Dal golpe fallito alla Guerra civile. Novant’anni dopo, il Pacto del Olvido non basta più alla democrazia

Il tempo trascorso permette di guardare alla fatidica data dell’alzamiento del 18 luglio con uno sguardo diverso, meno spagnolo e più globale. Meno prigioniero delle passioni, anche letterarie, e delle ideologie contrapposte che fecero della guerra di Spagna un mito del secolo scorso
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Francisco Goya, “Duelo a garrotazos”, 1823

La Spagna inversa. Perché sono passati novant’anni dallo scoppio della Guerra civile, nell’estate del ‘36. E poco più di cinquanta dalla fine della dittatura di Francisco Franco, il Generalísimo che vinse la guerra, non perdonò i vinti e tenne il paese in pugno fino alla morte, nel novembre del ‘75. Il tempo trascorso permette di guardare alla fatidica data dell’alzamiento del 18 luglio con uno sguardo diverso, meno spagnolo e più globale. Meno prigioniero delle passioni, anche letterarie, e delle ideologie contrapposte che fecero della guerra di Spagna un mito del Novecento. Non fu solo l’introibo alla Seconda guerra mondiale. Fu “laboratorio di dinamiche che avrebbero plasmato tutta la storia europea contemporanea”, sottolineano cinquanta storici spagnoli. In un saggio collettivo di dimensioni monumentali: La Guerra Civil española. Una historia global – appena pubblicato a cura di David Alegre, Miguel Alonso e Javier Rodrigo dell’Università di Barcellona – gli autori dimostrano “come la Guerra di Spagna sia stata la Grande guerra civile europea del XX secolo”. Un conflitto transnazionale dove si sperimentò la disumanizzazione dell’altro, l’uso della violenza contro i civili allo scopo di epurare la società, i campi di internamento e di lavoro forzato, la sovrapposizione – nella guerra irregular che seguì la vittoria di Franco nel ‘39 – di repressione e resistenza armata. Da questa prospettiva acquistano rilievo vicende quasi assenti dalla memoria europea, come quelle relative ai maquis, i guerriglieri antifranchisti che continuarono la lotta dalle montagne: nei Pirenei, nella Cordigliera Cantabrica, nella Sierra Morena in Andalusia. O quella, tristissima, dei niños de la guerra, migliaia di minori evacuati all’estero – in Francia, Belgio, Inghilterra, Unione Sovietica – per sottrarli all’orrore bellico. O dei niños perdidos, bambini sottratti, nel dopoguerra, a famiglie repubblicane per essere affidati a istituzioni o a coppie fedeli al franchismo.
Nel monumentale “La Guerra Civil española” gli autori dimostrano come questa sia stata un laboratorio per tutta la storia europea contemporanea
Oggi il focus sulla Guerra civile parte dall’origine: il golpe fallito. O almeno riuscito solo a metà. Altro che ricorrenza del Glorioso Alzamiento Nacional, per usare la terminologia maiuscola in uso nell’era di Franco. Fu lui a stabilire che il 18 luglio, data di inizio di una violenza fratricida senza precedenti in Spagna, fosse una festività nazionale. Dal suo punto di vista, per commemorare la rivolta nel ’36 della vera Spagna, da lui incarnata, contro l’anti-Spagna della Seconda Repubblica, dei movimenti operai, del laicismo radicale, delle spinte separatiste. Un’operazione di propaganda. Come quella di appropriarsi del termine nacionalista. Durante la guerra e ancor di più negli anni della dittatura, gli insorti contro il governo legittimo della Repubblica furono chiamati, erga omnes, “nazionalisti”. Vennero così identificati con la nazione stessa, con la sua essenza, autentica o presunta che fosse. I lealisti fedeli alla Repubblica furono definiti, invece, “repubblicani”, quasi fossero un elemento estraneo al “corpo mistico” della nazione. Naturalmente vi fu, e continua talvolta ad esservi, anche lo scambio reciproco di dispregiativi: fascistas contro rojos.
Certo, se i militari insorti avessero vinto in poco tempo, la dittatura si sarebbe instaurata subito. Il regime non sarebbe stato troppo diverso da quelli che, in quegli anni, si affermavano in molte altre parti d’Europa, da occidente a oriente. Né troppo diverso dal direttorio di Miguel Primo de Rivera, il capitano generale che aveva preso la Spagna senza colpo ferire, o quasi, nel 1923, in un’epoca di caos sociale e politico. E aveva poi governato il paese fino al 1930. Esempio di una dittatura accettata da tutti coloro che avevano voce in capitolo in un paese rurale e arretrato come la Spagna: esercito, sindacati, latifondisti, borghesia catalana, gran parte delle gerarchie cattoliche, lo stesso re Alfonso XIII di Borbone.
Una pratica reiterata nella storia spagnola, quella del golpe. Nel 1923 chiuse una crisi. Nel ‘36 aprì una ferita. I generali ribelli non convinsero il paese. Si affermarono solo nelle regioni dove il loro potere militare era già consolidato. Ma nelle città – Madrid, Barcellona, Valencia, Bilbao – il golpe trovò una resistenza immediata. I lealisti fedeli alla Seconda repubblica presero le armi. La persecuzione anticlericale – già manifestatasi in precedenza – divenne sistematica e brutale. Chiese e conventi bruciati, religiosi assassinati da parte di gruppi di miliziani del campo repubblicano, che era “campo largo”, eccome. La Spagna si spezzò in due. España partida en dos è un libro di Julián Casanova, professore emerito dell’Università di Saragozza, forse il più gettonato tra gli storici della Spagna contemporanea, di certo il più presente sul web, sui giornali, in tv. Tale è stato il successo del volume che, la scorsa primavera, Julián Casanova ne ha pubblicato una versione a fumetti. “Molti spagnoli non volevano la guerra. Altri scoprirono troppo tardi di trovarsi dalla parte sbagliata e tentarono la fuga. La guerra, però, li raggiunse tutti. Erano milioni. Li costrinse a schierarsi. Sprofondarono nella violenza”. Il titolo non è neutro. Con España partida en dos, Casanova indica una frattura irredimibile nel paese. Non solo la geografia del fronte. Il rimando è a un’intera genealogia della cultura spagnola, all’archetipo de las dos Españas come destino. Un modello culturale che oggi sopravvive sottotraccia, percepito come residuato bellico di un’epoca tramontata. O, peggio, come elemento di folclore, il luogo comune più duraturo dell’immaginario sulla Spagna.
Eppure, si tratta proprio de las dos Españas dei versi accorati di Machado, il poeta morto nel 1939 nei Pirenei francesi, un mese prima della fine della Guerra civile da cui fuggiva. Quelle del monito all’españolito appena nato. “Che Dio ti guardi. Una delle due Spagne ti farà gelare il cuore”. Oppure dei tormenti di Unamuno che considerava el cainismo – il competere tra fratelli fino alla morte – un tratto distintivo del carattere degli spagnoli. E, prima ancora, “il sonno della ragione che genera mostri” di Goya, il pittore che più di ogni altro anticipò la modernità. Goya, che col Duelo a garrotazos del 1823 diede l’immagine più potente e desolata dello scontro fratricida. Nel dipinto due uomini della stessa schiatta, in tutto simili l’uno all’altro, armati di bastone, si affrontano in una lotta primordiale. Poco importa chi prevarrà. Perché i due rivali – uno ferito e l’altro col braccio alzato per proteggersi dalla violenza dell’avversario – sono sprofondati fino alle ginocchia in un terreno che cede sotto i loro colpi. La fuga è impossibile. La rovina li attende.
Il dipinto è opera simbolo tra le Pinturas negras di Goya, assolutamente da non perdere durante una visita al Museo del Prado di Madrid. Sono 14 capolavori, oscuri e visionari, dipinti tra il 1819 e il 1823, negli anni feroci in cui la Spagna si lacerava, manco a dirlo, tra due fazioni. Da un lato i liberali, dall’altro i fautori dell’assolutismo monarchico. Non è un caso che un regista come Alejandro Amenábar (Premio Oscar nel 2005 per Mare dentro) abbia ripreso la scena goyesca dello scontro senza scampo in Mientras dure la guerra, un film del 2019 ambientato nella Salamanca conquistata dagli insorti nell’estate del ‘36. La pellicola, eccellente tra le migliaia dedicate alla Guerra civile, racconta come Miguel de Unamuno, rettore dell’Università di Salamanca – personalità tra le più influenti del paese, filosofo, politico, scrittore, poeta, drammaturgo – vive i primi mesi del conflitto. Dapprima appoggia gli insorti, conscio del caos interno al governo della Repubblica. Poi, però, la violenza cieca tocca i suoi amici. E Unamuno, in preda al desencanto, arriva a scontrarsi nell’aula magna della “sua” università con un protagonista dell’alzamiento come il generale Millán-Astray, fondatore della Legione spagnola di stanza in Marocco. Davanti a una platea di falangisti il rettore pronuncia parole premonitrici: “Vincerete, ma non convincerete. Per convincere bisogna persuadere”. Poi conclude: “Mi sembra inutile chiedervi di pensare alla Spagna”.
La pellicola di Amenábar ha il merito di ricostruire lo “spirito” degli insorti, tutti generali africanisti temprati nelle campagne coloniali in Marocco. Sulle montagne del Rif si combatteva oltre ogni limite. Nulla era troppo feroce o troppo spregiudicato. Allo scoppio della Guerra civile gli africanisti non fecero altro che importare i metodi coloniali nella madrepatria. Tra loro, Franco era il più “incolore”. Caratteristica che lo rese, negli anni a venire, campione nell’arte della sopravvivenza. Nell’estate del ‘36 Franco si fece pregare per aderire all’alzamiento. Poi, in autunno, ottenne pieni poteri dalla Giunta di Burgos, il direttorio militare creato dagli insorti. L’accentramento dei poteri dello Stato nelle mani di Franco doveva essere mientras dure la guerra. Invece durò quarant’anni, fino alla morte. La Guerra civile terminò ufficialmente il 1° aprile 1939. Fu una fazione a prevalere sull’altra. Senza negoziati, senza riconciliazione. Eppure l’arte, la letteratura, il cinema, il teatro – un numero senza fine di opere dedicate all’era di Franco – avevano già intuito e raccontato l’irreversibilità del dramma. “Non è arrivata la pace. E’ arrivata la vittoria”, dice uno dei protagonisti di Las bicicletas son para el verano, opera teatrale del 1977 di Fernando Fernán Gómez, molto rappresentata durante la Transizione, negli anni in cui ebbi la fortuna di studiare a Madrid.
Prima ancora, a luglio del 1976, mi trovavo a Salamanca. La città dell’università più antica di Spagna, delle cupole di granato e d’oro, oggi patrimonio Unesco. Un incanto per chi, come me, aveva vent’anni e “la Spagna nel cuore”. Proprio Salamanca. La capital y centro propulsor de la España nacional, nella versione di Franco, che dopo l’estate del ‘36 vi aveva installato il suo quartier generale.
Il 18 luglio ’76 a Salamanca, una città in fermento. Ciascuno custodiva storie familiari atroci, ma le loro erano conversazioni confidenziali
Ma quando arrivai in Spagna, il Caudillo era morto da sette mesi. E in quei primi giorni di luglio del ‘76 il re Juan Carlos I sostituiva il governo di Carlos Arias Navarro con quello di Adolfo Suárez. Nessuno poteva immaginare che quell’atto avrebbe segnato l’inizio della Transizione democratica. Il 18 luglio si commemorarono i quarant’anni dell’Alzamiento Nacional. Fu l’ultima volta. Nel 1977 la festività venne abolita proprio da Suárez, nel segno del nuovo spirito de la Concordia auspicato da tutte le forze politiche e dalla monarchia. Non ho memoria di celebrazioni durante quell’ultimo 18 luglio. Era una domenica, l’università era chiusa. Ricordo, però, la città attraversata da fermenti. L’ambiente era cosmopolita. I ragazzi spagnoli talvolta parlavano di Guerra civile e di repressione. Ciascuno custodiva storie familiari atroci. Ma le loro erano conversazioni confidenziali. In quanto straniera avevo il privilegio dell’extraterritorialità. Non ero “coinvolta”. Ricordo la vicenda di un nonno asturiano costretto dai nazionalisti a firmare la cessione della piccola centrale idroelettrica che aveva costruito con fatica e della casa in cui viveva con moglie e sei figli. Non bastò per salvargli la pelle. E i fatti del Marqués de Chávarri, il piroscafo requisito a Malaga nell’agosto del ’36 dalle autorità della Repubblica e utilizzato come carcere. Nella nave vennero rinchiusi esponenti dell’élite locale per evitare infiltrazioni franchiste. Un giovane aristocratico, zio di una collega di università, fu “imbarcato” per qualche tempo. Tornò a casa ammutolito. Dopo due giorni si suicidò. Si era appena sposato.
A febbraio del ‘37 Malaga fu presa dai franchisti. Tra loro c’era anche Arias Navarro, passato alla storia come ultimo presidente del governo nominato dal Caudillo, ma anche come el carnicero de Málaga per il ruolo svolto nella repressione crudele seguita alla caduta della città.
Con l’Alzamiento i generali africanisti insorti non fecero altro che importare nella madrepatria la brutalità dei conflitti coloniali
Negli anni della Transizione condotta da Suàrez e da Juan Carlos di Borbone si preferì evitare un confronto diretto con il peso della Guerra e dell’èra di Franco. Si scelse il Pacto del Olvido, un accordo comune, non scritto, tra tutti gli attori politici e istituzionali, con cui si decise l’oblio sul passato per dedicarsi al futuro. La neonata democrazia era fragile, nonostante fosse auspicata dalla stragrande maggioranza degli spagnoli. Per capire le contrapposizioni che attraversavano il paese, bisogna tornare all’alba del 20 novembre 1975, quando Franco murió en su cama, sopraffatto solo dalla biologia. Morì nel suo letto, il Caudillo, e – piaccia o no – ebbe tributati gli onori dovuti a un capo di stato. In quei giorni neanche uno tra gli oppositori durmió en su cama. Anche el Día del Alzamiento finì nell’oblio istituzionale. Certo, nella calle c’era chi ricordava, eccome. Bisognò attendere il 1980 perché a Madrid venisse inaugurata la Primera exposición sobre la Guerra civil, “cercando di mantenere equilibrio tra i due contendenti”, sottolineava El País nel presentare la mostra.
Ci sono volute due leggi dedicate al dovere della memoria nei confronti dei vinti – quella della Memoria Histórica del 2007 e quella della Memoria Democrática del 2022 – per riportare la Guerra civile al centro del discorso pubblico. Non tanto nei luoghi della politica, stretti tra l’eterno sospetto di “franchismo” che incombe sul Partido Popular e le accuse di corruzione e traffico d’influenze che assediano il governo socialista di Sánchez e il suo entourage. Quanto nei media, nell’accademia e nelle istituzioni chiamate ad applicare quelle leggi e fare i conti con “un passato che non passa mai”, come afferma Ramón Tamames, ultranovantenne storico ed economista comunista spagnolo che alla Guerra civile ha dedicato pagine memorabili.
Ci sono volute due leggi dedicate al dovere della memoria nei confronti dei vinti per riportare la Guerra civile al centro del discorso pubblico
Il tempo, soprattutto, ha permesso di guardare alla Spagna inversa, quella a cui non basta che il franchismo sia stato dichiarato “illegittimo e illegale”. Perché nel frattempo sono state scavate le fosse comuni dell’archeologia del dolore, povere ossa calcificate di migliaia di oppositori paseados, prelevati nottetempo, casa per casa, talvolta solo per un sospetto, e portati “a spasso” fino al luogo in cui venivano assassinati. Sono stati aperti archivi troppo a lungo sbarrati, o volutamente non digitalizzati. Sono stati ascoltati superstiti. O eredi che chiedono la restituzione dei beni confiscati durante la Guerra, talvolta costringendo i proprietari a firmare il trasferimento di proprietà. E’ il caso di Valentín Garrido Muñoz, avvocato socialista della provincia di Salamanca, fucilato il 1° gennaio del 1937, dopo cinque mesi di carcere e nessun processo. La famiglia fu distrutta, il figlio maggiore assassinato per strada a colpi di bastone. Ora i nipoti – sono notizie di cronaca – si sono rivolti al tribunale per riavere ciò che era del nonno Valentín. Vae victis.