L'eredità di Starmer è un piano per la Difesa da quasi 300 miliardi di sterline. Le voci sulla Nato

Il premier dimissionario annuncia il Defence Investment Plan che porterà la spesa per la Difesa al 3,5% del pil nel 2035. Lo presenterà al vertice Nato di Ankara del 7-8 luglio, ultima vetrina internazionale prima di cedere il passo a Burnham. Intanto il suo nome circola per la guida dell'Alleanza dal 2028

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Il primo ministro britannico Keir Starmer riceve Segretario Generale della NATO Mark Rutte al 10 di Downing Street

Keir Starmer ha presentato ieri il suo ultimo grande atto da primo ministro del Regno Unito: il Defence Investment Plan (Dip), un piano di spesa per riarmare il paese da circa 300 miliardi di sterline in quattro anni. Un commiato che Starmer, parlando al fianco della cancelliera dello Scacchiere Rachel Reeves in uno stabilimento di droni a Maidenhead, nel Berkshire, ha rivendicato come tale: “Lascio il paese in uno stato migliore di come l’ho trovato”.
Eppure quel piano, nelle sue fasi di definizione, è stato anche il convitato di pietra dello strappo di Starmer con due ministri del suo governo. Nella sua prima versione, il Dip era stato giudicato insufficiente e ciò aveva aperto uno scontro durissimo tra la Difesa e il Tesoro, con il governo accusato di non stanziare abbastanza risorse in un momento in cui la sicurezza britannica era considerata a forte rischio sotto la minaccia russa. Così l’11 giugno il ministro della Difesa John Healey si è dimesso (e con lui anche il ministro delle Forze armate Al Carns) perché ha ritenuto insufficiente l’impegno del governo: Healey aveva ottenuto 13,5 miliardi di sterline in più rispetto allo stanziamento iniziale, non abbastanza né per lui né per il capo di stato maggiore della Difesa, che secondo i conservatori avrebbe richiesto 28 miliardi. Il successore di Healey, Dan Jarvis, ha poi ottenuto dal Tesoro un modesto aumento di 1,5 miliardi di sterline, raggiungendo così la cifra totale aggiuntiva di 15 miliardi.
In valore assoluto, la spesa annua per la Difesa passerà a quasi 80 miliardi di sterline entro il 2029, rispetto ai 54 miliardi dell’ultimo governo conservatore. In rapporto al pil, invece, salirà dal 2,5 per cento di oggi al 3,5 per cento nel 2035, ossia in linea con l’obiettivo fissato dalla Nato lo scorso anno al vertice dell’Aia. E, aggiungendo la sicurezza nazionale, il conto totale secondo Starmer arriverà al 4,2 per cento del pil nel 2035. L’esercito, ha promesso il premier dimissionario, diventerà “dieci volte più letale”. Oltre 64 miliardi saranno destinati alla deterrenza nucleare, mentre altri 8,6 miliardi andranno ai caccia di nuova generazione che Londra sta costruendo insieme all’Italia e al Giappone. “Queste sono le capacità pesanti che la Russia teme”, ha detto alla Bbc John Foreman, ex capitano della Royal Navy.
Il coro di chi giudica il piano insufficiente si è però levato da ogni parte. Il presidente della commissione Difesa, il laburista Tan Dhesi, ha rimproverato al governo di non aver indicato un percorso chiaro verso il 3 per cento del pil e di aver rinviato gran parte della spesa oltre il 2030. “15 miliardi? Appena la metà di quanto serve”, ha invece detto ieri alla Camera dei Comuni il ministro ombra della Difesa, il conservatore James Cartlidge. Anche Healey è tornato alla carica in Aula: con questo piano, ha ricordato l’ex ministro, nel 2030 (l’anno in cui, secondo la Nato, i suoi membri potrebbero subire un attacco russo) il Regno Unito spenderà ancora soltanto il 2,7 per cento del pil per la difesa. Persino l’attuale ministro Jarvis ha ammesso in aula che “bisogna fare di più”, rimandando nuove risorse alla prossima revisione di spesa. Starmer, dal canto suo, in mattinata aveva già respinto in anticipo le critiche: “Qualunque sia la cifra, ci sarà sempre qualcuno pronto a dire che non basta”, e ha difeso quello che ha definito “il più grande aumento della spesa militare dalla fine della Guerra fredda”.
La cornice politica che Starmer ha dato al Dip infine chiude il cerchio e fornisce qualche indizio sul suo futuro. Secondo quanto ricostruito dall’Observer, il premier starebbe pensando alla guida della Nato per il 2028, quando il mandato dell’attuale segretario generale Mark Rutte scadrà. Il premier, anche con il Dip, spinge per una Nato a guida più europea, in cui sia questa sponda dell’Atlantico a farsi carico di una quota maggiore della difesa comune, finora poggiata soprattutto sulle spalle americane. Tra i suoi punti di forza, scrive l’Observer, ci sono l’autorevolezza mostrata al G7 e il rapporto con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Ed è proprio sulla sicurezza europea che, da primo ministro, ha dato forse il meglio di sé: ha guidato la coalizione dei volenterosi, i paesi che si sono impegnati a sostenere militarmente Kyiv, e ancora ieri ha ribadito che “è il momento di aumentare la pressione” su Mosca. Rutte ha commentato il piano come “un buon passo avanti”, e si è detto fiducioso che anche il probabile successore Andy Burnham manterrà gli impegni di spesa. Rimane così l’ultima vetrina internazionale al vertice Nato del 7 e 8 luglio ad Ankara prima di cedere il posto a Burnham, quando Starmer presenterà agli alleati il suo piano per la Difesa.