L’avversione per Israele e altri sintomi dell’incapacità di pensarsi. La crisi a cui resistere

Ciò che rendeva l'Europa  davvero incomparabile, la strapotenza della sua cultura, ovvero della sua identità, si sta diluendo nello sciocco trionfalismo di un demenziale multiculturalismo che invece di integrare diluisce e dissolve innanzitutto l’Europa stessa. E ciò che rimane rischia di essere niente altro che uno sterile burocraticismo green pieno di ridicole buone intenzioni  
17 OTT 26
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(Foto Getty)

C’è qualcosa di epocale nell’atteggiamento che l’Europa ha assunto nei confronti di Israele. Qualcosa che eccede la contingenza politica e persino le vicende tragiche della guerra. Nell’avversione verso lo Stato ebraico trova infatti espressione un’insofferenza contro una parte costitutiva della nostra stessa civiltà. Israele è l’ultimo ingombrante testimone di una genealogia dalla quale l’Europa vorrebbe emanciparsi, quasi che la propria storia fosse una colpa da espiare. E’ questa l’ultima coda di quel processo già chiaro una ventina di anni fa, quando si preferì espungere qualsiasi riferimento alle radici giudaico-cristiane dal progetto di Costituzione europea. Non fu un semplice esercizio di laicismo, ma il sintomo di una più vasta incapacità di pensarsi, di riconoscere una provenienza e, dunque, di immaginare un destino. La questione, naturalmente, non riguarda la nostalgia di un passato glorioso quanto, piuttosto, il significato stesso dell’identità, che non è un repertorio di consuetudini da custodire in modo museale, ma una forza storica, una potenza che si afferma attraverso il conflitto, l’assimilazione, la trasformazione.
Europa e crisi sono, in fondo, due nomi dello stesso fenomeno. L’Europa è nata dalla frattura, dalla contraddizione, dall’instancabile opera di dissoluzione che il pensiero esercita sopra ogni certezza costituita. La sua vocazione non è mai stata quella di preservare intatta una forma, ma di esporla continuamente alla forza del negativo, a quella corrosione attraverso la quale lo spirito, ossia il fenomeno umano nella sua interezza, supera ciò che è dato e si spinge oltre. E’ questa la smisurata potenza della filosofia europea: la capacità di mettere tutto in discussione, compresa se stessa, senza per questo rinunciare alla volontà di affermarsi. Una contraddizione viva, irriducibile, che ha tenuto insieme Atene e Gerusalemme, Roma e il cristianesimo, la ragione illuministica e l’irrazionalità romantica. Non l’unità pacificata dell’uguale, ma l’unità inquieta di ciò che resta distinto, la tensione incessante che rende possibile il movimento.
Oggi, questa straordinaria energia dissolvente, che per secoli ha consentito all’Europa di dominare intellettualmente il mondo proprio perché non cessava mai di oltrepassare se stessa, sembra essersi irrigidita nel suo contrario. Il pensiero si è fatto amministrazione, la contraddizione è stata consegnata alla procedura così da evitare qualsiasi rischio. E al posto di una civiltà capace di produrre forme nuove ci ritroviamo davanti un fantasma burocratico che sopravvive alla propria potenza, occupato a presidiare gelosamente un’esistenza della quale non sa più indicare il significato. La sua impotenza non è soltanto politica, ma ontologica. Non potendo più generare movimento rinnovatore, può soltanto disciplinare rigidamente la propria sopravvivenza, fino al suo inevitabile spegnimento (ciò che non si muove muore).
Del resto, se l’Europa sceglie di essere un dispositivo puramente tecnico, la sua sconfitta è scritta in partenza. Sul terreno tecnologico è stata superata da potenze più efficienti e spregiudicate, su quello militare non ne parliamo. In politica, ossia nell’ambito della decisione, è interamente inetta perché priva della capacità di decidere. Ma soprattutto, ciò che la rendeva davvero incomparabile, la strapotenza della sua cultura, ovvero della sua identità, si sta diluendo nello sciocco trionfalismo di un demenziale multiculturalismo che invece di integrare diluisce e dissolve innanzitutto l’Europa stessa. E ciò che rimane rischia di essere niente altro che uno sterile burocraticismo green pieno di ridicole buone intenzioni.
Tuttavia è ingenuo immaginare che un’identità millenaria si lasci cancellare con docilità. L’Europa non se ne andrà gentilmente nella notte in cui, per dirla con Hegel, tutte le vacche sono nere. Non scivolerà senza opporre resistenza nell’indifferenziato, quella pattumiera della storia nella quale finiscono le civiltà che non hanno più energia per affermare sé stesse. Più se ne pretende la liquidazione, più violenta può essere la risposta. Talvolta si manifesterà in sussulti grotteschi, caricature rancorose di una grandezza perduta; altre volte prenderà forme più organizzate, assai meno facili da liquidare. Disprezzare queste reazioni, come si fa quotidianamente osservando le nuove forme che assume l’insoddisfazione politica verso l’Unione europea, non ne elimina le cause ma, anzi, ne accelera l’affermazione.
C’è da augurarsi, allora, che l’Europa entri in una crisi ancora più profonda di quella che sta attraversando, che sprofondi nella propria corrente inettitudine, così da potersi riattivare reattivamente prima che il monitor che osserva il suo stato vitale non evidenzi una linea irrimediabilmente piatta.