Il marchio di Evgeni Prigozhin sui soldati russi

Zelensky annuncia un’ “operazione di influenza” mentre un soldato russo, Alexander Lunin, in video minaccia un ammutinamento e chiede di essere ricevuto al Cremlino. Cosa rimane del capo della Wagner nell’esercito rotto di Mosca

27 GIU 26
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Il ponte di Crimea è percorso in una sola direzione, quella che dalla penisola sotto occupazione porta alla Russia. In coda ieri, secondo le autorità occupanti di Sebastopoli, c’erano duemilaquattrocentocinquanta auto che si dirigevano verso la penisola russa di Taman. Zero andavano invece nel senso opposto. In questo periodo il traffico di solito è invertito, ma dalla Crimea del 2026 si fugge, non si va in vacanza. La Russia la vediamo per immagini: foto del fumo che si innalza dalle raffinerie, dai depositi di armi, dai terminali di petrolio colpiti dai droni ucraini che ogni giorno, a centinaia, volano verso il territorio russo; e foto di auto che si incolonnano non soltanto per fuggire ma anche per fare rifornimento dalle stazioni di servizio in cui il carburante è razionato. Il Cremlino non può più nascondere di avere la guerra in casa ed è una guerra che non muove i russi ad arruolarsi e a prendere le armi contro gli ucraini. Secondo il sito Meduza, Vladimir Putin attende l’autunno per indire una nuova mobilitazione, ma dovrebbe farlo in un momento di difficoltà, con i cittadini che chiedono risposte sulla situazione interna e mentre in russo il termine “mobilizatsia” (mobilizzazione) viene ancora storpiato in “mogilizatsia”, in cui la sostituzione della B con la G crea il neologismo “tombizzazione”. I racconti dal fronte arrivano a Mosca, a Kazan, a San Pietroburgo, a Ufa, rimbalzano sui canali telegram con i volti coperti dei soldati che parlano degli ordini dei loro comandanti spesso sanguinari e insensati, che mostrano i droni di Kyiv volare bassi nella zona grigia, quell’area che si estende fra la linea dell’esercito russo e quella dell’esercito ucraino, in cui è difficile avanzare, se non al prezzo di un numero altissimo di vittime che i comandanti dell’esercito russo sembrano disposti a pagare. 
Spesso i soldati raccontano la situazione a volto coperto, temono le ritorsioni, ma giovedì l’ufficiale Alexander Lunin ha registrato un video con tutte le medaglie appuntate sul petto in cui chiede di essere ricevuto al Cremlino. Parla lentamente, non urla, scandisce ogni parola. Non nei modi, ma nel messaggio, Lunin ricorda Evgeni Prigozhin, il capo e finanziatore delle milizie mercenarie della Wagner che tre anni fa iniziò la sua marcia verso Mosca con l’obiettivo di arrivare da Putin guidando i suoi uomini che, mentre incedevano nel territorio russo, riscuotevano il sostegno della popolazione. Prigozhin era furioso non con Putin ma con l’allora ministro della Difesa Sergei Shoigu e con il capo di stato maggiore Valeri Gerasimov, mostrava loro i corpi dei suoi mercenari ammazzati e urlava: “Dove cazzo sono le munizioni?”, li accusava di corruzione e di sacrificare i figli degli altri mentre i loro vivevano nei lussi. Prigozhin era un sostenitore dell’invasione dell’Ucraina, aveva messo a disposizione i suoi uomini dal principio, quando iniziarono l’occupazione senza insegne militari e si presero la Crimea, poi andarono ad aiutare i sedicenti separatisti nelle regioni di Donetsk e Luhansk. Voleva una guerra senza freni, totale, senza ritirate, con tutta la forza bellica di cui la Russia era capace e sosteneva che con un esercito rotto l’invasione non sarebbe stata possibile. La marcia venne fermata, Prigozhin e i suoi non arrivarono mai a Mosca, lui venne ucciso e la Wagner dissolta. Le sue frasi, le immagini dei cadaveri dei suoi mercenari, la sua rabbia non sono state cancellate, sono rimaste nelle rivendicazioni di molti blogger di guerra e di tanti soldati.
Alexander Lunin oggi ha trentasette anni, iniziò le guerre russe come volontario quando ne aveva diciannove. Nel video lancia un appello a Putin, chiede di essere ricevuto al Cremlino, dove intende andare per raccontare “tutta la verità su ciò che sta accadendo nel nostro paese in questo momento”. Come Prigozhin, salva Putin dalle sue accuse, gli parla come se non fosse responsabile e non sapesse cosa avviene. Anche Prigozhin aveva risparmiato Putin, ma aveva fatto nomi, mostrato i volti dei colpevoli che comunque erano persone volute dal capo del Cremlino. Lunin invece dice di essere stato contatto da alte cariche dell’esercito, di essere un messaggero e di essere stato incaricato di parlare perché in passato proprio Putin aveva guardato uno dei suoi video precedenti, sempre a volto scoperto. Lunin non mostra cadaveri, il video non è girato di notte come quello di Prigozhin, non sbraita, resta in piedi impettito, ma racconta che migliaia di soldati sono stati interrati in fosse comuni e torturati per “essersi rifiutati di seguire ordini stupidi e suicidi” e di consegnare la loro paga ai comandanti. Quest’esercito rotto è lo stesso di cui raccontava Anna Politkovskaja nei suoi libri sulla Cecenia, è lo stesso di ogni guerra, costruito dai collaboratori di Vladimir Putin, mandato ovunque, corrotto e vecchio, ma oggi combatte una guerra contro un paese che ha trasformato la proprio carenza di soldati in un vantaggio tecnologico che Mosca non è interessata a raggiungere. Il Cremlino punta sulla massa, sulla quantità, sulla carne e sul silenzio dei soldati. Lunin dice che quel silenzio non durerà per sempre e se Putin non lo riceverà a Mosca e non gli darà la possibilità di raccontare in diretta televisiva quello che accade, allora l’esercito “rivolgerà le armi contro il Cremlino”.
Lunin non combatte più, la sua guerra adesso sembra un’altra, raccoglie le immagini che gli arrivano dal fronte, vuole mostrarle a una a una al suo capo.
Quando Prigozhin iniziò il suo ammutinamento, l’Ucraina stette a guardare cosa accadeva al di là dal confine, seguì la marcia, che il leader dei mercenari chiamò “della giustizia”, e non intervenne. Ieri il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha annunciato un’operazione “di influenza della durata di quaranta giorni”. Non ha dato altri dettagli. L’Ucraina è più potente rispetto a tre anni fa, quando il marchio Prigozhin iniziava a depositarsi fra lo scontento dell’esercito russo.