Raulito Castro esentato dalle sanzioni americane parla con Usa Today. Il dialogo cubano

“Se venissi nominato, potrei negoziare con chiunque venga scelto dal governo degli Stati Uniti. Se ne avessi l’opportunità, ovviamente, con Trump”. Le parole (e le rivelazioni) del nipote di Raúl Castro

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“L’Amministrazione Trump ha imposto sanzioni a decine di aziende legate al governo cubano, ad alti funzionari del regime e alle loro famiglie, dal presidente in giù. Rodríguez Castro, significativamente, non è stato sanzionato. Sembra una scelta deliberata. Dopo l’attacco militare statunitense al Venezuela, l’Amministrazione Trump ha scommesso sul fatto che Rodríguez Castro potesse essere la figura chiave per mediare un cambiamento economico e politico”. Lo ha detto Ricardo Herrero, direttore esecutivo del Cuba Study Group, un’organizzazione apartitica cubano-americana che promuove la riconciliazione col regime. E arriva mentre usciva su Usa Today la prima intervista alla stampa statunitense del 42enne Raúl Guillermo Rodríguez Castro, detto Raulito e anche el Cangrejo, il Granchio, perché ha sei dita.
Nel frattempo, a Cuba c’è stato anche il terzo blackout in sei mesi, che ha lasciato al buio il 72 per cento degli abitanti dell’isola. A giugno c’è stato un record di 107 proteste, e la risposta secondo l’Osservatorio cubano per i diritti umani sarebbero state “almeno 1.949 azioni repressive” durante la prima metà del 2026. Ma è evidente che settori sempre più importanti del regime si rendono conto che bisogna trovare una soluzione: anche se la loro idea sarebbe un percorso di tipo cinese o vietnamita, col ritorno al mercato senza toccare il monolitismo politico.
Colonnello del ministero dell’Interno e guardia del corpo del nonno Raúl Castro oltre che attivo investitore nell’ombra, lo scorso giugno all’Avana Raulito ha rilasciato una serie di interviste esclusive: alcune nell’ex ufficio di suo nonno. “Se venissi nominato, potrei negoziare con chiunque venga scelto dal governo degli Stati Uniti”, “se ne avessi l’opportunità, ovviamente, con Trump”, ha detto, pur ribadendo che “non sacrificherebbe mai i princìpi della Rivoluzione”. “Non mi considero un politico. Non mi sono mai interessato alla politica”, ha chiarito. “Ma se in qualsiasi momento la Rivoluzione me lo chiedesse, lo farei”. Ha confermato di aver parlato per la prima volta con il segretario di stato americano, Marco Rubio, a gennaio, poco dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores, da parte delle Forze armate statunitensi durante un’operazione militare a Caracas. Tra i 32 cubani membri della scorta di Maduro che sono rimasti uccisi nell’operazione, alcuni erano suoi conoscenti.
Un mese dopo, Raulito ha incontrato Rubio a Saint Kitts e Nevis durante un vertice dei capi di governo della Comunità dei Caraibi, e ad aprile ha avuto un incontro al Palazzo dei congressi con Jeremy Lewin, un funzionario del dipartimento di stato che fino a poco tempo fa sovrintendeva a tutti gli aiuti esteri statunitensi ed era, di fatto, il principale inviato di Rubio per le questioni relative a Cuba. Era presente anche quando il direttore della Cia, John Ratcliffe, ha visitato L’Avana a maggio. Sebbene nessun membro dell’Amministrazione Trump abbia avuto colloqui diretti con il leader cubano Miguel Díaz-Canel, Raulito Castro ha dichiarato di lavorare in armonia con il presidente nominato nel 2018, che chiama affettuosamente “Miguelito”.
Tra le rivelazioni più significative, spicca l’ammissione che ha usato la sua influenza per far approvare il piano di riforme economiche in 176 punti recentemente annunciato dal governo. Raulito sostiene inoltre che Cuba non rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti né dovrebbe essere considerata uno stato sponsor del terrorismo. Ha aggiunto che, alle giuste condizioni, “il governo sarebbe disposto a rilasciare le persone considerate prigionieri politici”. In un altro segmento dell’intervista ha confessato che quasi tutti i giorni si sveglia intorno alle 5 del mattino. Per diverse ore esamina i rapporti riservati dei ministeri dell’Interno, degli Affari esteri e delle Forze armate, che conserva come documenti in una valigetta di pelle Salvatore Ferragamo e che poi discute con il nonno, a volte durante la pausa pranzo. Non ricopre alcuna carica ufficiale nel governo e appare raramente nei media statali cubani, ma la sua influenza, autorità e peso politico stanno diventando sempre più difficili da ignorare, in gran parte grazie al suo cognome e al suo stretto legame con il più importante leader storico ancora in vita, a 95 anni. “Mi addolora profondamente che le persone non possano vivere come ho vissuto io. Il mio più grande rammarico è che la gente soffra. Ma mi alzo ogni giorno per cambiare questa situazione”, ha detto.