"L’Europa può risvegliarsi dal suo lungo torpore e riaccendere il fuoco che fu acceso millenni fa". Il discorso di Rubio

Al crepuscolo, con l’Acropoli come sfondo, il segretario di stato americano cerca nell’antichità il rimedio al declino europeo e poi lo riporta al presente: è l’egemonia americana. E no, “nazionalismo” non è una parolaccia. Pubblichiamo il discorso che il segretario di stato americano, Marco Rubio, ha tenuto ad Atene il 7 ottobre 

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Il segretario di stato americano Marco Rubio parla sulla collina della Pnice, dove gli ateniesi tenevano assemblee democratiche, con il Partenone sullo sfondo (foto LaPresse)

Ci sono grandi rovine in ogni angolo del mondo. In molti casi sono luoghi in cui la storia sembra essersi esaurita: resti di culture lontane, ormai uscite da tempo dalla memoria viva. Ma l’Acropoli è diversa. Da migliaia di anni la civiltà che ha costruito ciò che si staglia alle mie spalle affascina l’immaginario del mondo occidentale. Generazioni di statisti, artisti e filosofi hanno guardato a essa con meraviglia e con soggezione. Il tempo tende a intorpidire i sensi: le grandi vittorie e le sconfitte catastrofiche finiscono per ridursi a una nota a piè di pagina in un manuale, un altro fatto che i nostri studenti memorizzano e poi dimenticano. Ma i greci dell’antichità sembrano avere sulla nostra memoria una presa quasi mistica. Ci richiamano a sé, ancora e ancora. Nel 480 aC gli eserciti di Serse arrivarono in questa città e diedero alle fiamme i suoi santuari. La maggior parte degli ateniesi si era già messa in salvo per mare, su un’isola vicina. Ma un manipolo di loro si rifiutò di abbandonare la propria casa. Si barricarono allora nella rocca dell’Acropoli per una straordinaria resistenza all’ultimo sangue, scagliando massi enormi lungo i dirupi contro gli invasori persiani e tenendo a bada per giorni il più grande impero dell’epoca. Alla fine furono sopraffatti. I persiani saccheggiarono i templi, bruciarono i santuari e rasero al suolo l’Acropoli. Ma quando gli ateniesi tornarono, raccolsero i resti frantumati della vecchia Acropoli e li seppellirono nella collina su cui sorgeva. E decenni dopo, sotto Pericle, innalzarono il Partenone.
Da venticinque secoli il Partenone è in piedi. Gli imperi sono sorti e caduti alla sua ombra. (...) Due secoli e mezzo dopo la fondazione della repubblica americana, sono qui come segretario di stato di quella repubblica, e come pronipote di coloni arrivati nel Nuovo Mondo dalla Spagna. Sono qui per testimoniare un debito che nessun lasso di tempo e nessuna distanza potranno mai estinguere. La storia dell’America, la storia del mio paese, è cosparsa delle impronte dell’antichità. La Grecia è scolpita nell’architettura del nostro governo: nelle colonne imponenti, nelle cupole e nei monumenti della nostra capitale. (...)
Gli uomini che fondarono il mio paese erano affascinati dall’eredità che avevamo ricevuto dalla vostra. (...) Moltissime persone si stupiscono di scoprire che l’autore più citato nei Federalist Papers non era un filosofo dell’Illuminismo né un teorico della politica. No: l’autore più citato nei Federalist Papers era Plutarco, il biografo greco dei grandi uomini della Grecia e di Roma. Si è scritto e detto molto sull’influenza dell’antica Grecia sulle idee dei Padri fondatori americani e, del resto, su tutti i filosofi e gli statisti occidentali che li hanno preceduti. Quasi tutti conosciamo la storia di base. Atene ci ha dato la democrazia. Platone e Aristotele ci hanno dato la filosofia occidentale. Le nostre idee di legge, di virtù, di cittadinanza e di governo repubblicano si sono formate nelle città-stato greche. Persino buona parte del nostro lessico politico, parole come democrazia, tirannide, la parola stessa “politica”, ha avuto origine qui. Tutto questo è vero. Ma ciò che dobbiamo a questo luogo, come americani e come occidentali, è in realtà molto, molto più profondo. (...)
L’autore più citato nei Federalist Papers non era un filosofo illuminista né un teorico della politica: era Plutarco
Qui, ad Atene, trovammo la prima piena realizzazione di tutti i tratti essenziali che sarebbero venuti a definire l’occidente: un’individualità fiera e un’ambizione implacabile; lo spirito di esplorazione e di invenzione; l’aspirazione alla scoperta, all’avventura, al rischio e alla gloria. (...) Una curiosità insaziabile per il mondo e per i princìpi che lo governano, la fame di conoscere i misteri della natura e di afferrare i segreti del cosmo. Un’insofferenza verso l’idea stessa dell’impossibile, che scalpita contro ogni confine e ogni limite, protesa a scrutare le profondità dell’ignoto. (...) Conoscere questi princìpi significa conoscere noi stessi. Ciò che è sbocciato qui è il desiderio occidentale di portare alla luce tutto ciò che l’ignoranza, il buio e la distanza avevano tenuto nascosto alla mente dell’uomo. I greci non hanno semplicemente plasmato la storia: ci hanno dato la storia stessa. (...) Mentre altri guardavano all’interno, i greci furono i primi a rivolgere lo sguardo all’esterno, a inseguire l’emozione e la gloria di vedere tutto ciò che era strano e nuovo. (...) Fu questo tratto a spingere l’occidente a creare e costruire ciò che altri non potevano, distinguendoci da tante altre culture e civiltà in cui la stabilità e la sussistenza erano i fini supremi della vita.
Ma dai greci non ereditiamo soltanto l’ambizione di esplorare l’ignoto: ereditiamo la convinzione che l’ignoto possa essere conosciuto. La fiducia che il mondo possa essere tracciato, misurato, mappato e compreso, e che esista un ordine razionale del cosmo, governato da leggi fondamentali che gli uomini possono osservare e la mente può arrivare a capire. Questo fu il fondamento della mente occidentale: la nostra matematica, la nostra scienza, la nostra medicina. La nostra filosofia, la nostra etica, la nostra religione. Preparò il terreno perché il Vangelo di Gesù Cristo trovasse in Europa un suolo fertile e fiorisse fino a diventare l’impero della cristianità. Fu il fondamento della ricchezza della teologia cristiana, di Agostino e di Tommaso e di tutta la tradizione del diritto naturale. Diede vita a una civiltà segnata non solo da una cultura comune, ma da un’antropologia comune, da una visione condivisa dell’uomo e del suo posto nell’universo. (...)
Per i greci dell’antichità la ricerca dell’eccellenza era il principio stesso dell’esistenza umana. Organizzavano tutta la vita civica attorno alla gara, all’ambizione, alla competizione: nella filosofia e nella poesia, nella scultura e nel teatro, nell’atletica e nell’arte, nella guerra e nell’arte di governo. La città greca classica era un’arena in cui i grandi uomini mettevano alla prova loro stessi, affinando il proprio potenziale attraverso una lotta perpetua, per essere i migliori, sforzandosi di avvicinarsi sempre di più alla perfezione. So che alle orecchie moderne ciò che ho appena descritto, questo modo di vivere, può suonare strano, persino crudele. L’ideale di molte ideologie del nostro tempo è diventato, francamente, un mondo di sicurezza perfetta, privo di rischio e di fallimento, senza né la gloria della vittoria né la vergogna della sconfitta.
Troppo spesso, oggi, costruiamo verso il basso. Progettiamo i nostri standard in modo che nessuno perda; ci preoccupiamo più del comfort dei peggiori che del potenziale dei migliori. (...) Gli uomini che realizzarono il Partenone costruirono verso l’alto. Ritenevano che l’aspirazione più alta e nobile della vita fosse superare tutti gli altri, sforzarsi di essere i migliori in ogni cosa. Ma da quella lotta costante per la distinzione nacque la grande fioritura di arte, filosofia ed energia politica e intellettuale che avrebbe trasformato un insieme di città del Mediterraneo nella culla della più grande civiltà del mondo. Il “thumos”, come lo chiamavano gli antichi greci, il fuoco della passione, della forza, del coraggio, dell’orgoglio, è il cuore di ogni grande civiltà. E senza di esso? Senza di esso le nazioni perdono la volontà di combattere, la volontà di lottare, la volontà di sopravvivere. Oggi gran parte dell’occidente ha dimenticato questa qualità. Col tempo, noi occidentali abbiamo cominciato a vergognarci proprio di ciò che ci rendeva eccezionali. Ci imbarazzava il fatto che i nostri traguardi ci distinguessero dal resto del mondo.
Il “thumos”, il fuoco della passione, della forza, del coraggio, dell’orgoglio, è il cuore di ogni grande civiltà
La nostra prosperità è diventata, in qualche modo, motivo di colpa. Non credevamo più di meritare e di esserci guadagnati la nostra grandezza. Il termine “nazionalismo” è diventato una parolaccia. E così abbiamo abbattuto i nostri monumenti, abbiamo condannato la nostra stessa storia. E in troppi luoghi abbiamo insegnato ai nostri figli a vergognarsi dei paesi che avrebbero ereditato. Nel farlo, abbiamo aperto le nostre frontiere ed esternalizzato la nostra industria, e abbiamo lasciato che le nostre forze armate si indebolissero e decadessero. E anno dopo anno ci è parso di esternalizzare sempre più sovranità, trasferendo le nostre decisioni a burocrazie globali ben al di là del nostro controllo. Ma altri sono stati ben lieti di riempire il vuoto che avevamo lasciato, il vuoto prodotto dalla nostra debolezza. E mentre la fiducia dell’occidente vacillava, i suoi avversari e i suoi rivali sono diventati sempre più assertivi, accumulando ricchezza e potere al nostro posto.
Oggi ci troviamo a un bivio. Perché il prossimo decennio e le decisioni che prenderemo scriveranno la storia del prossimo secolo. La strada che sceglieremo determinerà se l’occidente manterrà il suo posto alla guida del mondo o si rassegnerà a un futuro di atrofia, servitù e declino. O sceglieremo di agire adesso, o perderemo la possibilità stessa di scegliere. Con il presidente Trump, gli Stati Uniti hanno fatto la loro scelta. Scegliamo la ricerca senza scuse della potenza nazionale: riprendere il controllo delle nostre catene di approvvigionamento critiche, reindustrializzare la nostra economia, ricostruire la nostra difesa, lottare per il predominio nelle tecnologie e nelle industrie del futuro. Scegliamo di spingerci verso nuove frontiere: nella manifattura avanzata e nella superintelligenza; nei droni, nelle armi e nella guerra; nei chip, nei minerali, nel cyber e in ogni altro ambito delle possibilità umane. Di liberare la nostra energia, ricostruire le nostre fabbriche, riportare i nostri astronauti sulla Luna e inaugurare una nuova età dell’esplorazione spaziale. Per tutti i loro nobili ideali, gli antichi greci non erano ingenui. Capivano che le nazioni hanno degli interessi. Capivano che l’arte di governo richiede prudenza e diplomazia, ma anche la capacità di usare la forza quando prudenza e diplomazia falliscono. Capivano che il potere richiede non solo i mezzi per difendersi, ma anche la credibilità di essere disposti a usarli.
Con il presidente Trump, gli Stati Uniti hanno fatto la loro scelta. Scegliamo la ricerca della potenza nazionale
Questa è la concezione classica della politica e dell’arte di governo che l’Amministrazione Trump spera di riconquistare, non solo per il nostro paese, ma per l’intera nostra civiltà. Crediamo che l’Europa possa risvegliarsi dal suo lungo torpore e riaccendere il fuoco che fu acceso qui millenni fa. Ci sono già dei segnali. In tutto questo continente stiamo assistendo a quello che speriamo sia l’inizio di un cambiamento generazionale: spesa per la difesa alle stelle, una raffica di nuove partnership e di nuovi programmi, produzione e manifattura in espansione, sulla scia degli storici impegni sulla difesa assunti l’anno scorso all’Aia. La Grecia è stata al centro di questo cambiamento. Il popolo di questa nazione ha dimostrato ancora una volta di essere un amico indispensabile per l’Europa e per gli Stati Uniti, su tutto, dall’energia alla migrazione alla difesa, dove la Grecia è stata un alleato modello. E la nostra più sincera speranza è che tutta l’Europa segua il vostro esempio.
Anche se le passioni possono a volte aver messo alla prova i legami di affetto tra Stati Uniti ed Europa, non si deve permettere che li spezzino. Insieme, dobbiamo rafforzare un’alleanza in grado di affrontare le minacce della nostra epoca. E possiamo farlo. Perché non crediamo che l’amicizia transatlantica debba essere un gioco a somma zero. Al contrario: la nostra visione è quella di un’alleanza la cui forza sia superiore alla somma delle sue parti. E’ una visione che abbiamo visto all’opera proprio il mese scorso, in un accordo senza precedenti tra Stati Uniti, Danimarca e Groenlandia, un accordo che rimodellerà l’Artico e rafforzerà la sicurezza di tutta la Nato.
Tutti e tre i partner ne sono usciti vincitori. Tutta l’Europa, la Nato e gli Stati Uniti ne sono usciti più sicuri e più forti. Vogliamo vincere insieme. Dobbiamo vincere insieme. Oggi è diventato di moda credere che una politica estera illuminata significhi mettere la comunità globale davanti al proprio popolo. E credo che anche qui abbiamo molto da imparare dagli uomini dell’antica Grecia, perché sapevano che non c’era nulla di egoista o di sbagliato nella lealtà verso la propria nazione, né nel battersi per difenderne gli interessi prima di ogni altra cosa. Credevano, con fierezza, nell’ideale del grande uomo: l’individuo eccezionale che ottiene l’immortalità attraverso le proprie azioni. Ma credevano che la gloria e la fama si conquistassero lottando, sacrificandosi e compiendo grandi imprese per qualcosa di più grande di sé. L’eroe ricorrente del mondo greco antico era l’uomo disposto a pagare qualsiasi prezzo per una causa degna della sua lealtà.
Lo vediamo in Socrate, che rifiutò di abbandonare la ricerca della verità anche a costo della vita. Lo vediamo nella leggendaria resistenza dei 300 spartani, circondati e senza speranza, in enorme inferiorità numerica di fronte ai vasti eserciti della Persia, che rifiutarono la possibilità di salvarsi e scelsero di combattere fino all’ultimo uomo piuttosto che abbandonare il proprio posto o il proprio dovere. E lo vediamo nell’epico mito di Achille, a cui viene offerta la scelta di tornare a casa e vivere una vita lunga e tranquilla, ma che sceglie invece di restare a Troia e di perire inseguendo la gloria eterna. Queste sono le qualità che avrebbero plasmato l’immaginario morale dell’occidente. Dal martire cristiano che rifiutò di tradire la propria fede al patriota che diede la vita per il proprio paese; da san Tommaso Moro alla battaglia di Alamo, fino alle immortali parole conclusive della Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti: “Ci impegniamo reciprocamente con le nostre vite, le nostre fortune e il nostro sacro onore”. E’ dai greci che l’occidente ha ereditato il senso del dovere, una lealtà incrollabile al proprio codice, alla propria causa, al proprio paese. I nostri eroi, gli eroi dell’occidente, sono coloro che scelgono di restare fedeli al proprio dovere proprio quando è più difficile e doloroso farlo: l’uomo vincolato alla parola data, il soldato che non abbandona il suo posto, il capitano, il proverbiale capitano, che affonda con la sua nave.
Tutto questo è radicalmente diverso da ciò che vediamo ancora oggi, per esempio, in fanatici come i mullah radicali dell’Iran, il cui culto della morte esalta come eroi nazionali bambini kamikaze e presenta il martirio come fine a sé stesso. I nostri eroi possono essere disposti a morire per la loro causa, ma non venerano la morte. E’ proprio perché diamo valore alla vita che riconosciamo l’eroismo in chi preferisce sacrificarla piuttosto che tradire i propri princìpi. Noi diamo per scontata la concezione occidentale di queste cose, eroismo, onore, dovere. Presumiamo che siano in qualche modo universali, per tutti gli esseri umani, in ogni tempo e in ogni luogo. Non lo sono. Sono il prodotto di un carattere distinto, un carattere che è nato qui e ha plasmato l’intera storia della civiltà venuta dopo. Una civiltà che oggi dobbiamo lottare per difendere con la stessa passione dei nostri padri. Agli uomini che costruirono il Partenone succedettero gli architetti della cristianità europea, che innalzarono le cattedrali di Milano, di Colonia e di Firenze. La ricerca della perfezione della forma umana che muoveva gli scultori greci antichi trovò una nuova espressione in Michelangelo. La ricerca dei filosofi greci sulla struttura dell’universo fu raccolta da Copernico, poi da Galileo, da Keplero e da Newton.
La fame di nuova conoscenza diede vita alla prima spedizione di Magellano intorno al mondo, alla scoperta delle Americhe da parte di Colombo e, infine, al viaggio dell’Apollo 11 sulla Luna. E le qualità che spinsero Alessandro a conquistare tutto il mondo conosciuto riapparvero in Cesare, poi in Carlo Magno e in Cortés. E in America quella stessa tradizione ha ritrovato sé stessa in forma nuova. Una terra aperta e selvaggia è diventata il teatro di un grande risveglio dell’immaginazione e dell’ambizione occidentali. L’aspirazione greca a nuovi orizzonti è diventata lo spirito di frontiera americano. I più grandi americani di ogni generazione hanno portato i tratti inconfondibili dei loro antenati: nati ad Atene, formati a Roma, battezzati nella cristianità, temprati nella fornace dell’Europa medievale, dotati del genio inglese per la libertà e poi portati al di là dell’Atlantico per rinascere sulle rive di un nuovo mondo. Insieme, dobbiamo ora riscoprire quello spirito. Siamo a un punto di svolta, non solo nella storia della mia nazione, ma nella storia di tutta la nostra civiltà. Le minacce che affrontiamo oggi sono reali quanto lo erano sulle scene drammatiche dell’antichità. Gli interessi nazionali non sono svaniti di fronte alle istituzioni internazionali. La guerra non è scomparsa solo perché preferivamo la pace. Altri stati hanno continuato ad armarsi, a cercare influenza, a competere per territorio, tecnologia, risorse, mercati, energia e potere.
E ora c’è di nuovo la guerra. C’è di nuovo una competizione tra grandi potenze. Ci sono di nuovo vulnerabilità, aggressione, terrorismo, un intero universo di nuove minacce e di nuovi attacchi.
Dobbiamo dunque ricostruire le nostre istituzioni e le nostre alleanze per affrontare insieme queste minacce, comprendendo che lo scopo di tutto ciò non è abolire la sovranità delle nazioni che le compongono, ma difenderla. E che le nazioni non hanno bisogno di rinunciare alla propria identità per riconoscere i propri interessi comuni. Con i nostri partner qui in Grecia abbiamo costruito un modello di questo. nelle nostre partnership per la difesa, nell’energia e nella tecnologia, nella nostra comune ambizione di proteggere i confini dell’Europa dalle minacce dell’immigrazione di massa.
La nostra amicizia risale ai primissimi anni della mia nazione. Quando nel 1821 la Grecia insorse per riconquistare l’indipendenza dopo secoli di dominio ottomano, gli americani riconobbero in quella lotta qualcosa di familiare. Tre anni dopo il grande statista americano Daniel Webster pronunciò davanti al Congresso un celebre discorso, contribuendo a portare la causa della rivoluzione greca davanti ai rappresentanti della giovane repubblica americana. E cominciò richiamando la loro attenzione su tutto ciò che li circondava. Disse, in quel discorso: “Questa libera forma di governo, questa assemblea popolare… questa pratica del libero dibattito e della pubblica discussione, il confronto tra mente e mente… persino l’edificio in cui ci riuniamo, queste colonne proporzionate, questa architettura ornata, tutto ci ricorda che la Grecia è esistita e che noi, come il resto dell’umanità, siamo suoi grandi debitori”.
Quelle parole sono vere oggi come lo erano quando furono pronunciate. La storia della Grecia non ci offre soltanto uno scorcio delle nostre istituzioni nelle loro forme più antiche. La storia della Grecia ci mostra un’immagine di noi stessi. Ci mostra che la nostra è l’eredità di grandi eroi, e che dovremmo essere fieri, intensamente fieri, di ciò da cui veniamo. Dovremmo stupirci di ciò che i nostri padri hanno ricavato da questa terra. La storia della nostra civiltà è la più grande storia mai conosciuta dall’uomo. E cominciò qui, con i primi uomini e le prime donne dell’occidente. Da loro possiamo riscoprire le virtù, il coraggio e la forza per affrontare i pericoli del nostro tempo. Grazie.