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il disastro umanitario •
Da El Fasher a El Obeid: il Sudan rischia un altro massacro
Hemedti prepara l'offensiva e promette all'Onu e agli americani che non toccherà i civili. Impossibile fidarsi. Intanto dagli Emirati riparte il ponte aereo per armare le Rsf, con il placet di Haftar in Libia
27 GIU 26

Foto ANSA
Mentre il segretario di stato americano Marco Rubio atterrava ad Abu Dhabi mercoledì scorso, poco distante, da Dubai, decollava un Boeing 747-281F, uno degli aerei cargo usati dagli Emirati Arabi Uniti per trasportare in Libia armi e mezzi diretti ai paramilitari delle Forze di supporto rapido (Rsf) del Sudan. Le foto satellitari e il tracciamento dei voli dimostrano come dall’inizio del cessate il fuoco con l’Iran, gli Emirati abbiano ricominciato a inviare rifornimenti diretti al comandante delle Rsf, Mohamed Hamdan Dagalo, noto come “Hemedti”, che da settimane pianifica un’offensiva a El Obeid, una città strategica nello stato del Kordofan settentrionale. Controllare El Obeid significherebbe controllare una via cruciale tra l’est e l’ovest del paese e di puntare verso la capitale Khartoum, che da marzo del 2025 è nelle mani delle Forze armate sudanesi.
Il rischio di un altro disastro umanitario di proporzioni analoghe a quelle che portarono al massacro di El Fasher lo scorso ottobre è alto. Per scongiurarlo, si sono attivati anche gli americani, sebbene gli sforzi profusi finora portino con sé più ombre che luci. Quando Rubio ha incontrato il presidente emiratino, Mohammed bin Zayed, al suo fianco è comparso a sorpresa Michael Boulos, genero di Donald Trump. Al tavolo dei colloqui il giovane imprenditore sedeva proprio al fianco di Rubio. Le foto hanno sollevato una certa perplessità tra molti osservatori. Che ci faceva lì il genero del presidente e a quale titolo partecipava a quell’incontro? Giorni fa, fonti del Foglio hanno riferito dell’interesse del padre di Michael, Massad Boulos, consigliere di Trump per il medio oriente e l’Africa, nel ricoprire l’incarico di ambasciatore americano negli Emirati Arabi Uniti. “La presenza di Michael Boulos non fa che confermare i fondati timori sul padre Massad, sospettato di essere allineato con gli Emirati sul Sudan e sulla Libia”, ha scritto su X Cameron Hudson, ex inviato speciale in Sudan durante l’Amministrazione Bush.
Incalzato dai giornalisti che gli chiedevano se avesse parlato di El Obeid con il presidente Bin Zayed, Rubio ha detto che “solleviamo la questione con tutte le parti coinvolte o che hanno rapporti con le parti sul campo”. Eppure sono in molti a contestare l’approccio americano: “Washington ritiene responsabili entrambe le parti in conflitto, come se fossero ugualmente imputabili dei crimini commessi”, ha scritto Hudson. Gli emiratini e gli americani muovono accuse pesanti contro il generale Abdel Fattah al Burhan, il leader delle Forze armate sudanesi sostenuto da sauditi, turchi ed egiziani che ha preso il potere a Khartoum con il colpo di stato del 2021. Gli contestano specialmente la presunta vicinanza alla Fratellanza musulmana e le relazioni strette con l’Iran, intrattenute soprattutto quando sembrava che i sauditi volessero abbandonarlo. Secondo una fonte sentita da Bloomberg, ora il governo sudanese avrebbe interrotto ogni relazione con l’Iran, in un gesto di apertura nei confronti degli americani.
Ieri, l’inviato dell’Onu per il Sudan, Pekka Haavisto, ha detto di avere parlato con Hemedti e di averlo avvisato che “tutti gli occhi del mondo sono ora puntati” su El Obeid. Hemedti gli ha assicurato di non volere uccidere i civili ma quando un giornalista ha chiesto al funzionario dell’Onu se fosse il caso di fidarsi, Haavisto ha risposto in modo dimesso: “Non si può dire nulla con certezza... Finora rispondono alle nostre chiamate”. Hemedti risponde anche alle chiamate di Massad Boulos, che il 22 giugno ha telefonato al comandante sudanese per chiedergli di non replicare un nuovo massacro. Anche in questo caso, Hemedti ha tranquillizzato tutti: “La sicurezza dei civili è una priorità e una linea rossa invalicabile”. I precedenti non lasciano ottimisti. Il massacro di El Fasher da parte delle Rsf portò all’esecuzione e alla tortura di decine migliaia di civili – oltre 70 mila, secondo le stime della Yale University – dopo essere stati ridotti alla fame in 18 mesi di assedio. I militari di Hemedti li andarono a cercare casa per casa, raccogliendo poi i corpi in fosse comuni talmente grandi da essere visibili con le immagini satellitari. A febbraio di quest’anno, le Nazioni Unite hanno parlato di “genocidio”, di eliminazione sistematica della comunità non araba nel Darfur. Ora, la prospettiva di un nuovo massacro a El Obeid rischia di aggravare quella che è già oggi la più grande crisi umanitaria al mondo. I dati delle Nazioni Unite parlano di 21 milioni di persone in grave insufficienza alimentare, di cui oltre 6 milioni in uno stato di emergenza estremo; 14 milioni di sudanesi sono stati costretti a lasciare il paese, mentre altri 9 milioni hanno abbandonato le loro case dall’inizio della guerra, nell’aprile di tre anni fa, e sono ancora in Sudan; il 40 per cento della popolazione necessita di assistenza sanitaria urgente.
La guerra contro Teheran in questi mesi aveva quasi azzerato il flusso di armi e mezzi che da anni permette ad Abu Dhabi di sostenere le Rsf. Il ponte aereo lo scorso anno aveva raggiunto picchi di quasi 50 voli al mese provenienti dagli Emirati e diretti in buona parte nella Libia meridionale. Da anni, con il placet degli Haftar che controllano l’est e il sud della Libia, le forze di Hemedti hanno costruito accampamenti in pieno deserto libico, al di là dei confini sudanesi. Ed è stato proprio dal sud-est della Libia che a ottobre scorso arrivavano i rifornimenti per le Rsf che assediavano El Fasher, flussi alimentati dagli aerei cargo emiratini che atterravano all’aeroporto libico di Kufra. Rich Tedd, esperto di Osint, ha rintracciato con immagini satellitari i lavori di ingrandimento alla base aerea libica. Le immagini mostrano hangar ingranditi e piste allungate, a dimostrazione che dopo il cessate il fuoco in Iran, ora gli Emirati pianificano di tornare ai ritmi dello scorso anno negli approvvigionamenti delle Rsf. Il numero dei voli emiratini al momento è ancora lontano dai livelli del settembre scorso, ma il trend – passato da un solo volo a maggio a ben 12 a giugno – mostra una direzione chiara.
E a fronte del dramma umanitario in Sudan, il governo dell’est della Libia, quello sostenuto da Haftar, ha deciso di vietare l’ingresso nel paese ai sudanesi, a meno che non abbiano un contratto di lavoro in Libia. I paesi europei, che finora hanno accolto circa 14 mila sudanesi in fuga e che in queste ore lanciano appelli affinché Hemedti non attacchi El Obeid, ringraziano. Mentre l’Unione europea non ha ancora diffuso nemmeno una dichiarazione ufficiale.
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Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.

