Davanti alle false partenze di Hamas

Capire il comunicato del governo dei terroristi che annuncia le sue dimissioni

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L'annuncio dello scioglimento del comitato (Foto Getty)

Ieri Hamas ha fatto un annuncio che, come sempre quando parla il gruppo terroristico della Striscia di Gaza, è stato preso con grande solennità e con poca analisi di quel che si nasconde sotto le promesse. Ha annunciato le dimissioni del “Comitato di emergenza”, così viene chiamata l’amministrazione che governa la Striscia da quando i terroristi hanno accettato di liberare gli ostaggi israeliani e il cessate il fuoco. Il governo di Hamas ha fatto sapere che tutti i dipendenti pubblici rimarranno al loro posto, pronti a lavorare “sotto la responsabilità del Comitato nazionale per l’amministrazione di Gaza (Ncag)”. Tutte le procedure amministrative sono state completate, il trasferimento di autorità è pronto e Hamas sostiene di averlo fatto per fermare le azioni israeliane contro i palestinesi nella Striscia. Rimane però una mancanza grande nel comunicato del gruppo e riguarda le armi: Hamas ha ancora in mano fucili, munizioni, ordigni e secondo l’accordo avrebbe dovuto accettare il disarmo per fare in modo che la fase due del piano, che darebbe il via libera alla ricostruzione, inizi a concretizzarsi.
Il Consiglio per la pace di Trump, che ha nominato il Ncag, ha detto che monitorerà gli sviluppi nella Striscia. I rischi maggiori sono legati a Hamas, ovviamente, e poi a Donald Trump, che dimostra una fretta incauta per gli accordi e una fiducia sperticata per chiunque, come gli iraniani, parli di accordi. Trump potrebbe velocizzare l’inizio della seconda fase a Gaza con un Hamas ancora armato. Per ora il presidente americano è distratto e non pensa più molto al suo Consiglio per la pace. Il premier israeliano Benjamin Netanyahu ieri è stato intervistato da Fox News, presto andrà negli Stati Uniti, anche se non esiste ancora una data. L’intervista è stata un tentativo di mostrare che le cose fra lui e l’Amministrazione americana vanno molto bene, ma la verità è che al premier in campagna elettorale (si vota in ottobre) tocca il compito difficile di tenere ancora l’alleato americano, che nel migliore dei casi è distratto e nel peggiore punta al ribasso.