Il ponte degli interessi. L'Iran ci prova ancora con la Cina

Dopo una ferrovia colpita dai bombardamenti, l’Iran prova ancora a trascinare Pechino nella guerra con l'America. Del resto, la difesa dei suoi corridoi commerciali è una priorità della leadership di Xi Jinping

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Ieri l’agenzia di stampa iraniana Fars, legata al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica, ha diffuso una notizia secondo la quale i recenti bombardamenti americani contro il paese avevano colpito un ponte ferroviario nella provincia nord-orientale del Golestan, nei pressi di Aqqala, senza provocare vittime. L’attacco ha bloccato il trasporto passeggeri – anche quelli che da Teheran stavano raggiungendo Mashhad per la sepoltura dell’ayatollah Ali Khamenei – ma soprattutto ha colpito uno snodo ferroviario cruciale per le relazioni commerciali iraniane con la Russia e la Cina. E’ anche per questo che l’Iran ha voluto sottolineare l’obiettivo tattico degli americani: è un modo per dire a Mosca e Pechino guardate, stanno colpendo anche i vostri interessi. 
ANKARA, TURKIYE - JULY 9: An infographic showing "Targeted areas in Iran" created in Ankara, Turkiye on July 9, 2026. (Photo by Omar Zaghloul/Anadolu via Getty Images)
ANKARA, TURKIYE - JULY 9: An infographic showing "Targeted areas in Iran" created in Ankara, Turkiye on July 9, 2026. (Photo by Omar Zaghloul/Anadolu via Getty Images)
La collaborazione nel settore della Difesa fra Iran, Russia e Cina è nota da tempo, e passa attraverso la condivisione d’intelligence, di tecnologie ed esercitazioni militari congiunte, ma non si è mai sviluppata in un coinvolgimento diretto e ufficiale di Mosca e Pechino nel conflitto iraniano. La Cina ha aiutato l’Iran a censurare internet, ad avere la tecnologia satellitare per coordinare gli attacchi contro Israele e i paesi del Golfo, ma sempre tenendo a mente il principio cardine della politica estera di Pechino, e cioè quello della negabilità plausibile, ovvero la possibilità di negare credibilmente un coinvolgimento diretto. Tanto da aver convinto, almeno all’apparenza, anche il presidente americano Donald Trump, che due giorni fa al vertice Nato di Ankara ha detto di essere “un grande ammiratore” del leader cinese Xi Jinping, che lo avrebbe “trattato bene”: “Gli ho detto: spero che non entrerai in guerra perché non lo vogliamo, e lui non l’ha fatto e non li ha aiutati. E’ stato grande”. Al rinnovarsi delle operazioni americane contro l’Iran, la portavoce del ministero degli Esteri di Pechino, Mao Ning, ha mantenuto la posizione cinese della potenza in equilibrio, ha detto che una ripresa delle ostilità “non è nell’interesse di nessuna delle parti” e ha invitato Stati Uniti e Iran a dare seguito al memorandum d’intesa di Islamabad. Nel frattempo, però, il regime di Teheran si muoveva in un’altra direzione. Da mesi ormai l’Iran cerca di ottenere un coinvolgimento più diretto della leadership cinese nei negoziati e nel conflitto. L’ha fatto più volte, nelle scorse settimane, rivendicando una partnership d’acciaio con la Repubblica popolare, ma adesso ha alzato il tiro: ha toccato le infrastrutture cinesi. Il ponte colpito ieri dagli americani non è importante perché è una grande opera, ma piuttosto perché rappresenta un collo di bottiglia dentro una direttrice ferroviaria molto più ampia, e cioè la linea che collega il nord-est iraniano al confine con il Turkmenistan e si inserisce nella via terrestre che passa attraverso il Kazakistan e consente ai treni merci provenienti dalla Cina e dall’Asia centrale di entrare nella rete iraniana. Quella tratta fa parte dell’architettura dei corridoi eurasiatici che Pechino considera alternativi alle rotte marittime, un pezzo fondamentale della sua Via della seta che le consente il passaggio di merci cinesi verso il medio oriente in tempi quasi più rapidi rispetto al trasporto via mare. Per le stesse ragioni negli ultimi anni quella stessa infrastruttura ha guadagnato maggiore valore anche per Mosca: l’International North-South Transport Corridor, il corridoio nato all’inizio degli anni Duemila dalla collaborazione fra Russia, India e Iran che passa attraverso Iran e Azerbaigian, e poi Turkmenistan e Kazakistan, è il sistema con cui Mosca ha costruito un canale commerciale verso il Golfo Persico e l’Asia meridionale quando le sanzioni occidentali le hanno reso più difficile percorrere le rotte tradizionali.
Quella ferrovia colpita dagli Stati Uniti è quindi il simbolo sacrificabile degli interessi strategici convergenti di Pechino, Mosca e Teheran, e uno dei tasselli che hanno permesso finora a Cina e Russia di mantenere aperti canali economici con Teheran senza necessariamente trasformare il rapporto in un impegno militare diretto. Chi comanda in Iran sa benissimo che per Pechino la sicurezza delle infrastrutture strategiche all’estero è diventata una priorità, perché i corridoi della Via della seta non sono solo vie commerciali ma strumenti di proiezione economica e geopolitica. E basti pensare all’esempio del Pakistan: il China-Pakistan Economic Corridor, progetto simbolo della Via della seta che collega lo Xinjiang al porto di Gwadar e offre a Pechino un accesso alternativo all’Oceano indiano, è stato più volte bersaglio di gruppi militanti in Balochistan, che hanno colpito sia infrastrutture sia lavoratori cinesi. Dopo i continui attacchi a Gwadar, Pechino ha aumentato esponenzialmente le pressioni sul governo pachistano per garantire la sicurezza dei propri investimenti. Oggi l’obiettivo più ampio di Teheran potrebbe essere quello di mettere Pechino davanti al dilemma di quanto è disposta a esporsi per proteggere i propri interessi strategici quando vengono trascinati dentro una crisi militare tra Iran e Stati Uniti.