Il populismo mediatico-penale ha ridotto i processi a una rissa da Var del calcio

Il pubblico non pagante del true crime non accetta giudizi opposti senza ululare. Ma le disparità di valutazione dei tribunali rendono il sospetto più facile

22 MAG 26
Immagine di Il populismo mediatico-penale ha ridotto i processi a una rissa da Var del calcio

Foto Ansa

Perdonerete il paragone abusato, non è per abbassare ogni volta i temi gravi, giustizia o politica, ai livelli del calcio. Purtroppo però è il modello del calcio – facile, binario, vocato all’urlo selvaggio – ad avere da tempo occupato quegli spazi. La giustizia in primis. Dunque il modello Var. Se la camera di consiglio degli arbitri dà rigore alla tua squadra, è inappellabile. Se lo dà agli altri, la contestazione è rumorosa e il sospetto è la naturale chiave di lettura. Per citare ancora il giudice Garapon, è “il sogno di un accesso alla verità liberata di ogni mediazione procedurale”. Tutto il resto è “insopportabile”. Che si tratti di una metastasi innanzitutto del sistema mediatico e sociale lo ha ricordato ieri Gian Domenico Caiazza: siamo ormai a “un incivile Hellzapoppin’, un cabaret dell’inferno”. Gli esempi infiniti. La legittimità di essere informati, e anche di avere opinioni, su inchieste e sentenze non si discute.
Proprio ieri sul Foglio abbiamo segnalato come “opinabile” la sentenza milanese che ha condannato a 20 anni l’autore del tentato omicidio di Davide Cavallo. Forse, nella media delle sentenze su casi simili, un eccesso discutibile di esemplarità. Per contro molti hanno esultato per quella durezza, anzi ce ne voleva di più. E’ di questi giorni la polemica per l’assoluzione dei due accusati di stupro dell’atleta Fernanda Herrera, “il fatto non sussiste”. Ma in questo caso molta parte dell’opinione pubblica critica apertamente la risultanza del processo. Opaca e lassista. A El Koudri non è stata contestata l’aggravante di terrorismo: ma in questo caso la mitezza del gip è stata accolta bene. La riapertura delle indagini per la morte sul lavoro di Luana D’Orazio è stata salutata come un coraggioso atto di giustizia. Eppure una sentenza era già stata emessa. Perché allora non si dovrebbe riaprire Garlasco? Insomma si giudicano i giudici a squadre, esattamente come gli arbitri del pallone. Squadre non necessariamente coinvolte nei fatti, si badi: è lo spettacolo, il “ricorso selvaggio all’opinione pubblica”. Come dice Caiazza, un inferno.
Ma c’è ovviamente l’altro lato della medaglia, il processo al Var. Che succede infatti se l’arbitro, il giudice, o il sistema di giustizia in quanto tale presta il fianco ad accuse o sospetti – a semplici impressioni sociali – di parzialità, di non equilibrio? La sentenza sulla strage di Viareggio è sommersa da critiche perché giudicata poco esemplare. La condanna dell’ex ad di Aspi Castellucci per il disastro autostradale di Avellino è apparsa a molti una forzatura “esemplare”, eppure proprio per questo è stata salutata da entusiasmi popolari (o populisti). Raffaele Sollecito dice di non credere più nella giustizia, dopo essere stato assolto in Cassazione nel processo numero cinque. Che dovrebbe dire Stasi? E che dire delle inchieste urbanistiche di Milano in cui i magistrati usano termini come “eversione”, “allarme sociale” per poi essere pesantemente smentiti (accuse “svilenti”) in giudizio? Quanti sono i processi in cui le disparità di valutazioni hanno generato perplessità? Ovvio e legittimo, a decidere è il principio del libero convincimento del giudice, fino al punto che una prova schiacciante per un tribunale risulti insufficiente per un altro. E si torna alla true crime del momento, Garlasco. Difficile che i diretti interessati e il pubblico (non) pagante accettino serenamente la possibilità di giudizi opposti senza ululare. Come hanno capito nel calcio, il Var non sempre funziona.