L’isolamento, l’eccezionalità, il vittimismo, la resistenza. Qualche anno dopo il suo arrivo al Cremlino, dopo aver fomentato l’idea di una Russia pronta a parlare con l’occidente, aperta e affidabile, Vladimir Putin ha iniziato a creare internamente lo strazio di un paese vittima di torti storici, che sempre ha dovuto combattere contro tutti, guardarsi da ogni lato, nonostante i grandi sacrifici e la generosità in difesa, soprattutto, degli occidentali. Anche la guerra contro l’Ucraina è raccontata come un male necessario, l’effetto delle tante opportunità date da Mosca a Kyiv e corrisposte con voltafaccia e tradimenti. Putin presenta il conflitto come una lotta della Russia sola contro tutti, ma l’invasione dell’Ucraina ha beneficiato del sostegno di almeno cinque paesi: Bielorussia, Corea del nord, Repubblica islamica dell’Iran, Cina e ora un’assistenza interessata indiana.
I danni sono stati rilevati soprattutto in un’unità dell’impianto e le perdite aumenteranno la necessità di Mosca di importare carburante dall’esterno, una contraddizione per un paese che basa gran parte della sua economia sulle esportazioni di energia, ma che ora con le code ai rifornimenti di benzina, i depositi vuoti, le raffinerie in fiamme, se vuole continuare a produrre e a viaggiare deve chiedere aiuto ad altri. E alla sua chiamata, è arrivata in soccorso l’India con almeno sessantamila tonnellate di carburante spedite via mare. La cifra non può soddisfare i bisogni russi, sono una consolazione piccola, ma per gli esportatori indiani è un buon affare e Mosca ha comunque trovato un modo per essere assistita, anche se non completamente.
La guerra russa si regge sugli aiuti di paesi alleati. Senza il territorio concesso dalla Bielorussia ai mezzi e agli uomini di Mosca, l’esercito russo non avrebbe potuto far partire la sua invasione dal nord dell’Ucraina, avrebbe un fronte in meno da cui combattere e minacciare. L’Ucraina è convinta che una nuova invasione da nord sia possibile, per questo ha fortificato la frontiera per rallentare l’eventuale avanzata russa il più possibile. L’unico modo per scongiurare il pericolo sarebbe costringere il dittatore bielorusso, Aljaksandr Lukashenka, a cacciare i russi dal suo territorio. Ma essendo dipendente dal Cremlino, nonostante tema sempre di più gli ucraini, Lukashenka non ha alcun potere di mettere in chiaro con i russi che il territorio di Minsk non lo gestisce Mosca.
Un attacco come quello avvenuto ieri contro tutto il territorio dell’Ucraina non sarebbe mai stato possibile senza la Repubblica islamica dell’Iran, che è stata la prima a fornire armi alla Russia, cedendo a Putin inizialmente un gran numero di droni Shahed e poi la tecnologia per fabbricarli. I russi hanno costruito una fabbrica enorme, nella Repubblica del Tatarstan, in cui giorno e notte vengono prodotti e potenziati i droni sul modello iraniano, che in russo sono stati ribattezzati Geran, geranio. Mosca ha unito alle competenze iraniane anche la tecnologia che è riuscita a rubare dai droni di Kyiv e ha arricchito il suo arsenale con un numero massiccio di droni, che vengono scagliati in sciami per colpire l’Ucraina, che tormentano le zone di confine con il loro ronzio, si muovono rapidi e soprattutto in gran numero: è la quantità a fare la differenza, anche se l’Ucraina ha trovato il modo di abbatterne la maggior parte.
Mentre l’Ucraina combatte da sola, a parte i soldati stranieri che si uniscono agli ucraini ma come volontari, la Russia ha potuto contare anche sul capitale umano mandato da governi esteri, soprattutto dalla Corea del nord per liberare la regione russa di Kursk, in cui Kyiv aveva iniziato ad avanzare nel 2024. Il dittatore nordcoreano Kim Yong Un aveva offerto i suoi soldati a Putin anche per fare in modo che il suo esercito si arricchisse di esperienze sul campo, ma per i nordcoreani che mai avevano combattuto, non conoscevano il territorio russo e si ritrovavano a prendere ordini dai soldati russi è stato un massacro: secondo l’intelligence ucraina ne sono morti circa duemila, lanciati all’assalto come carne da macello. La partecipazione di Pyongyang alla guerra russa ha permesso a Putin di riprendersi il Kursk, risparmiando i suoi soldati e ritardando il momento, probabilmente ora molto vicino, di una nuova mobilitazione parziale in Russia. L’esercito russo ha dimostrato di essere molto arretrato sotto diversi punti di vista e anche sull’addestramento ha potuto contare su un alleato: la Cina. L’agenzia Reuters ha visionato un documento russo che reca la firma del ministro della Difesa Andrei Belousov in cui si autorizza l’addestramento delle forze russe in Cina, presso le strutture dell’esercito popolare di liberazione. Il documento è la conferma di una notizia già uscita ma ora arricchita da prove, come immagini degli addestramenti che hanno riguardato ambiti di guerra radiologica, biologica e chimica.
Questi paesi vedono l’aiuto a Mosca come un investimento e, Bielorussia a parte, sono anche regimi con guerre in atto o in preparazione. Mosca la guerra la sta facendo, può dare molto, anche dal punto di vista dell’intelligence. Per esempio, i droni russi che hanno sorvolato i cieli europei in questi mesi non servivano soltanto a testare la reattività delle nostre difese aeree, ma servivano a mappare, a studiare, a spiare. La maggior parte non è stata abbattuta, è tornata indietro con un gran bagaglio di informazioni.