Esteri
la "discesa in campo" •
Kamel Ghribi lancia la sfida a Saied per governare una Tunisia piena di debiti
L'imprenditore e vicepresidente del Gruppo San Donato rivendica che "nessuno mi impedirà di esercitare il mio diritto quando deciderò di candidarmi". Il presidente tunisino intanto è costretto a indebitarsi ancora di più per pagare i debiti con l'Ue

Kamel Ghribi (foto Getty)
Ha il tono della “discesa in campo” l’annuncio fatto sabato dall’imprenditore tunisino Kamel Ghribi: “Quando deciderò di partecipare a qualsiasi elezione, nessuno mi impedirà di esercitare il mio diritto di cittadino tunisino. La decisione finale spetta al popolo, e solo le urne saranno l'arbitro, non le campagne diffamatorie”, ha scritto il vicepresidente del Gruppo San Donato, il gigante della sanità privata italiana. Dopo l’articolo del maggio scorso in cui il Foglio riferiva di un sondaggio effettuato da alcuni membri dell’opposizione tunisina per testare la disponibilità di Ghribi a impegnarsi politicamente nel suo paese, in Tunisia si è aperto un ampio dibattito. Il presidente Kais Saied, innervosito, aveva risposto inviando un monito: “La gestione dello stato non può basarsi su post sui social network o su pagine sospette né sulla diffusione di menzogne e calunnie”, aveva dichiarato il presidente convocando in piena notte al palazzo presidenziale il presidente dell’Assemblea dei rappresentanti del popolo e il presidente del Consiglio nazionale delle regioni. “Stanotte non dormirà”, ha rilanciato ironicamente sui social Lotfi Abdelli, un attore comico molto noto in Tunisia rilanciando il recente post di Ghribi.
“Credo fermamente che ogni tunisino, sia in patria sia all'estero, abbia il pieno diritto di candidarsi alla presidenza, a condizione che soddisfi i requisiti di legge - ha scritto Ghribi - Questo è un diritto garantito dalla Costituzione e dalla legge, e non dovrebbe essere usato come pretesto per insulti, accuse di tradimento o per mettere in discussione il patriottismo”. L’imprenditore di Sfax ha costruito gran parte del proprio successo all’estero, partendo dagli Stati Uniti dove a appena 29 anni divenne vicepresidente della Olympic Petroleum Corporation. Poi un incarico dopo l’altro fino ad arrivare alla naturalizzazione svizzera e agli incarichi attuali: fondatore della Gksd Holding, una società di consulenza, vicepresidente del Gruppo San Donato e fondatore di un think tank, l’Ecam Council. Il tutto con investimenti nel settore della sanità che vanno dagli Emirati Arabi Uniti – dove vanta un legame stretto da anni - all’Iraq e alla Polonia, passando per la Siria, l’Egitto, la Libia, il Kenya e non solo. Certo, non mancano le ombre nell’ascesa di Ghribi. Come quando nel 2021 fu accolto in Darfur con gli onori che si riservano a un capo di stato da Mohamed Hamdan Dagalo, noto come “Hemedti”, comandante delle Forze di supporto rapido sudanesi e accusato di crimini di guerra e genocidio dalle Nazioni Unite. Anche gli investimenti conclusi nel settembre del 2025 nell’est della Libia con il presidente del Fondo per la ricostruzione libica, Belqasim Haftar, e mediati – inspiegabilmente - dal capo dei nostri servizi segreti esterni, Giovanni Caravelli, avevano destato perplessità. Nonostante non rilasci interviste a nessuno, in Italia non c’è politico, imprenditore o banchiere che non conosca Ghribi, che è riuscito a costruirsi una rete di conoscenze e influenze molto strette con esponenti di qualsiasi colore politico, inclusi quelli dell’attuale governo Meloni. Per molti, Ghribi è oggi una sorta di “terza gamba” della politica estera italiana in salsa sanitaria in medio oriente e non solo.
Chi di certo non apprezza le aspirazioni presidenziali di Ghribi è Saied, che nel frattempo si ritrova alla guida di un paese in gravi difficoltà. Oltre alla repressione di qualsiasi forma di opposizione, alle ripetute violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti, alle forti limitazioni imposte alla giustizia, alla stampa e alla società civile, c’è il tema della situazione drammatica dei conti pubblici. In questi giorni, a luglio, scade il prestito da 700 milioni di euro contratto con l’Ue nel 2019 sotto forma di Eurobond. Debito che la Tunisia dovrebbe riuscire a ripagare in tempo, ma a un costo molto elevato. Una fonte europea conferma al Foglio che Saied riuscirà a rientrare solo grazie ad altri debiti. “In particolare tramite indebitamento domestico, attraverso la Banca centrale, con un effetto altamente inflazionistico e di crowding-out per gli investimenti privati che ormai non trovano più finanziamenti”. Mentre i negoziati con il Fondo monetario internazionale per un prestito da meno di 2 miliardi di dollari sembrano ormai naufragati, alla fine di giugno il governo tunisino e Afreximbank, istituto di import-export panafricano, hanno annunciato l’accordo per un prestito di 500 milioni di euro. L’accordo “è finalizzato a coprire il fabbisogno finanziario e a iniettare liquidità nel sistema produttivo locale nel corso del 2026”, recita la nota congiunta, ed è stato presentato dall’esecutivo come un segnale “incoraggiante” inviato ai creditori. In realtà, il tasso di interesse monstre che Tunisi è stata costretta ad accettare e non svelato pubblicamente, secondo quanto risulta al Foglio, è vicino al 10 per cento. “Ormai non trovano altre forme di finanziamento internazionale, nemmeno dall’Europa”, confessa una fonte diplomatica.
Dall’Italia nel frattempo non arrivano commenti in merito alle crepe profonde che si intravedono nel tessuto istituzionale e sociale tunisino. A Roma ci si gode i dati più che incoraggianti sul fronte delle partenze dei migranti, che quest’anno, al 3 luglio, hanno registrato 1.112 partenze, la metà rispetto allo stesso periodo del 2025. A Tunisi però in molti non hanno mancato di notare come il ministro degli Esteri Antonio Tajani, in occasione della sua ultima visita lo scorso 24 giugno per il Forum economico imprenditoriale Italia-Tunisia, abbia incontrato solamente la premier Sarra Zaafrani Zenzri e non il presidente Saied. Un’anomalia.
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Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.
