Esteri
il piano rischioso •
Rubio incontra Haftar a Washington, Dabaiba trema e diserta il vertice
L'accordo per unificare la Libia è solo rimandato. Il premier teme per il suo ruolo, ma gli americani insistono: invitate Saddam a Tripoli
30 GIU 26

L’incontro fra Saddam Haftar e Marco Rubio
Ieri Saddam Haftar, vicecomandante generale della Libia, ha incontrato a Washington il segretario di stato americano Marco Rubio. Un’ora di vertice in cui però mancavano i rappresentanti della controparte dell’ovest. Il premier Abdulhamid Dabaiba è rimasto a Tripoli, guadagna tempo e, per ora, un accordo per l’unificazione del paese sponsorizzato dagli Stati Uniti è rimandato. Nella capitale libica il clima è teso. Mentre Haftar stringeva la mano a Rubio, in un vertice anticipato dal Foglio la settimana scorsa, a Tripoli decine di capi milizia si sono incontrati per capire cosa fare nel caso in cui l’accordo dovesse concretizzarsi. Per ora prevale la preoccupazione. Ieri sui social libici girava una foto del 2009 con l’allora segretaria di stato americana, Hillary Clinton, che stringeva la mano al figlio di Gheddafi, Mutassim, qualche tempo prima dell’inizio dei bombardamenti americani in Libia. Il messaggio è chiaro: degli Stati Uniti è meglio non fidarsi. (Gambardella segue a pagina tre)
“Dabaiba sa bene che se Saddam dovesse diventare capo delle Forze armate la sua ambizione sarebbe quella di fare come Abdel Fattah al Sisi in Egitto. Finirebbe sotto una pressione crescente da parte delle milizie. Teme di essere arrestato o esiliato lui stesso”, dice al Foglio Tarek Megrisi, dell’European Council on Foreign Relations.
Ma non la pensano tutti così a Tripoli e nemmeno nella stessa famiglia al governo. Ibrahim Dabaiba, nipote del premier Abdulhamid, avrebbe tentato fino all’ultimo di partire per Washington e di incontrare Haftar in presenza di Rubio. “Ibrahim sa che se non ne approfitterà ora difficilmente rientrerà in un altro riassetto istituzionale nel paese”. Il nipote del premier era anche riuscito a ottenere un visto, ma poi ha cercato di ricevere rassicurazioni riguardo alla sua immunità una volta sbarcato negli Stati Uniti, a causa di alcuni precedenti penali, una rassicurazione che gli americani non hanno potuto garantirgli. A Saddam è andata meglio, avendo fatto valere credenziali molto più solide. Senza dubbio per lui è stato prezioso il sostegno assicurato dal Ballard Consulting Group, una società di consulenza americana presieduta da David Ballard, uno dei principali sostenitori e finanziatori di Donald Trump. Come rivelato dal Washington Post a febbraio, Saddam Haftar e suo padre Khalifa hanno sottoscritto un contratto con la società di lobbying del valore di 2 milioni di dollari per migliorare le relazioni con “istituzioni politiche, organizzazioni di ricerca e altri enti coinvolti nello sviluppo o nella discussione della politica statunitense”. A sostegno della candidatura di Saddam alla presidenza della nuova Libia unificata si sono espressi cento membri del Parlamento dell’est di Tobruk e persino Abdelhakim Belhaj, leader di primo piano della rivoluzione anti Gheddafi, ex guida del Consiglio militare di Tripoli, accusato in passato per le sue relazioni con l’estremismo islamico.
Uno dei temi che complica la firma di un accordo in Libia è proprio la presentabilità degli interlocutori. Saddam stesso è atterrato all’aeroporto Dulles di Washington a bordo di un Airbus 319 di proprietà dell’Alushibe Holding, una società controllata da Ahmed Gadalla, un imprenditore vicino agli Haftar e oggetto di una inchiesta del Foglio, confermata a maggio scorso dall’ultimo report del Gruppo di esperti dell’Onu, che lo accusa di traffico di armi e gasolio in Libia. E prima di Saddam, tre giorni fa, era sbarcato a Washington anche Abdulsalam al Zoubi, viceministro della Difesa di Tripoli e comandante della 111esima Brigata, una delle più importanti dell’ovest. Accompagnato da Boulos e assistito a sua volta da un’altra società di consulenza americana, al Zoubi ha visitato il Pentagono e il dipartimento di stato, ma senza incontrare Rubio. L’impressione generale che ne hanno avuto gli americani non è stata eccezionale: “Nessuno sapeva chi fosse esattamente e ci si è resi conto che è solo il capo di una milizia con un curriculum terribile, fatto di violenze e abusi contro i diritti umani”, dicono voci informate. Eppure, al Zoubi resta uno dei pochi attori realmente influenti nell’ovest. Al Foglio risulta che Boulos, una volta fallito il suo piano di siglare un accordo a Washington, avrebbe chiesto a lui di invitare a Tripoli Saddam Haftar. Alla fine, al Zoubi si è rifiutato per paura di fare esplodere la rabbia nella capitale.
Anche se la firma non è arrivata ieri, Boulos non intende demordere e venerdì per la prima volta ha svelato pubblicamente il suo piano nel corso di una intervista all’emittente saudita al Hadath, con l’obiettivo di tranquillizzare i libici. Il consuocero di Trump ha confermato che l’obiettivo è quello di concludere un accordo fra l’est e l’ovest della Libia “a Washington e alla presenza di Trump, ma solo una volta che ci sarà l’intesa fra tutti”. Ha anche assicurato che il piano americano “è complementare” rispetto a quello dell’Onu, che invece punta alle elezioni, e che ogni accordo “sarà frutto del volere dei libici”. Le sue parole però non sono bastate e a Tripoli è forte il timore di assistere a una spartizione del potere calata dall’alto imposta come dato di fatto. “Il vertice di ieri a Washington potrebbe essere il punto di inizio di un negoziato – secondo il ricercatore Jalel Harchaoui – Se gli americani dovessero metterlo alle strette, Dabaiba potrebbe non avere altra scelta se non quella di acconsentire”.
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Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.
