Le cinque incognite del modello Burnham

Goldman Sachs analizza il programma dell'ex sindaco che succederà a Starmer partendo dai suoi punti chiave. Resta poco chiaro come attuare alcune idee: guidare il Regno Unito non è come guidare Manchester

10 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 06:35
Immagine di Le cinque incognite del modello Burnham

Foto Getty

Gli inglesi lo hanno battezzato “Manchesterismo” perché il modello che Andy Burnham ha proposto per guidare la Gran Bretagna al posto di Keir Starmer è molto simile a quello sperimentato, con successo, nella città di Manchester di cui è stato sindaco per quasi dieci anni. Ma funzionerà per un paese che dal 2016 a oggi ha bruciato primi ministri con rapidità impressionante? Lo scoglio sul quale sono scivolati tutti i leader che lo hanno preceduto – da Boris Johnson a Rishi Sunak – è la crescita economica, che Burnham ha messo in cima alla sua agenda. Stimolare lo sviluppo stagnante della Gran Bretagna mantenendo i conti pubblici in ordine: questa è la sua priorità. Non sono pochi, però, ad avere dei dubbi su una ricetta basata sul decentramento dei poteri dello stato, un maggior controllo dei servizi di pubblica utilità e degli investimenti, un ampio programma di edilizia residenziale, reindustrializzazione e opportunità per i giovani. Tutte misure che sulla carta dovrebbero migliorare le performance regionali, ridurre i limiti infrastrutturali e abitativi e favorire la crescita mantenendo la disciplina fiscale. Ma qualcosa, evidentemente, non torna e a guardare con diffidenza al “Manchesterismo” sono in questo momento soprattutto i mercati finanziari dove il timore di un “momento Truss” per la Gran Bretagna – quando cioè la prospettiva di una spesa fiscale fuori controllo provocò un forte scossone ai titoli di stato provocando le dimissioni della neo premier conservatrice, Liz Truss – è sempre in agguato.
Secondo un’analisi della banca d’affari americana Goldman Sachs, è molto difficile che con il programma enunciato da Burnham non si allarghi il deficit pubblico. Inoltre, questo programma – osservano in sintesi gli analisti di Goldman, James Moberly e Sven Jari Stehn – dedica scarsa attenzione ad altri ambiti in grado di stimolare la crescita, tra cui l’intelligenza artificiale e un rapporto più stretto con l’Europa. “E’ importante sottolineare che non è chiaro in che modo i suoi piani differiscono dall’attuale politica governativa (cioè quella di Starmer, laburista come Burnham, ndr) né come verranno finanziati. Di conseguenza, prevediamo che i rendimenti dei titoli di stato britannici (i gilt) risentiranno dei dettagli dei suoi piani fiscali”. Insomma, ci risiamo. I politici fanno promesse in campagna elettorale che poi non riescono a mantenere quando sono al governo. Magari bisognerebbe fare come ha suggerito l’economista Carlo Cottarelli in un’intervista al Corriere della Sera: quando i partiti presentano i programmi elettorali devono indicare anche dove prendono i soldi.
Burnham, però, ha esperienza di governo sebbene limitata a una città dove tra i maggiori risultati che gli vengono riconosciuti c’è quello di avere reso più efficienti servizi pubblici come trasporti, acqua ed energia attraverso la “Bee Network”, una rete in cui l’ente statale pianifica percorsi e tariffe e i privati partecipano alle gare d’appalto per la gestione dei servizi. Un’esperienza che ha consentito di abbassare i costi per i consumatori. Perché allora questo modello non si può replicare su una scala più ampia? L’analisi di Goldman entra nel dettaglio delle cinque idee chiave di Burnham e per ciascuna pone un dubbio. Il primo riguarda il decentramento della governance pubblica (più poteri agli enti locali) che, secondo Goldman, indebolisce la disciplina fiscale, come alcuni studi hanno dimostrato. Secondo: la transizione verso il controllo pubblico dei servizi potrebbe rivelarsi costosa, scoraggiare gli investimenti privati senza che vi sia differenza con l’attuale contesto caratterizzato da una forte regolamentazione. Terzo: Burnham ha promesso il più vasto programma di costruzione di alloggi pubblici dal secondo Dopoguerra per contrastare il fenomeno dei senzatetto e il caro affitti. Ma è la stessa cosa che sta cercando di fare Starmer, sebbene il ritmo di costruzione delle case vada a rilento a causa di vincoli burocratici che Burnham non dice come intende superare così come non spiega dove conviene edificare: fuori Londra oppure dentro, magari per facilitare la classe lavoratrice che è quella che fa funzionare la città (problema molto simile a quello di Milano). Quarto, l’idea di reindustrializzare la Gran Bretagna non tiene abbastanza conto della concorrenza globale e delle difficoltà infrastrutturali. Quinto, il “ripensamento completo” del sistema educativo per dare opportunità ai giovani che non studiano e non lavorano, anche qui, è molto simile a quello che Starmer sta già realizzando peraltro senza grandi risultati proprio per la carenza di fondi pubblici. Infine, tutti questi impegni, laddove si trasformassero in azioni concrete, avrebbero comunque, secondo l’analisi di Goldman, il difetto di aumentare un po’ il pil, ma senza attuare un’azione trasformativa del paese.