La salma della Guida suprema Ali Khamenei è arrivata oggi a Mashhad, per la sepoltura. E’ stata trasportata per l’Iran per una settimana, ovunque era accolta da cori, scene di pianto, bandiere rosse di vendetta e slogan contro il grande e il piccolo Satana, ma soprattutto contro il grande, gli Stati Uniti d’America, con i quali il regime ha ripreso gli scontri. Le strade di Mashhad, nel nord-est del paese, hanno accolto il camion che procedeva lento mentre trasportava la bara facendosi largo fra i cittadini, le foto di Khamenei e qualche scritta che invocava l’uccisione di Donald Trump. Mercoledì, durante la conferenza stampa in conclusione del vertice della Nato ad Ankara, un giornalista ha chiesto al presidente americano come mai avesse cambiato idea sul regime di Teheran e fosse passato dal lodare i cambiamenti dei suoi rappresentanti a definirli “bugiardi, imbroglioni, persone malate”. Qualcosa è cambiato come cambia spesso in Trump e forse le immagini dal lungo funerale hanno contribuito al mutamento. Il presidente americano ha perso la pazienza e ha dichiarato morto il memorandum dopo che gli iraniani avevano ripreso a colpire le petroliere che transitavano nello Stretto di Hormuz. Sono seguiti attacchi, sia da parte americana sia iraniani – Teheran è arrivata a colpire fino in Giordania – e l’unica risposta che danno i funzionari della Casa Bianca è che si andrà avanti così per molto tempo: attacchi e contrattacchi volti a punire le violazioni iraniane, ancora attacchi, poi tregue armate. Il centro di tutto sono lo Stretto di Hormuz e la nuova trattativa che stanno facendo da Teheran e che non ha più nulla a che fare con il nucleare. Il progetto nucleare è stato rallentato, il regime non ha intenzione di investire nella sua ristrutturazione nell’immediato, soprattutto da quando si è ritrovato in mano la minaccia di Hormuz che porta denaro e soprattutto la capacità di essere determinante contro tutti nella regione. Quando lo scorso anno Israele attaccò la Repubblica islamica dell’Iran, il regime aveva già minacciato di chiudere Hormuz, ma non lo fece.
Era privo di difese aeree, rimaneva sotto i colpi di Tsahal e degli uomini del Mossad che avevano trovato il modo di eliminare gli ingegneri indispensabili per portare avanti il programma nucleare e figure importanti della catena di comando, cercava un punto su cui ricostruire la sua deterrenza e trovò lo Stretto. Dopo il 28 febbraio scorso, quando partì l’attacco congiunto degli Stati Uniti con Israele, l’Iran minacciò di nuovo di chiudere Hormuz e questa volta lo fece con una rapidità che né Washington né Gerusalemme avevano calcolato. Oggi ogni trattativa fra Stati Uniti e Repubblica islamica parte dallo Stretto e gli iraniani vogliono che la loro autorità venga riconosciuta, per sempre. Vogliono regolare il traffico, far pagare pedaggi, stabilire le rotte e non accettano passi indietro. Nei loro piani si parte da Hormuz e forse poi si parlerà di altro, intanto il cessate il fuoco nello Stretto sarà a singhiozzo, un continuo muoversi sulle acque calme dell’insenatura trasportati dalle correnti del conflitto, e a stabilire chi sarà il vincitore sarà la forza dell’abitudine.
Dopo il funerale oceanico, fatto per mostrare rabbia, cordoglio, unità, rancore, domani a Mashhad ci sarà la sepoltura in forma privata, solo per la famiglia Khamenei. Le porte chiuse celeranno l’immagine ben più debole di un regime senza guida: la possibile assenza di Mojtaba Khamenei, figlio di Ali, nuovo capo della Repubblica islamica, vivo ma senza volto.