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Rievocare lo spettro del comunismo: l’errore di Trump spiegato da un anticomunista
Il presidente dà un altro giro di vite alla sfida epocale contro i “rossi”. Verrebbe spontaneo ricordargli che non sono mai stati questi i toni giusti, e che se ora è il comunismo a diventare il suo nemico immaginario (e assai di comodo) il rischio è che egli finisca per renderlo ancora più accattivante

Foto ANSA
Forse aveva ragione il vecchio Marx: il comunismo era davvero uno spettro che si aggirava per l’Europa. E magari, ora che lo ha evocato Trump, quello spettro ha attraversato l’Atlantico e ha ricominciato a turbare i sonni degli americani. Anni e anni dopo, infatti, tutto sembra tornare punto e daccapo. I comunisti che occupano le piazze, i maccartisti che si crogiolano nei sospetti, i fantasmi che calcano la scena.
Ora i fantasmi possono sempre essere di molti generi, e il fantasma del comunismo in modo particolare. Personalmente, penso che ai suoi tempi il comunismo abbia fatto molto male ai paesi e ai popoli che lo hanno subìto e molto bene invece ai paesi e ai regimi che ne sono stati sfidati. Nel senso che quella sfida ha costretto noi, l’occidente, a cercare di migliorare noi stessi offrendo ai cittadini una prospettiva di vita meno amara e soprattutto meno avara di quella che sarebbe capitata se non avessimo dovuto fare i conti con il pungolo di una concorrenza così agguerrita, minacciosa e anche suggestiva.
La sferza della sfida d’oltrecortina senza volerlo ha dato una mano al welfare. Che era nostro, s’intende. Ma che è diventato più generoso non appena si è scoperto che era così strategico. E che solo l’ampiezza di quei diritti, di quei princìpi e di quelle risorse ci avrebbero consentito un giorno o l’altro di vincere la Guerra fredda.
Così ora, da buon vecchio democristiano, avverto un sentimento misto di fronte all’evocazione del “comunismo”. Perché da un lato mi sembra un argomento troppo antico, da riporre nell’armadio dei ricordi. Qualcosa insomma che non ha più a che vedere con l’attualità. E che dunque non ci minaccia e neppure ci mette il pepe sulla coda. E dall’altro lato però comprendo che quel sogno e quell’incubo (il confine è sempre labile) ricorre di continuo nelle notti della democrazia. E non appena viene evocato suscita i pensieri più vari.
Ai nostri tempi il partito che si richiamava al comunismo – una “giraffa” secondo la fantasiosa definizione del suo primo leader, Palmiro Togliatti – suscitava in noi un misto di sentimenti controversi. Lo temevamo come un antagonista, lo invidiavamo come un modello di disciplina e di rigore, lo avversavamo come il portatore (sano?) di un’ideologia secondo noi molto sbagliata. E soprattutto lo tenevamo da conto come il dirimpettaio di un complicato condominio democratico. Volevamo combatterlo, ma combatterlo a modo nostro. E il modo di combatterlo che ci veniva suggerito da parte di tanti altri – velenoso, ossessivo, liturgico – ci sembrava sbagliato anche verso noi stessi.
C’era in noi, all’epoca, il dubbio che quei nostri avversari fossero davvero più “bravi” di noi. Più colti, poiché gli intellettuali erano largamente dalla loro parte. Più organizzati, perché il loro senso di disciplina era più forte del nostro. Più motivati, perché la loro ideologia era più rigida e compatta dei nostri pensieri sparsi. E perfino più onesti, perché il loro stile di vita appariva – magari anche senza esserlo – più sobrio e meno generoso del nostro.
Molte di quelle percezioni erano tutt’altro che vere. Alcune erano profondamente inique. Ma soprattutto non riuscivamo a tener conto del fatto che proprio tutti quegli eccessi di disciplina ideologica svelavano il limite fondamentale di quella cultura politica. E cioè l’idea che fosse il partito, novello principe, a dare sempre la linea. Con una disciplina invidiabile, ma proprio per questo tale da far da barriera al vento di una libertà fatalmente più disordinata eppure anche assai più creativa.
Anche per questo batterli non significava mobilitare l’esercito, né farci prendere dall’ossessione. Significava essere noi stessi, magari con qualche tormento in più, ma senza farci attanagliare da troppi complessi.
Così, quando poi Berlusconi evocava i “comunisti” dei suoi giorni, rimasti sempre tali e quali, e li raffigurava ancora più o meno come ai tempi di Peppone e don Camillo, ci veniva naturale marcare una distanza. Poiché “noi” li avevamo affrontati nel pieno della Guerra fredda e della contesa ideologica, mentre “lui” si ostinava a contrastare alla vecchia maniera un nemico che non era più tale.
Vecchie storie a cui non rimanere troppo aggrappati. Ma forse anche da non dimenticare se appena viene l’occasione di riparlarne.
Ora tocca a Trump dalle vette di Mount Rushmore rievocare le ombre del passato e dare un altro giro di vite alla sfida epocale contro i “rossi”. E così verrebbe spontaneo ricordargli che non sono mai stati questi i toni giusti, e che se ora è il comunismo a diventare il suo nemico immaginario (e assai di comodo) il rischio è che egli finisca per renderlo ancora più accattivante. Proprio adesso che non avrebbe più gloriose bandiere da sventolare.
Forse uno dei grandi addebiti che dovremmo fare al comunismo è proprio quello di aver generato l’anticomunismo più sbagliato.