Il passo falso dell’Italia sulle sanzioni alla Russia

Prima il turismo. Roma e Parigi si oppongono al divieto di ingresso in Unione europea per i combattenti russi in Ucraina. Ma così l’effetto sarebbe significativamente più blando. Errore da evitare

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Ultimo aggiornamento: 09:52
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Foto LaPresse

Bruxelles. Il conto alla rovescia è iniziato per l’adozione del ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia. Entro il 15 di luglio i ventisette Stati membri devono trovare un accordo all’unanimità per evitare che il tetto al prezzo del petrolio russo salga da 45 a 65 dollari al barile, offrendo una boccata di ossigeno finanziario al Cremlino per alimentare la sua macchina da guerra contro l’Ucraina. Senza più Viktor Orbán a ostacolare il sostegno a Kyiv con i suoi veti, l’Unione europea avrebbe dovuto approvare rapidamente il ventunesimo pacchetto per cominciare a discutere del ventiduesimo. Ma la determinazione degli Stati membri di piegare la Russia per costringerla a negoziare una pace giusta, è messa nuovamente in discussione da piccoli interessi nazionali. Questa volta sono Italia e Francia a frenare sulle sanzioni. Roma e Parigi si oppongono al divieto di ingresso nell’Ue per i soldati russi che hanno combattuto in Ucraina. Dietro a motivazioni giuridiche, si nasconde un’altra ragione: prima il turismo.
La Commissione europea aveva presentato la sua proposta per il ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia il 9 giugno. L’obiettivo è di accelerare il collasso dell’economia russa per spingere Vladimir Putin ad accettare un cessate il fuoco in Ucraina. “Le nostre sanzioni stanno funzionando. Stanno indebolendo le basi economiche dello sforzo bellico della Russia”, aveva spiegato la presidente, Ursula von der Leyen. “Mattoncino dopo mattoncino, stiamo sgretolando le fondamenta dell’economia di guerra della Russia”, aveva detto l’Alto rappresentante, Kaja Kallas. L’urgenza immediata per l’Ue è quella di sospendere il meccanismo di aggiustamento del tetto al prezzo del greggio russo per evitare che il Cremlino possa realizzare extraprofitti grazie alla guerra lanciata da Donald Trump in Iran e i suoi effetti sui mercati petroliferi. Il price cap – oltre il quale gli operatori europei non possono fornire servizi e assicurazioni per il trasporto del greggio russo – il 15 luglio potrebbe salire a circa 65 dollari al barile per adattarsi al prezzo globale. La Commissione ha proposto di congelarlo a 45 dollari fino al gennaio del 2027. La Commissione ha proposto anche restrizioni alla vendita alla Russia di navi che trasportano metano, diverse misure contro banche, società e piattaforme di criptovalute (compresi in paesi terzi) e restrizioni alle importazioni di alcuni prodotti ittici e un divieto totale per il merluzzo.
La misura più simbolica annunciata il 9 giugno da von der Leyen è il divieto di ingresso nell’Ue per i combattenti ed ex combattenti russi in Ucraina. La richiesta era stata avanzata dall’Estonia già in marzo per i rischi di sicurezza di trovarsi con centinaia di migliaia di soldati dell’esercito di Putin liberi di circolare in Europa. A giugno la Svezia e altri dieci paesi sono tornati alla carica, chiedendo alla Commissione di agire dopo un incremento significativo dei visti turistici concessi ai russi, in particolare da Francia, Italia, Spagna e Grecia. Dal 2022 al 2025 i visti per i russi sono tornati a salire. In Francia pi di 170 mila, in Italia quasi 160 mila, in Spagna appena sotto i 100 mila. “Per la prima volta proponiamo di vietare l’ingresso nell’Ue a chiunque abbia prestato servizio nelle Forze Armate russe dall’inizio della guerra”, aveva detto von der Leyen: “L’Europa resterà off limits per chiunque abbia partecipato all’invasione dell’Ucraina”. Von der Leyen non ha fatto i conti con le resistenze dovute agli interessi turistici di Italia e Francia. In una riunione degli ambasciatori dei ventisette Stati membri mercoledì primo luglio, i due paesi hanno espresso le loro obiezioni, contestando la base giuridica e la proporzionalità del divieto di visto per i combattenti russi in Ucraina. Come si definisce un combattente o ex combattente? Di chi è l’onore della prova? Come redigere liste di esclusione, se nessuno Stato membro ha a disposizione gli elenchi dei soldati russi? Gli uffici consolari diventano responsabili della violazione delle sanzioni, se non riescono ad attuare il bando dei visti? Come gestire la possibile ondata di ricorsi in caso di diniego?
La Commissione propone di inserire il divieto di rilasciare il visto ai combattenti russi nel regolamento sulle sanzioni. Italia e Francia, invece, chiedono un’analisi tecnica su come mettere in opera il meccanismo. Roma e Parigi preferirebbero una misura meno vincolante: un aggiornamento delle linee guida sulla concessione dei visti o una modifica del codice dei visti. Per entrambe ci vorrebbe molto più tempo. L’effetto sarebbe significativamente più blando. Gli Stati membri – per esempio – godono di ampia flessibilità nell’attuare le linee guida dell’Ue sui visti. In una lettera indirizzata il 2 giugno alla Commissione, Svezia, Repubblica ceca, Danimarca, Estonia, Finlandia, Lettonia, Lituania, Paesi Bassi e Polonia (a cui si sono aggiunte Islanda e Norvegia come membri dell’area Schengen) hanno illustrato le ragioni morali e di sicurezza per adottare un approccio molto più restrittivo sui visti rilasciati ai cittadini russi, non solo i combattenti o ex combattenti. “È profondamente preoccupante constatare il crescente numero di turisti russi che si godono vacanze sulle spiagge e nelle località turistiche europee, mentre missili e droni continuano a colpire civili e infrastrutture civili in Ucraina”, hanno scritto gli undici paesi. “La pratica dello shopping dei visti (attraverso la quale i russi lo chiedono agli Stati membri che hanno più probabilità di rilasciarlo, ndr) non solo rappresenta un problema, ma costituisce anche un rischio per la sicurezza dell’intera area Schengen”.
Gli undici Stati membri all’origine dell’iniziativa sui visti accusano i paesi che accolgono facilmente i russi sul loro territorio anche di mancanza di solidarietà. Ai loro occhi, la difesa dell’Ucraina e la sicurezza dell’Ue è più importante delle entrate generate per il turismo. Italia e Francia non sono gli unici paesi ad ostacolare il ventunesimo pacchetto di sanzioni. Alcuni Stati membri vorrebbero che il livello del tetto al prezzo del petrolio russo venisse alzato, anche se non a 65 dollari al barile, per ragioni di sicurezza degli approvvigionamenti. Grecia e Malta si oppongono al divieto di vendere le metaniere. Un altro gruppo di Stati membri contesta il divieto di importazione di merluzzo perché potrebbe avere un impatto più grande sulle loro imprese che sulla Russia. La Bulgaria ha opposto il veto all’inserimento del patriarca della chiesa ortodossa di Mosca Kirill nella lista nera dell’Ue. Anche l’Italia ha messo una riserva sulle sanzioni contro Kirill.
Prima della partenza di Orbán, molti Stati membri di nascondevano dietro al premier ungherese, chiedendo di annacquare pacchetti di sanzioni per interesse nazionale, salvo attribuire a lui la responsabilità dello stallo. Senza più Orbán, l’Ue appare per quello che è. Un gruppo di paesi composto da Germania, baltici, nordici e Paesi Bassi è determinato a fare tutto il necessario per costringere la Russia a negoziare la pace. E’ su di loro che pesa il maggior fardello in termini di aiuti finanziari e militari. L’altro gruppo, che include l’Italia, la Francia e i paesi del Mediterraneo, non è ancora convinto che la guerra in Ucraina e la minaccia russa sull’Europa sia davvero esistenziale.