Persepolis proibito. Nel libero occidente il dissenso iraniano è censurato e nascosto

“Il film di Marjane Satrapi oggi non vorrebbe girato e difeso”. L’Iran lotta per uscire dal Medioevo; noi ci impegniamo a entrarci, travestiti da paladini dei diritti e del multilateralismo

20 GIU 26
Immagine di Persepolis proibito. Nel libero occidente il dissenso iraniano è censurato e nascosto

Foto ANSA

Gli iraniani lottano per uscire dal regime teocratico; noi occidentali ci affanniamo per entrarci, con la scusa del multiculturalismo e della decolonizzazione talmente elastiche da coprire anche i mullah. C’era qualcosa di surreale nell’osservare trenta agenti di polizia britannici accanirsi contro le pareti di compensato con i volti di giovani uomini e donne iraniani massacrati dal loro stesso governo solo pochi mesi fa. Il memoriale fuori dall’ambasciata della Repubblica islamica a Knightsbridge è stato appena abbattuto. A gennaio, un memoriale simile a Golders Green è stato incendiato. Vale la pena confrontare il trattamento riservato agli esuli iraniani a quello tollerato per oltre due anni nelle strade di Londra con le proteste pro Palestina: folle che scandivano “Globalise the Intifada”, “From the River to the Sea” e “Khaybar, Khaybar ya Yahud” (un grido di battaglia che invoca il massacro degli ebrei) hanno potuto marciare indisturbate nella capitale inglese settimana dopo settimana per due anni. Come è successo all’esule iraniano Niyak Ghorbani, che si piazza ai margini delle marce “pro Palestina” a Londra con un cartello che dice “Hamas terrorista”. Lo hanno più volte arrestato. La diaspora iraniana, da quando la Repubblica islamica ha iniziato a massacrare il proprio popolo, ci ha posto una domanda semplice: da che parte state?
“Può ancora oggi essere girato, prodotto e difeso un film come Persepolis?”. La domanda posta dal celebre romanziere algerino Kamel Daoud cade a pochi giorni dalla morte prematura dell’autrice di “Persepolis”, Marjane Satrapi. “Ciò che denunciava l’unico film di Satrapi, inizialmente come un ‘male iraniano’ o un ‘male musulmano’, è diventato ormai anche un male occidentale, se non mondiale” prosegue Daoud. “I personaggi furiosi, malsani e odiosi che ce l’hanno con le donne, con il corpo, con la gioia e con il riso si trovano oggi tra noi, nei nostri media, nelle nostre strade, nelle nostre associazioni, nelle nostre piazze pubbliche. In nome di Gaza, dell’ecologia fanatizzata, della redenzione o semplicemente della noia in democrazia”. Strano ribaltamento: “La lenta discesa dell’Iran nel Medioevo politico e nell’intolleranza dal ritorno di Khomeini nel 1979, che ‘Persepolis’ mostrava come un destino lontano, quasi esotico, è diventata una realtà occidentale, diffusa, quotidiana. Capovolgimento epocale: ecco l’Iran che lotta per liberarsi, e noi, qui in occidente, che ci mobilitiamo per asservirci”. Basta pensare che quando a marzo la tv pubblica francese ha trasmesso nuovamente “Persepolis”, la pellicola sui social è stata tacciata di “islamofobia”. Sarebbe stato impensabile alla sua uscita nel 2000 (sembra passato un secolo).
“Ciò che denunciava il film di Satrapi, inizialmente come un ‘male iraniano’, è diventato un male occidentale” scrive Kamel Daoud
La scrittrice iraniana Chahdortt Djavann, arrestata a Teheran a tredici anni per aver manifestato contro i mullah, poi fuggita come Satrapi a Parigi nel 1993, sulla tv francese ha fatto una osservazione che dovrebbe far pensare: “Devi essere cieco per non vedere che i dogmi che schiacciano i paesi musulmani governano sempre più le nostre società europee”. Durante la manifestazione per la Giornata dei diritti della donna tenutasi a Parigi, all’associazione femminista iraniana Femme Azadi è stato impedito di unirsi al corteo. I dogmi islamisti che strangolano il mondo musulmano stanno conquistando l’Europa. Non per conquista militare, ma per mimetismo culturale, viltà burocratica e quella forma particolare di masochismo postcoloniale che confonde l’autocritica con l’autoflagellazione. Ciò che Satrapi aveva descritto come patologia iraniana ha varcato il Mediterraneo e si è insediato nei nostri musei, nelle redazioni, nelle università.
Ciò che Satrapi descrisse come patologia iraniana ha varcato il Mediterraneo e si è insediato nei nostri musei, redazioni e università
Ne sa qualcosa Sooreh Hera, un’artista iraniana che in un museo dell’Aia doveva esporre una serie di opere fotografiche che ritraevano coppie gay, fra cui Maometto e Alì. Dopo le minacce di morte, la mostra è stata annullata. Quando il direttore del museo Gouda si è offerto di ospitarla, ha ricevuto minacce di morte ed è finito sotto scorta. Mentre in Iran le donne bruciano il hijab obbligatorio al grido di “Donna, vita, libertà”, in occidente le stesse parole vengono censurate se pronunciate da iraniane esuli. L’Iran del 1979, raccontato da Satrapi come un incubo esotico, è diventato il modello inconsapevole dell’occidente postmoderno.
Ne sa qualcosa un’altra artista iraniana, Taravat Talepasand, che al Macalester College, nel freddo Minnesota, doveva esporre la scultura che recita “Donna, vita, libertà” in inglese e farsi (lo slogan della rivolta delle donne iraniane) e una satira di Khomeini e donne che indossano il niqab mentre si tirano su le vesti. Ma è stata censurata. Nelle stesse ore, un professore di origine iraniana alla San Francisco State University veniva indagato dopo che studenti musulmani si sono lamentati che l’accademico ha mostrato una immagine di Maometto durante una lezione. “Questa è la prima volta che succede”, ha detto Maziar Behrooz. “Non ero preparato che qualcuno si offendesse, in un’università laica, parlando di storia piuttosto che di religione”.
Ne sa qualcosa Maryam Namazie, nata a Teheran nel 1966 e che ha lasciato l’Iran dopo l’avvento della Repubblica islamica nel 1979. Questa donna di sinistra, militante per i diritti umani, è diventata una pasionaria della laicità e una fiera oppositrice del relativismo culturale. Nel 2007 ha fondato in Gran Bretagna il Consiglio degli ex musulmani, per attirare l’attenzione sulla situazione degli apostati, minacciati di morte nei paesi in cui si applica la sharia. Namazie è stata bandita da alcune università inglesi, come il Goldsmiths e il Warwick college: la sua difesa del free speech avrebbe “offeso” gli studenti di fede islamica.
I giornali che hanno versato fiumi di inchiostro ipocrita sulla morte di Satrapi sono gli stessi che, giorno dopo giorno, legittimano il ricatto islamista, il vittimismo professionale e l’autoflagellazione occidentale. Piangono l’artista ma ne tradiscono lo spirito. Ne sa qualcosa l’artista Firoozeh Bazrafkan. Non ha paura di niente. Alta un metro e cinquanta, così magra che pensi possa bastare un soffio di vento per portarla via, Bazrafkan ha il coraggio di essere un’artista radicale, si batte per i diritti delle donne e per la libertà di pensiero, e il suo background fa sì che la sua lotta debba essere diretta contro l’islam radicale. Come cittadina danese, ha visto giornalisti nascondersi e folle attaccare le ambasciate del suo Paese solo perché il Jyllands-Posten aveva pubblicato vignette di Maometto così innocue che si faceva fatica a definirle “satiriche”. Bazrafkan è anche figlia di una famiglia iraniana, e la sottomissione delle donne da parte della Repubblica islamica la disgusta. Bazrafkan ha strappato un Corano con una grattugia da formaggio davanti all’ambasciata iraniana a Copenaghen come opera di protesta contro il trattamento riservato alle donne dopo la morte di Mahsa Amini. Gesti che le sono valsi una condanna per razzismo in Danimarca. Vive sotto minaccia di morte e subisce continue molestie.
Ne sa qualcosa l’artista iraniana Sadaf Ahmadi, che in Svezia è stata censurata. Ahmadi ha creato dieci teste velate appese come fantasmi a una corda. Ma per “problemi di sicurezza” l’hanno annullata. “Ero scioccata, ho avuto di nuovo paura”, racconta Ahmadi, nata a Teheran, a Euronews. “Mi stava succedendo la stessa cosa che è successa in Iran”. Il responsabile della cultura di Expressen, Victor Malm, scrive: “Se i manager della cultura e gli altri burocrati che hanno potere cominciano a ragionare così, i mullah hanno già ottenuto ciò che vogliono”. Non è così?
Masih Alinejad, la donna simbolo delle battaglie contro il velo di stato in Iran, vive intanto a New York, dove deve essere protetta come un capo di stato. Ha già cambiato ventuno “case sicure” in soli tre anni. “A volte, durante la notte, mi sveglio e non so dove mi trovo. E’ come se mi svegliassi e non sapessi, questa è casa mia? Questo è un hotel? E’ un rifugio?”. L’Iran ha pagato mezzo milione di dollari per ucciderla. Come Mina Ahadi, presidente in Germania del Comitato degli ex musulmani, il cui marito è stato giustiziato in Iran. Mina è sotto scorta a Colonia. Un anno dopo l’aggressione dell’agosto 2022, Salman Rushdie pubblica il suo nuovo romanzo, “La Città della vittoria”, di cui Gérard Meudal firma la traduzione francese. Un mese dopo, mentre il romanziere naturalizzato americano di 75 anni, gravemente ferito, è ancora in ospedale, Meudal riceve il manoscritto scritto prima dell’attentato. Nel 1991 Hitoshi Igarashi, il traduttore giapponese di Rushdie, è stato assassinato a Tokyo, poco dopo l’aggressione con coltello del suo traduttore italiano, Ettore Capriolo, a Milano. In Francia, per ragioni di sicurezza, il traduttore dei “Versetti satanici” è rimasto anonimo. La versione francese, uscita per le edizioni Christian Bourgois, è attribuita a “A. Nasier”, ovvero Alcofribas Nasier, lo pseudonimo usato da François Rabelais. Per i sette libri di Rushdie che ha tradotto dall’inglese al francese, Gérard Meudal ha invece scelto di pubblicare con il suo vero nome. “Mi è stato proposto di prendere uno pseudonimo, ma ho rifiutato”. Ma i suoi cari sono preoccupati per lui. “Lo trovo molto coraggioso”, dice il suo amico Pierrick Masquart, ex professore di inglese oggi in pensione, “ma credo sia ora che prenda qualche precauzione”. Lo stesso Rushdie è stato di recente censurato nei college californiani e confessa: “Mettiamola così: il tipo di persone che mi hanno difeso negli anni brutti - in altre parole, le persone nelle arti liberali e di sinistra - potrebbero non farlo ora. L’idea che essere offesi sia una critica valida ha guadagnato molta popolarità”. Non solo, ma come ha spiegato lo scrittore, “oggi non ripubblicherebbero I versetti satanici, un libro critico dell’Islam avrebbe difficoltà”.
Ci ha avvisati anche Chimamanda Adichie, la scrittrice nera più famosa al mondo, nelle “Reith Lectures” per la Bbc: “Il romanzo di Rushdie verrebbe pubblicato oggi? Probabilmente no. Verrebbe scritto? Forse no”. Rushdie ha cancellato il discorso che avrebbe dovuto tenere alla consegna dei diplomi in un college californiano a seguito delle proteste di gruppi e studenti del campus che lo hanno accusato di “islamofobia”, dichiarandolo “persona non grata”. Rushdie non ha parlato al Claremont McKenna College, in California. La Muslim Student Association aveva criticato la scelta di Rushdie da parte del college, definendola “irrispettosa” e non in linea con l’impegno dell’università per l’“inclusione”. Si legge “inclusione” ma si pronuncia “inquisizione”. Rushdie lo aveva previsto in “Languages of Truth”. Vi spiegava che i nuovi inquisitori oggi non sono soltanto quelli che portano il turbante a Teheran, ma giacca, cravatta e jeans nei lindi campus d’occidente. “Il vecchio apparato religioso della blasfemia, dell’inquisizione, dell’anatema, tutto questo potrebbe essere sulla via del ritorno sotto forma laica”. E’ in gioco, scrive Rushdie, la società aperta: “Deve consentire l’espressione di opinioni che alcuni membri di quella società possono trovare spiacevoli. O entriamo nel problema di chi dovrebbe avere il potere di censura. Quis custodiet ipsos custodes. Chi ci proteggerà dai guardiani?”. E dai nostri mullah?
Scrive Chimamanda Ngozi Adichie: “Il romanzo di Rushdie verrebbe pubblicato oggi? Probabilmente no. Verrebbe scritto? Forse no”
Persepolis oggi non potrebbe essere girato senza finire nel mirino delle stesse forze che Satrapi denunciava. I finanziatori esiterebbero, i distributori temerebbero proteste, gli intellettuali “progressisti” lo bollerebbero come “islamofobico”, i cinema sarebbero presi d’assalto, come in Inghilterra per il film su una moglie di Maometto.
Persepolis oggi non potrebbe essere girato senza finire nel mirino delle stesse forze che Satrapi denunciava. La storia esotica è diventata domestica
Il film che raccontava la tirannia iraniana diventerebbe esso stesso prova di una nuova tirannia. La storia che doveva restare esotica è diventata domestica ed è fatta di sculture, di fotografie e di dipinti proibiti in occidente. L’Iran lotta per uscire dal Medioevo; noi ci impegniamo a entrarci, travestiti da paladini dei diritti e del multilateralismo. Il film che raccontava la fuga dall’Iran dei mullah è diventato lo specchio in cui l’occidente contempla la propria dolce resa. Resta solo da capire se noi, qui, avremo ancora il coraggio di ascoltarli prima che il film diventi impossibile da girare e la libertà, un reato. E stavolta non avremo neanche un fumetto a raccontarcene la fine.