Esteri
250 anni di America •
Oltre le ferite dell'America, su un pickup rosso
Molte ore passate nei bar americani, dove c'è sempre la musica, ma non è di sottofondo, è sintesi di un luogo e di un momento. A Ocean Springs c'è un jukebox, non di quelli vintage: ognuno può mettere una canzone. È qui che tutti iniziano a cantare Dinosaur, e il country diventa specchio, racconto, pure speranza: c'è nell’aria voglia di fare pace, dopo tante liti
4 LUG 26

Una persona indossa una maglietta che ricordano i colori della bandiera degli Stati Uniti, a Louisville in occasione della festa del 4 luglio - foto LaPresse
Questo articolo è stato pubblicato sul Foglio Review n 51, in edicola dall'ultimo sabato di aprile 2026
Nelle ultime settimane, durante un lungo viaggio in macchina da nord a sud degli Stati Uniti, ho trascorso molte ore nei bar americani, che non sono considerati patrimonio culturale intangibile come i pub inglesi, ma dovrebbero esserlo. Con i loro schermi piatti che proiettano le partite di sport diversi a tutte le ore, le persone sempre ben disposte a parlarti, e i baristi che non ti chiedono se va tutto bene o se vuoi qualcos'altro – come fanno invece incessantemente i camerieri con il caffè e con i piatti al ristorante, in un ciclo continuo di cortesia, mance, consumo e tavoli che girano al ritmo di quaranta minuti a drink.
Nel bar c'è quiete. Se accettano solo contanti, come a volte accade, c'è un bancomat all'interno. Non so se mi ricordo il pin, ho detto a un barista a New York dopo aver già finito la prima consumazione. Se non te lo ricordi, questa l'ha offerta la casa. Ma me lo ricordavo, e sono tornata al banco con una pila di banconote, incantata dalla possibilità di poter restare lì per sempre. Posso prenderne un'altra, ho detto sventolando i miei dollari. È una bella sensazione, vero – mi ha detto lui, serio (i contanti, l'alcol, non uscire più, tutto). Stupenda, ho detto io. Gli schermi sono muti, perché c'è sempre la musica nei bar americani. Non la musica di sottofondo che diventa solo rumore, quella musica che rende i nostri locali omogenei e vagamente scomodi, come fossimo anche lì solo di passaggio. C'è sempre una musica che in qualche modo ha senso per il luogo: a New York, in Virginia, Tennessee, Alabama, Mississippi, Louisiana, gli stati che ho attraversato a bordo di un alto pickup rosso, non c'è la stessa musica, la senti cambiare più del paesaggio. Nemmeno lo sport è solo di sottofondo, c'è sempre qualcuno che lo guarda, ma senza fare tante scene. Ah, mi sa che è andata, ha detto il mio vicino di una partita di hockey che era 92. Eh sì, ha detto il barista asciugando un bicchiere.
Quasi alla fine di un viaggio che era cominciato a nord, da New York al New Jersey a Washington Dc e poi in macchina attraverso la Virginia, il Tennessee – a Bristol e Nashville – l'Alabama – Birmingham, Fairhope, sono arrivata a Ocean Springs, una cittadina a sud dello stato del Mississippi. Si trova nella piccola parte che affaccia sul mare – il Golfo del Messico, dove ora su Google è scritto tra parentesi: (Gulf of America). Nel bar di Ocean Springs, nel sud profondo, non ci sono gli schermi piatti, ma c'è il jukebox, come in molti bar americani. Sono tutti dello stesso tipo, touch screen sottili con le stesse istruzioni. Non i jukebox vintage tenuti per bellezza da qualche parte ma degli oggetti che del jukebox hanno conservato la vera funzione, e cioè la gente li usa per mettere una canzone. Questo di Ocean Spring è un bar molto diverso da quello del Meatpacking district, la zona di Manhattan tra Chelsea e West Village in cui avevo prelevato i contanti. Qui i dollari sono appesi al soffitto, pendono dal cielo come piccoli pesci verdi.
Dietro al bancone c'è una donna bionda più o meno della mia età, con l'accento del sud. Mi chiede se voglio un'altra Corona quando mancano un paio di sorsi della prima. Il primo turno di clienti esce e rimangono solo un paio di persone, due uomini che rimarranno lì tutta la sera, l'unico tipo di clienti di cui puoi prevedere il comportamento in qualsiasi parte del mondo. Per un periodo che sembra molto lungo, il bar rimane in silenzio, e cioè senza musica. Poi entra un uomo sulla cinquantina, un uomo attraente con un bel taglio di capelli e un rotolo di sacchi della spazzatura in mano. La faccia della donna dietro il bancone si illumina, e si illuminano anche quelle dei due clienti. Si siede vicino a uno dei due uomini, gli offre una birra. L'altro seduto lì non vedeva l'ora di raccontargli qualcosa, se lo contendono, quest'uomo fa spostare l'energia del locale. E infatti comincia a entrare altra gente, altri gruppi. Uno fa tintinnare la sua bottiglia di birra con la mia. Grazie dell'ospitalità mi dice, completamente a caso, o forse ho l'aria di qualcuno che è qui da tanto, come in effetti sono. L'uomo attraente si alza e mette una canzone al jukebox. Un paio di giri di chitarra country, poi tutto il bar inizia a cantare:
Hey man them ain’t high heeled sneakers And they sure don’t look like cowboy boots
And that ain’t rock and roll you’re playin’
And it sure ain’t country or rhythm and blues
Quelle non sembrano scarpe da ginnastica e di certo non sono stivali da cowboy. E quello che suoni non è rock e di sicuro non è country. Il ritornello, in coro:
‘Cause you see I’m a di-ii-nosaur
I should’ve died a looong time before
Have pity on a di-ii-nosaur hand me my hat
Excuse me man, but where’s the door?
Dinosaur è una canzone country di Hank Williams Jr. del 1980. Parla di essere troppo vecchi per poter apprezzare la modernità, e parla di come la modernità fa schifo ed era tutto meglio prima. La musica moderna che non è abbastanza country, e i cantanti troppo gay che parlano di fare l'amore con i loro batteristi. Le persone che cantano nel bar sono di tutte le età, anche giovani, ma sembrano condividere quello spirito essenziale della canzone che non è tanto detestare Donna Summer, quanto sentire che il proprio mondo è finito e che tutto sta cambiando o si sta estinguendo. Hank Williams Jr. è figlio di una star della musica country, Hank Williams, attivo negli anni Trenta – quando il genere ha avuto il suo primo momento d'oro – e morto a ventinove anni poco dopo la guerra. In quel periodo c'è stato il "big bang della musica country", l'inizio di tutto, con la registrazione delle Bristol Sessions nel 1927. Erano le prime registrazioni commerciali di questo tipo di musica, che in realtà si suonava quasi dall'origine. Una musica nata dal mix delle ballate angloirlandesi, portate nella zona dai primi coloni, e della musica nera, e in seguito influenzata anche da quello che arrivava dall'ovest (il look da cowboy, le frange). Prima veniva chiamata "hillbilly music", un termine dispregiativo usato ancora oggi per definire gli abitanti di quella zona, le montagne degli Appalachi. Una zona che non è proprio definita dalla catena montuosa, è più una "regione culturale", che comprende tante contee di stati diversi, ma che non si può identificare con il confine degli stati (l'unico che rientra completamente negli Appalachi è il West Virginia).
È una linea che va in verticale dal sud della Pennsylvania al nord dell'Alabama e Mississippi, quindi all'interno del paese rispetto alla costa est. A ovest include pezzi di Ohio, Kentucky e Tennessee, a est i pezzi più interni di Virginia, North e South Carolina, Georgia. È una regione più povera e storicamente isolata: già nell'Ottocento si è cominciato a creare il "mito" degli hillbilly, popolazione che gli scrittori di viaggio descrivevano come peculiare e barbarica. Uno dei primi film muti, The moonshiner, del 1904, parla proprio di questo stereotipo – il moonshine è il liquore fatto in casa. Forse già nel 1800 questo era appunto soprattutto un mito. Ma gli studiosi di folklore notarono che alcune ballate inglesi e scozzesi che erano andate perdute in Inghilterra si erano invece tramandate fedelmente in quella zona e iniziarono a trascriverle. Molte avevano a che fare con l'uccisione di donne dal punto di vista maschile, le murder ballads, storie raccontate dagli uomini di come avevano buttato una donna nel fiume – alcune le ha rivisitate Dolly Parton, come racconta il podcast Dolly Parton's America, e lo stesso hanno fatto le Dixie Chicks – ora The Chicks – per esempio nel pezzo Goodbye Earl.
Sulla strada mi sono fermata a Bristol, la città delle prime registrazioni country. È vicino alle Smoky Mountains, che sono spesso citate da Dolly Parton – infatti nella zona c'è anche Dollywood, il parco a tema dell'artista che forse meglio è riuscita a impacchettare e vendere, assieme alle canzoni, l'anima hillbilly. Bristol è una bella cittadina che fa passare qualsiasi tentazione di liquidare la "small town America" come un posto sgradevole pieno di gente dalla visione ristretta. C'è una high street con dei negozi curati, di "antiques", pezzi di arredamento vintage. Ma c'è anche il negozio di abbigliamento più interessante che ho trovato in questo viaggio: ho comprato una gonna, dei jeans, una felpa e finalmente mi sono messa delle cose nuove. C'è una caffetteria e un diner, e tutto nell'insieme sembra uscire da una serie americana come Gilmore girls o Virgin River, ma nel sud. Qualità della vita molto alta, senso di comunità e pickup enormi.
Ma cosa ci devono fare con quelle grandi macchine?, mi ha chiesto un'amica. A parte la stanca metafora del cavallo, credo che abbia a che fare con il senso di come abitare lo spazio, un diverso modo di intendere l'urbanistica. Non è vero che l'America si divide tra la fantastica New York e un deserto sconfinato di provincia e miseria. È vero che quasi tutti gli stati che ho attraversato sono "rossi", cioè governati da amministrazioni repubblicane, e in cui la maggioranza ha idee conservatrici, ma più che di fondamentalismo si tratta di gente che vorrebbe continuare ad avere la benzina a prezzi bassi, un po' più di infrastrutture, un po' più di soldi. "Gasoline and grocery and the list goes on", dice Shaboozey, un cantante che mescola il country e hiphop e ha dedicato la vittoria di un Grammy "agli immigrati che hanno costruito la nazione". Una presa di posizione significativa nei tempi delle politiche disumane dell'Ice, all'interno di un genere, il country, che è storicamente conservatore ma moderato. Solo negli ultimi anni una parte del country ha preso una piega molto Maga (Kid Rock, Jason Aldean). Un sostegno all'attuale presidente che, con il calo di popolarità di Trump, forse questi artisti stanno già cominciando a pagare.
Forse il pickup rosso sul quale viaggiavo era come una macchina del tempo della distanza culturale, mi connetteva più facilmente alla "small town America", all'America profonda dei red states, alle influenze della chiesa evangelica, all'insistenza sul diritto alle armi, ma Maga sembra l'ennesima delle correnti politiche che in queste zone ha tradito le promesse.
Lasciando Bristol, sulla strada verso Nashville, mi sono sintonizzata sulla stazione radio locale, una delle molte radio country che determinano la carriera degli artisti, e per le quali l'aderenza al genere e ai parametri del country vale molto di più della posizione nella classifica dei dischi venduti. Ho ascoltato un brano che parlava di un amico un po' instabile che entra in un bar:
We were all down at Margie's bar
Telling stories if we had one
Someone fired the old jukebox up
The song sure was a sad one
Sente una canzone che lo rattrista e quindi spara al jukebox – dopo aver recuperato la calibro .45 dal pickup:
Bubba shot the juke box last night
Said it played a sad song it made him cry
Went to his truck and got a forty five
Bubba shot the juke box last night
Be', Bubba non è mai stato accusato di essere mentalmente stabile, prosegue, quindi non ci siamo tranquillizzati fino a che non ha rimesso la Colt sul tavolo. Lo sceriffo è arrivato in accappatoio – lo sceriffo, una carica elettiva che è tra i principali punti di riferimento di molte di queste small town e in alcuni paesi minuscoli anche l'unica. La canzone sull'uomo instabile con la pistola è Bubba shot the Jukebox, di Mark Chesnutt, del 1992.
A Nashville, in Tennessee, sono entrata e uscita da un po' di bar nella strip – la strada con locali in cui c'è musica dal vivo tutte le sere a beneficio dei turisti locali. Sono entrata in un bar laterale che è di proprietà di Lainey Wilson, la principale fra gli artisti e le artiste country oggi. C'era uno spettacolo a due pianoforti, un pianobar che accettava richieste. Il livello è altissimo, qui a Nashville arriva chiunque voglia registrare un album. Il pezzo che va per la maggiore è Pink Pony Club (2023), che parla di lasciare il Tennessee per ballare in un club a West Hollywood. Chappell Roan è nata in Missouri, ma naturalmente è passata da qui.
Uscendo dal Mississippi ed entrando in Louisiana – con un lungo e scenografico ponte sul lago Pontchartrain – si esce distintamente dalla sfera country per entrare in un altro mondo, quello del jazz e del blues. Per un attimo, come nelle altre zone di transito in tutti gli stati, la radio suona Taylor Swift. Un sottofondo comune: anche lei ha iniziato a Nashville, e poi ha intercettato qualcosa di profondamente americano ma anche universale. Prima del ponte, a Mandeville, in Louisiana, ho incontrato un signore della Florida in vacanza con la moglie. Sono un veterano del Vietnam, mi ha detto, e non la penso come la maggior parte della gente dalle mie parti. Con alcuni non ci puoi nemmeno parlare, è questa la parte peggiore, ha detto, facendo riferimento agli aspetti simili a una setta del movimento Maga, che impediscono alle persone di orientamenti diversi di confrontarsi. Una divisione che ha a che fare con l'ideologia ma anche con la tecnologia, una frattura che sembra aver logorato tutti.
Nell'anniversario dei 250 anni dalla nascita degli Stati Uniti, viaggiando in macchina in questo paese sconfinato, si sente tornare una spinta unificatrice, che punta ad andare oltre le divisioni dolorose degli ultimi anni. E in questo paese in cui la musica non è evasione, il country interpreta e riflette molte delle spinte sociali e politiche. Il fatto che molti artisti si stiano riavvicinando al centro, a posizioni moderate lontane dalle stravaganze Maga, è forse uno fra i primi segnali che qualcosa sta cambiando, ancora.