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Ambientalismo Nimby e ingerenze straniere. Il caso iberico
La transizione energetica di Lisbona e Madrid procede tra diverse ombre, dai sospetti di ingerenze straniere alla contestata costruzione di data center
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Un impianto eolico a Nazaré, Portogallo (Foto Getty)
Nel 2023 una delle grandi battaglie dell’ambientalismo portoghese riguardava la protezione di circa 1.500 querce da sughero che la grande compagnia elettrica nazionale, la Edp, si accingeva ad abbattere. Un quotidiano portoghese come Público, piuttosto sensibile alla tematica ambientale, mandò due giornalisti da quelle parti, nella provincia di Sines, e scoprì addirittura che molte di quelle querce erano già cadute o erano comunque malate. In cambio, la Edp si impegnava a ripiantare circa 40 mila di quegli alberi in un paese che ne ha comunque 35 milioni, e tutto ciò per far posto a un parco eolico in una zona strategica, vicino all’importante porto di Sines, nella cui area industriale stava per sorgere, fra l’altro, un grande data center, ossia una di quelle infrastrutture che hanno bisogno di enormi quantità di energia (perciò è importante che sia energia verde) per alimentare attività fondamentali in questo futuro ormai già presente, dall’IA alle serie Netflix su cui teniamo moltissimo a mostrarci sempre aggiornati. Mentre la polemica infuriava, ci si misero anche i pubblici ministeri. La famosa Operazione Influencer, che il 7 novembre di quell’anno fece cadere il governo di António Costa, indagava appunto su presunte irregolarità negli appalti di quel data center e della miniera di litio di Boticas, progetto a sua volta fondamentale per la produzione di batterie per auto elettriche, fortemente osteggiato da sindaci e popolazioni locali.
Malgrado, dopo lo scandalo giudiziario (cui è seguito un parziale crollo delle accuse e finora il silenzio), il paesaggio politico portoghese, quello sì, sia molto cambiato, oggi va avanti tanto la costruzione del data center come quella della miniera di litio, garantendo entrambe, per decisione dello stesso governo, la protezione di un raro tipo di erica a Sines (Erica ciliaris) e il rispetto dei tempi di riproduzione del lupo iberico a Boticas. Tutto ciò in un paese che nel 2021 ha chiuso la sua ultima centrale a carbone ed è fortemente impegnato nella transizione ecologica.
Stesso discorso per la Spagna. Alcune voci critiche accusano Madrid di aver premuto troppo sull’acceleratore delle rinnovabili, fino al punto di provocare il grande blackout del 28 aprile 2025. E’ notizia di queste ore, riportata dal quotidiano El Confidencial, che i servizi segreti spagnoli starebbero indagando attorno a ipotetiche influenze straniere sui movimenti ambientalisti locali che ostacolano progetti minerari considerati strategici non solo da Bruxelles e Madrid, ma anche dalle altre capitali delle varie comunità autonome regionali. Secondo quanto riporta il giornale, “fonti dei servizi di intelligence dello stato sostengono che alcuni gruppi di influenza legati a interessi stranieri, in particolare alla Cina e, in misura minore, alla Russia, potrebbero cercare di alimentare le polemiche sull’impatto ambientale di alcuni impianti o di incoraggiare l’opposizione locale ricorrendo ad argomenti di natura socioeconomica”.
Niente di preciso, finora, ma il movente delle potenze straniere sarebbe quello di ritardare la corsa europea all’autonomia energetica. Proprio come il Portogallo (i minerali non conoscono frontiere politico-amministrative), anche la Spagna è ricca in litio. Solo il progetto minerario di Las Navas, in Estremadura, prevede di produrre circa 30 mila tonnellate annue di idrossido di litio per trent’anni, una capacità ritenuta sufficiente a rifornire l’equivalente di 2,5 milioni di veicoli elettrici all’anno. E in Spagna sono in ballo anche iniziative analoghe relative a tungsteno, rame, nichel, cobalto e metalli del gruppo del platino.
Certo, il sospetto di ingerenze straniere e di multinazionali ciniche è lo stesso che spesso muove anche i movimenti di opposizione locale ai grandi progetti industriali, quindi è bene non farsi trascinare da deliranti ipotesi complottarde. Finora le fonti consultate sottolineano che le indagini non partono dal presupposto che le mobilitazioni popolari rispondano a interessi stranieri. Il punto di partenza è solo la necessità di escludere anche le possibili ingerenze straniere. Per cinesi e russi, insomma, resta in piedi la presunzione d’innocenza. Quanto alle popolazioni locali, pensando alle querce sane portoghesi che sostituiranno quelle malate (un po’ come gli ulivi del Salento ripiantati per far posto al Tap, che alla fine sono risultati gli unici scampati alla Xylella), resta il ragionevole dubbio che siano capaci di farsi male da sé.