissidenti interni. Un cittadino americano, o europeo, che parla di Taiwan o di Hong Kong o di Tibet potrebbe essere perseguito – basta un mandato di cattura internazionale e un viaggio in un paese “amico della Cina” per finire nei guai. La legge “è di particolare rilevanza per l’Italia, che è uno dei pochi paesi europei a dare ancora esecuzione a mandati d’arresto di Pechino nonostante le sue dichiarazioni in ambito G7”, dice Harth.