I "Libri neri" nei campi di prigionia di Mosca

Cosa si può leggere in cella se si è un prigioniero di guerra ucraino. Titoli, storia e propaganda

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Il tempo in prigionia non finisce mai, gli ucraini nei campi di detenzione russi raccontano che è scandito dal vuoto, dalle urla, dalle sevizie delle guardie che entrano in cella gridando, ordinando, malmenando. Alcuni campi sono più feroci di altri, come quello di Taganrog, nella regione di Rostov. A Taganrog sono stati deportati almeno cinquecento ucraini, chi è sopravvissuto ha raccontato che all’arrivo era stato sottoposto al rito dell’“invito”: passare attraverso un corridoio ai cui lati sono disposti circa settanta soldati russi armati di mazze di vario materiale, pronti a colpire gli ucraini costretti a camminare per quel tunnel disumano. Chi cade a terra è finito, perduto, rischia di non rialzarsi più. Nei vari campi si deve parlare russo, si deve cantare in russo. L’accento dolce ucraino viene punito con le botte. In ogni campo, le autorità carcerarie vogliono che gli ucraini rinuncino a essere ucraini, devono diventare russi, per questo chi ha fatto ritorno viene accolto con una bandiera ucraina adagiata sulle spalle come fosse un abbraccio: è una restituzione, l’ex prigioniero viene restituito alla sua terra e la sua terra con la sua lingua, i suoi colori, le sue tradizioni, viene restituita all’ex prigioniero. In alcuni casi, si rimane dentro prigionieri per sempre, qualcosa resta nel gulag. I campi di detenzione impongono torture fisiche e mentali, di alcune sono i russi stessi a parlare apertamente. Per esempio, in alcuni campi si legge. Vengono distribuiti libri ai prigionieri non per permettere loro di passare il tempo, avere sollievo e conforto dalla lettura, ma per ricevere la russificazione vergata non dalle percosse ma dalla propaganda.
Michail Mjagov è il direttore della Società storica militare russa, si occupa, fra le altre cose, della comunicazione di contenuti che hanno a che fare con l’“operazione militare speciale” contro l’Ucraina. Qualche settimana fa è intervenuto a un convegno intitolato: “22 giugno 1941, la battaglia per la verità e contro la distorsione della storia”. La data fa riferimento all’inizio dell’Operazione Barbarossa, quando la Germania nazista invase l’alleata Unione sovietica. Stalin non volle credere neppure alle spie che lo informavano delle intenzioni di Adolf Hitler, tanto si fidava del suo alleato nazista che non si preparò e l’Armata rossa iniziò la sua difesa totalmente colta alla sprovvista.
Da quel 22 giugno, il termine “nazista” ha iniziato ad assumere un significato diverso per il regime sovietico, ora riesumato da Vladimir Putin e assimilabile a qualcosa di peggio di un traditore. Mjagov ha raccontato ai partecipanti al convegno che nei campi di detenzione vengono dati agli ucraini dei libri stampati dalla Società militare russa che riguardano il nazionalista ucraino Stepan Bandera e il passato dell’Ucraina. Sui testi, i prigionieri vengono anche interrogati, devono sapere cosa contengono, rispondere correttamente. I volumi più diffusi vengono dalla collana “Chernye knigi”, Libri neri, concepita come dei “corsi brevi” su temi ideologici e storici. Fra i titoli: “Un breve corso sulla russofobia polacca”, argomento al quale le autorità russe hanno anche dedicato una mostra sul luogo del massacro di Katyn, dove i sovietici uccisero ventiduemila prigionieri di guerra polacchi nel 1943; “La storia della russofobia baltica” e altri sulla “questione ucraina”. Anche il manuale dell’ex ministro della Cultura russo Vladimir Medinskij, che costituisce la base dello studio della storia nelle scuole russe, è molto diffuso nei campi di detenzione. Medinskij è anche il capo negoziatore della parte russa durante i colloqui con gli ucraini, noto per avere aperto i pochi incontri che si sono tenuti finora con lunghe lezioni sulle “cause profonde della guerra”.
Mentre nelle celle degli ucraini viene distribuita la propaganda del Cremlino in forma di libro, a Kyiv i libri vengono distrutti dagli attacchi di Mosca. Nell’ultimo bombardamento contro la capitale ucraina è stato colpito un magazzino che conteneva 800 mila volumi della casa editrice BookChef. Sono stati distrutti, dati alle fiamme, inceneriti, anneriti. Libri ormai neri anche loro, l’unico colore ammesso. Laddove Mosca non può distribuire i suoi volumi, distrugge quelli degli altri.