E tu, che tipo di americano sei? Alcuni frammenti di una storia che dura da 250 anni

Questa domanda paranoica è la didascalia alla fotografia dell’America di oggi, deformata dalla caccia brutale agli immigrati e dalla violenza di agenti con licenza di uccidere che scovano “alieni” nelle cucine e sparano ad altezza uomo (e donna). Quand’è che questa nazione ha smesso di essere rifugio per chi va in cerca della libertà? 

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Questo articolo è stato pubblicato sul Foglio Review n 48, in edicola dall'ultimo sabato di gennaio 2026
Che tipo di americano sei?, chiede il soldato psicopatico di Civil War con il fucile in mano e gli occhialetti rosa, di fianco a una fossa comune, e dopo aver sparato a un americano non bianco. Questa frase – che tipo di americano sei? – è la didascalia alla fotografia dell’America di questo secolo, nella quale la politica identitaria ha fatto tutto il giro e da lotta contro la discriminazione è diventata caccia al diverso: che tipo di americano sei, bianco, nero, marrone, giallo, rosso?
La ricerca dell’americano puro è forse la deformazione più spettacolare dell’America che compie 250 anni, un paese nato dall’unione – violentissima – di popoli diversi, che si è dotato di una Costituzione in cui sono la felicità e la libertà i valori fondanti, non certo un’irrecuperabile identità delle origini, semmai una identità americana da costruire insieme, da quel 4 luglio del 1776 in poi.
Il 3 aprile del 1968, a Memphis, in Tennessee, Martin Luther King tenne quello che sarebbe stato il suo ultimo discorso – il giorno successivo un colpo di fucile lo avrebbe colpito in testa, uccidendolo sul balcone del motel dove alloggiava: erano passati quasi cinque anni dal suo famosissimo I have a dream e il suo movimento e la sua leadership stavano perdendo forza. In una conversazione privata registrata dall’Fbi, King aveva detto a uno dei suoi collaboratori che gli sembrava che non ci fosse più nessuno all’ascolto. A sua moglie Colette aveva confidato di essere stanco, non voleva più arringare le folle, non aveva più risposte: non voleva nemmeno andare a Memphis, dove era in corso lo sciopero dei netturbini, e di certo non voleva parlare. Poi lo fece, a braccio, esausto, con gli occhi umidi, e disse: «Se vivessi in Cina o in Russia o in qualsiasi paese totalitario, forse potrei comprendere alcune delle intimidazioni in corso.
Forse potrei comprendere la negazione di alcuni privilegi concessi dal Primo emendamento, perché nessuno in quei posti si è mai impegnato a portare avanti questi princìpi. Ma da qualche parte ho letto della libertà di assemblea. Da qualche parte ho letto della libertà di parola. Da qualche parte ho letto della libertà di stampa. Da qualche parte ho letto che la grandezza dell’America è il diritto di protestare per ciò che è giusto. E come ho appena detto non saranno i cani o gli idranti a fermarci, e non lo saranno nemmeno i provvedimenti ingiuntivi: continueremo». King disse: «Da qualche parte ho letto», somewhere I read, quel somewhere era la Costituzione americana, e come scrive Jonathan Eig nella splendida (e premiata con il Pulitzer) biografia King: a Life, potrebbe certamente trattarsi di una scelta retorica, ma è più probabile che King volesse sottolineare che questi valori erano così ovvi, così radicati, che non ci fosse nemmeno bisogno di citare la fonte. In un articolo recente Eig scrive: «Decenni più tardi, l’eredità di King ha creato un mondo in cui quei diritti sono incastonati nei nostri cuori e nel nostro istinto quanto nella nostra Costituzione, in larga parte perché King sublimò il ruolo delle proteste non violente nella democrazia americana. Molti di noi oggi non hanno bisogno di leggere questi diritti per sapere che esistono: sono nell’aria che respiriamo».
Oggi a Minneapolis si respira un’aria senza libertà né diritti e non c’è niente dell’eredità di King: il colore della pelle è il modo per definire che tipo di americano si è; brutalità e violenza sono la politica di sicurezza; le proteste pacifiche non sono permesse. Gli agenti dell’Ice, l’Immigration and Customs Enforcement che controlla frontiere e immigrazione, sono ovunque, hanno il permesso di agire a volto coperto, hanno regole di ingaggio ampliate, entrano negli uffici, negli ospedali, nelle scuole, nelle cucine, vanno a caccia degli “alieni”, gli immigrati irregolari, ma le maglie della loro rete sono talmente grandi che ci finisce anche chi non dovrebbe. Questa agenzia è il fulcro della politica dell’Amministrazione Trump per fermare “l’invasione” dei clandestini: secondo i dati federali, nell’ultimo anno sono state deportate 230 mila persone, arrestate all’interno del paese, e altre 270 mila sono state fermate alla frontiera sud. Ma se si guardano i numeri complessivi delle deportazioni, si vede che sono più bassi rispetto a quelli dei due anni precedenti con il governo di Joe Biden: è il numero degli arresti all’interno dell’America a essere da record (già ora è superiore al totale registrato durante i quattro anni di Amministrazione Biden) e soprattutto come vengono fatti questi arresti.
All’inizio del 2026, il 7 gennaio, l’agente dell’Ice Jonathan Ross ha ammazzato, con tre colpi di pistola, Renee Good, una madre di 37 anni che aveva parcheggiato la sua automobile su una strada in cui avrebbero dovuto passare i veicoli dell’Ice che stavano facendo le loro ronde quotidiane a Minneapolis – l’Ice ha degli obiettivi mensili di arresti da fare, è per questo che le maglie sono tanto larghe, è per questo che il personale dell’agenzia è cresciuto a dismisura, è per questo che la formazione professionale, inversamente proporzionale al gigantismo voluto dall’Amministrazione, è crollata e gli incidenti si moltiplicano. Ho guardato e riguardato il video dell’omicidio di Renee da tutte le angolazioni che sono emerse e non ce n’è una che giustifichi la versione del governo che ha dichiarato che Ross ha agito per legittima difesa in quanto la donna aveva «reso la sua auto un’arma», cioè aveva cercato di investire l’agente. Renee Good stava andando via: c’erano due uomini armati attorno a lei che le urlavano di scendere dall’auto e che cercavano di aprire la portiera, e c’era un terzo, Ross appunto, che era andato al furgoncino per prendere la sua arma e stava tornando. Lei voleva scappare, si muoveva lenta con l’auto e il volante era girato dalla parte opposta rispetto agli agenti, ed è presumibile che temesse di essere arrestata perché, come molti altri, compresa sua moglie che stava riprendendo con lo smartphone, faceva parte dei cosiddetti Ice watchers, attivisti, volontari e cittadini che sorvegliano le attività dell’Agenzia – secondo il governo le ostruiscono. Ross si può essere spaventato, ma tre colpi di pistola sparati a una donna disarmata attraverso il finestrino dell’auto commentati poi con il limpido «fucking bitch» che si sente in tutti i filmati possono forse essere una difesa, ma non certo legittima e sicuramente sproporzionata. Ma il governo ha scelto la strada dell’impunità per gli agenti dell’Ice, e dell’accanimento su Minneapolis e sui watchers, tanto da voler mandare ulteriori rinforzi.
Nelle manifestazioni di protesta contro l’omicidio di Renee Good e contro il potere abnorme e sfacciato dell’Ice, ci sono molti americani di tipo bianco, americani che hanno votato per Donald Trump, americani che hanno in parte collaborato con le forze dell’ordine per segnalare la presenza di immigrati clandestini e che hanno denunciato la malagestione della città di Minneapolis (e dell’intero stato del Minnesota) da parte dei leader del Partito democratico. Scendono nelle strade ghiacciate con la bandiera americana in mano, dicono agli agenti di andarsene, dicono che l’America non si protegge – né si fa diventare più grande – con la violenza gratuita delle forze dell’ordine e con la caccia indiscriminata allo straniero. Conservano quell’istinto alla libertà di parola, di pensiero, di movimento, di protesta di cui hanno letto «da qualche parte»: non si sentono eroi, non si sentono i sostituti delle forze dell’ordine, ripetono «siamo in America!» con gli occhi spalancati di chi non riconosce più l’aria che respira.
Questa non è soltanto una storia di una lotta all’immigrazione andata fuori controllo né di un’Amministrazione che ha deciso di militarizzare le strade americane chiedendo ai cittadini di fare delazione contro gli “alieni”. Thomas Jefferson ha scritto nel suo Summary View of the Rights of British America che coloro che sono disposti a intraprendere il viaggio verso l’America «possiedono il diritto, che la natura ha dato a tutti gli uomini, di lasciare il paese in cui il caso, non una scelta, li ha fatti vivere»: in queste parole è racchiuso il senso originario di una nazione che voleva essere il rifugio di chi scappava dai propri paesi, e che anzi aveva tutta l’intenzione di esercitare la propria capacità di attrazione e di fiorire proprio grazie a chi sceglieva di vivere negli Stati Uniti d’America. C’era allora quel misto di romanticismo e ingenuità che spesso abbiamo rinfacciato agli americani, soprattutto quando sono diventati una superpotenza non certo refrattaria all’utilizzo della violenza, ma davvero l’America è stata rifugio e protezione – non siamo forse noi europei i primi a saperlo? – e davvero la sua capacità di attrazione, fatta di benessere, opportunità e libertà, ha permesso al paese di fiorire. Questo non significa che chi vuole andare in America abbia il diritto di farlo, ma non significa neppure che si debba rispondere alla domanda di un soldato con il fucile in mano: tu, che tipo di americano sei?, correndo l’enorme rischio di non avere la risposta che gli va bene.
È mai stata tanto male, l’America? Ken Burns, il regista del monumentale documentario pubblicato dalla Pbs sui 250 anni dalla dichiarazione d’Indipendenza, The American Revolution, ha ripetuto in tutte le interviste che ha dato: non avete idea, e non ce l’avevo nemmeno io prima di questo progetto, che l’America è una nazione sopravvissuta. È stata sul punto di dividersi, di spaccarsi, di implodere, di chiudersi al resto del mondo (e quindi soffocare) più e più volte nella sua storia, ma poi si è salvata. Burns non crede che siamo alla fine della storia dell’America come l’abbiamo sempre conosciuta e il suo documentario si inserisce in un nuovo filone che potremmo chiamare: tutte le volte che l’America sembrava spacciata e non lo era. Anche Breakdown: 1975 di Morgan Neville, che si vede su Netflix, vuole dare lo stesso messaggio: c’erano le proteste, il fallimento in Vietnam, il Watergate, la violenza politica, la crisi energetica, eppure la cultura americana, grazie a Hollywood, attuò una rivoluzione in quel 1975 e dintorni che ci ha cambiati tutti per sempre.
I festeggiamenti per il 250esimo compleanno dell’America sono già iniziati, l’obelisco dedicato a George Washington si è illuminato con alcune immagini della storia americana per sei giorni all’inizio di gennaio. C’era anche la parola freedom per tutta la lunghezza del monumento, seguita dal numero 250: Freedom 250 è l’organizzazione creata da Donald Trump che gestirà le principali celebrazioni per la festa americana. Il Congresso ne ha lanciata un’altra, di organizzazione, si chiama America 250, e avrebbe dovuto essere quella ufficiale dell’Amministrazione. Ma con Trump nulla funziona più come prima, nulla è più unito e unificato, e chissà cosa pensa lui quando vede quel freedom gigante sul simbolo di Washington, la parola dell’America com’è stata finora.