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Le nuove bordate di Trump contro gli alleati. Ma a Kyiv dice: "Fatevi i Patriot, vi daremo la licenza"
Il secondo giorno di vertice Nato ad Ankara è segnato dalle spaccature interne all'Alleanza. "Sono scontento per la Groenlandia e per il mancato aiuto in Iran", dice il presidente americano. "Spagna terribile e Italia pessima sulle basi". Intanto si riaprono le tensioni tra Washington e Teheran: "Il cessate il fuoco è finito"

Trump ha aperto la seconda giornata del summit Nato di Ankara come aveva chiuso la prima: a bordate. Ha messo subito in fila i suoi due argomenti di lagnanza: la Groenlandia e l'Iran. "Non sono contento della Nato per quello che hanno fatto con la Groenlandia, e non sono contento della Nato perché non ci hanno voluto aiutare contro lo stato che è lo sponsor numero uno del terrorismo", l'Iran. Accanto a Rutte, il presidente americano definisce gli alleati europei "hopeless", senza speranza, rilancia la rivendicazione sull'isola artica e minaccia di tagliare i rapporti commerciali con i paesi che non hanno sostenuto la guerra contro Teheran. Nell'incontro bilaterale che precede il vertice, il tono si fa via via più acceso: "Abbiamo speso più di mille miliardi in dieci anni per difendere i paesi Nato dalla Russia e in cambio siamo trattati ingiustamente. Sono molto arrabbiato con la Nato, abbiamo pagato troppo".
Unica nota concorde, la Turchia. Trump definisce Erdogan un "grande alleato", rilancia l'ipotesi di vendergli i caccia F-35 (il blocco alla vendita risale al 2019, dopo l'acquisto turco del sistema antiaereo russo S-400). La mossa però preoccupa Israele: Netanyahu descrive Erdogan come tutt'altro che un alleato modello.
Anche su Pechino Trump cambia registro. "La Cina ci ha trattato bene", ha detto a Rutte, mettendo in parallelo lo scarso impegno degli alleati europei con l'accordo raggiunto su TikTok, di cui rivendica il successo personale: quasi quattro miliardi di visualizzazioni, dice, che lo rendono "la persona numero uno" sulla piattaforma.
I leader della Nato hanno diffuso un comunicato di sei paragrafi, riaffermando il loro impegno nei confronti del patto di difesa collettiva dell'alleanza, secondo il quale un attacco a un alleato è un attacco a tutti. La dichiarazione ha inoltre ribadito l'impegno dell'alleanza nei confronti dell'Ucraina, promettendo 80 miliardi di dollari in aiuti militari sia quest'anno che il prossimo da parte di Europa e Canada. "Gli alleati sono uniti nel loro incrollabile sostegno all'Ucraina nella difesa della sua libertà, sovranità e integrità territoriale", si legge nel comunicato. Gli alleati hanno inoltre ribadito la loro opposizione all'eventualità che l'Iran si doti di un'arma nucleare. Hanno anche esortato l'Iran a "rispettare pienamente la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz".
Le richieste di Zelensky, in vista del faccia a faccia con Trump
Sull'Ucraina, c'è una grossa notizia. Zelensky era arrivato ad Ankara con una richiesta chiarissima: sistemi di difesa aerea Patriot e i relativi intercettori contro i missili balistici russi, "la nostra massima priorità", ha ripetuto dopo un weekend di attacchi che a Kyiv e dintorni hanno ucciso più di cinquanta persone. La logica, dice, è semplice: la Russia punta tutto sui missili balistici, e chi vuole la pace deve puntare sulla protezione da quegli attacchi.
Oggi Trump ha detto al presidente ucraino che gli Stati Uniti concederanno all'Ucraina la licenza per produrre i Patriot. "In questo modo, non potrete lamentarvi che non ve ne stiamo dando abbastanza. Fateveli da soli", ha detto Trump a Zelensky all'inizio del bilaterale fra loro, a margine del vertice. E ha aggiunto: "Non abbiamo ancora informato l'azienda, ma andrà tutto bene". È l'americana Raytheon l'azienda che attualmente produce il sofisticato sistema di difesa aerea.
Zelensky ha scritto su X di aver avuto anche una "discussione approfondita sulle prospettive diplomatiche" con una delegazione bipartisan del Senato degli Stati Uniti a margine della conferenza Nato.
Zelensky ha anche difeso gli attacchi a lungo raggio dei droni contro le raffinerie di petrolio russe che definisce "sanzioni a lungo raggio". Questa notte i droni ucraini hanno preso di mira le raffinerie di petrolio nella regione russa di Saratov, insieme al Tatarstan e al Bashkortostan, due repubbliche autonome su base etnica all'interno della Russia che negli ultimi anni sono tornate spesso nelle cronache internazionali perché ospitano impianti industriali e militari colpiti da attacchi ucraini. "L'Ucraina sta dando una risposta pienamente giustificata agli attacchi della Russia contro il nostro paese e al prolungamento della guerra", ha scritto su X da Ankara. Kyiv sostiene che l'obiettivo della sua campagna di attacchi a lungo raggio, che ha causato carenze di carburante in tutta la Russia, è quello di portare la guerra in Russia e di convincere il Cremlino ad accettare la fine del conflitto. Trump ha chiedesto a Zelensky se sarebbe disposto ad andare in Russia per colloqui di pace, come chiesto più volte da Putin. "È difficile, ci sono molti droni ucraini lì: sarebbe pericoloso", ha detto Zelensky con un sorrisetto.
Le accuse agli alleati europei
L'attacco frontale più violento è quello contro Madrid. "La Spagna è un pessimo alleato, non voglio avere rapporti con loro, i rapporti commerciali sono finiti, sono un caso senza speranza: ci sono anche un altro paio di paesi ma la Spagna è particolarmente ostile", dice Trump. Da Madrid la replica è studiatamente distaccata. Fonti della Moncloa citate dal País e da Tve fanno sapere che la Spagna riceve le dichiarazioni "con tranquillità e normalità", e rivendicano una "magnifica relazione sociale, culturale ed economica" con Washington che l'esecutivo intende preservare.
La stessa distanza fra retorica trumpiana e calma spagnola (e anche tra minacce e conseguenze reali) era già stata registrata a marzo, quando Trump aveva lanciato il suo primo attacco a Madrid. Il 3 marzo, dallo Studio Ovale, il presidente aveva minacciato di tagliare ogni scambio commerciale con la Spagna, stessa formula ripetuta oggi ad Ankara. A raccogliere le reazioni di analisti ed ex funzionari americani e spagnoli fu allora Agenda Pública, rivista digitale spagnola di politica e relazioni internazionali che ospita contributi di accademici e policy analyst dei due lati dell'Atlantico. Il quadro che ne emerse è rimasto sostanzialmente valido: gli osservatori concordavano su un punto, cioè che Washington non possa colpire Madrid isolandola dal resto del blocco, dato che la politica commerciale resta competenza dell'Unione europea, e che la Corte Suprema americana avesse nel frattempo limitato l'uso dell'International Emergency Economic Powers Act per imporre dazi ampi senza una chiara giustificazione di sicurezza nazionale. La lettura più tagliente veniva da Kristina Kausch del German Marshall Fund, secondo cui quella di Trump è "solo rabbia" per l'insubordinazione di Sánchez, senza che finora vi sia mai stato un seguito concreto alle minacce, né dopo la richiesta spagnola di deroga al target Nato del 5 per cento, né dopo il riconoscimento della Palestina da parte di Madrid. Diversa, ma convergente sulle conclusioni pratiche, l'analisi dell'ex funzionario Cia Bjorn Beam, per cui la minaccia commerciale serve soprattutto a mandare un segnale agli altri governi europei riluttanti sulle basi e sulla spesa militare, mentre il rischio reale è che sia proprio la guerra in Iran, nel suo protrarsi, a far perdere a Trump la concentrazione sul fascicolo spagnolo.
Oggi Olof Gill, portavoce della Commissione europea, ha ricordato in conferenza stampa che i funzionari dell'Ue hanno appena finalizzato un accordo commerciale con gli Stati Uniti. "Ci aspettiamo che rispettino gli impegni assunti in quella dichiarazione congiunta, così come noi abbiamo rispettato i nostri", ha detto. "La Commissione garantirà sempre la piena tutela degli interessi dell'Unione europea e di tutti i nostri stati membri".
Dalla Turchia, Trump se la prende anche con l'Italia, sebbene il suo giudizio sia più sintetico. Roma "ha fatto molto male", a marzo scorso, a rifiutare l'uso della base siciliana di Sigonella ai bombardieri americani diretti contro l'Iran. Resta viva, insomma, la frizione con Giorgia Meloni, già esplosa dopo il G7 di Évian in Francia. "Mi piace, è una brava persona, ma non c'è stata per noi", aveva già detto ieri Trump, a proposito della premier italiana.
Ce n'è anche per la Germania. Mentre il cancelliere Friedrich Merz rivendica lo sforzo di riarmo "più grande mai fatto" dal paese, Trump liquida la spesa per la difesa di Berlino come "ridicola".
Le pretese sulla Groenlandia. "È un grosso problema per noi"
"La Groenlandia è un grosso problema per noi", ha detto Trump. "Ne abbiamo bisogno per la protezione del mondo, non solo degli Stati Uniti, ed è molto importante. Non aiuta la Danimarca". Trump non si è limitato alla rivendicazione già nota, ma ha ricordato che il Regno di Danimarca, invaso dal Terzo Reich "in meno di un giorno" nel secondo anno di guerra, chiese allora agli Stati Uniti di prendere in custodia l'isola artica. Cosa che Washington fece. "Non avremmo dovuto ridagliela", osserva ora, aggiungendo che se fosse stato lui presidente all'epoca non l'avrebbe restituita ai danesi.
A stemperare i toni ci prova Rutte, che rovescia l'argomento sul terreno dei numeri: "Dall'Europa sono partiti cinquemila voli a sostegno di Epic Fury, è tantissimo, e anche la Spagna ora è al 2 per cento, se non ci fossi stato tu non sarebbe successo, è una tua grande vittoria, prendila". Il segretario generale prova a rassicurare il presidente americano ricordando l'intesa raggiunta a Davos: "Sarò lì a vedere che sia attuata".
A gennaio scorso, Trump aveva suggerito di poter ricorrere alla forza militare per prendere il controllo dell'isola. In risposta, la Danimarca ha elaborato piani per far saltare in aria gli aeroporti in Groenlandia in caso di invasione americana. Poi, a margine del World Economic Forum di Davos, Trump e Rutte annunciarono di aver trovato un "framework" per un'intesa sulla Groenlandia, dopo settimane in cui il presidente americano aveva minacciato dazi contro diversi paesi europei per costringere Copenaghen a cedere l'isola. In cambio dell'accordo, Trump ritirò i dazi previsti dal 1° febbraio. Sui contenuti, però, i dettagli restano vaghi: si è parlato di una possibile rinegoziazione del trattato del 1951 che regola la presenza militare americana sull'isola, e di discussioni sul sistema antimissile Golden Dome applicato all'Artico, ma senza che Rutte proponesse alcun "compromesso" sulla sovranità danese. Anche per questo, l'intesa di Davos resta più un'etichetta diplomatica che un accordo verificabile: è su questo terreno scivoloso che Rutte, ad Ankara, prova ora a rassicurare Trump.
La replica danese è arrivata comunque netta. Oggi la premier Mette Frederiksen ha ribadito che l'isola, parte del regno da trecento anni, non è in vendita, e che la Danimarca è pronta a difenderla. Frederiksen ha rivendicato per Copenaghen lo status di stato sovrano che pretende rispetto della propria integrità territoriale da parte di tutti, alleati compresi.
La guerra nel Golfo. "Iran malato e bugiardo. Il cessate il fuoco è finito"
Sull'Iran, Trump conferma che "il cessate il fuoco è finito": definisce Teheran "malata" e "bugiarda". Apre uno spiraglio solo formale ai negoziati: se l'Iran vuole trattare, può farlo con l'inviato Steve Witkoff e con Jared Kushner, "ma loro dopo devono riportare a me e, per quanto mi riguarda, è solo una perdita di tempo perché sono dei bugiardi. Avevamo fatto un accordo, c'è qualcosa che non va nelle loro menti".
Che cos'è successo nel Golfo? Ieri gli Stati Uniti hanno condotto attacchi aerei contro diversi obiettivi in Iran, poche ore dopo aver revocato la deroga che consentiva la vendita di petrolio iraniano in tutto il mondo. Si tratta della risposta agli attacchi iraniani contro tre navi mercantili in transito nello Stretto di Hormuz. Rutte ha definito i raid di Washington "assolutamente necessari".


