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Elogio della mosca. Insetto fastidioso, ma non inutile
Le Muscidae sono la settima causa di morte per gli esseri umani. Animali dunque anche pericolosi, oltre che noiosi per antonomasia. Gli ecologi però ci ricordano che sono fondamentali per l’equilibrio degli ecosistemi. E la letteratura li ha valorizzati, da Luciano di Samosata a Schopenhauer
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Fotogramma tratto da "Fly", cortometraggio del 1970 diretto da Yoko Ono e John Lennon
"Nulla è stato creato invano, ma la mosca ci è andata vicino”, è uno dei più famosi aforismi di Mark Twain. In realtà non vero neanche per lui, visto che la sua gloria letteraria inizia con quel racconto del 1865 “Il celebre ranocchio saltatore della Contea di Calaveras”, in cui si parla di uno scommettitore compulsivo di nome Jim Smiley che ha appunto insegnato a un batrace a saltare il più in alto possibile: appunto, per acchiappare mosche. Così vince molte poste, fin quando uno sfidante malevolo non lo imbroglia col riempire la bestiola di pallini di piombo. Oggi, però, i medici ricordano come, sì, le oltre 4000 specie appartenenti a un centinaio di generi della famiglia dell’ordine dei Ditteri che gli specialisti definiscono Muscidae e il linguaggio corrente chiama mosche sono effettivamente la settima causa di morte per gli esseri umani: dopo le zanzare, gli stessi esseri umani, i serpenti, i cani, le lumache e le cimici. Esseri dunque anche pericolosi, oltre che noiosi per antonomasia. Ci ricordano però gli ecologi che sono fondamentali per l’equilibrio degli ecosistemi. Agiscono infatti come spazzini naturali, eliminando rifiuti e carcasse. Impollinano, seconde solo alle api per quantità di piante visitate. Rappresentano una fonte di cibo primaria per uccelli, anfibi e rettili. Alcune di loro sono predatrici o parassitoidi di altri insetti considerati nocivi per l’agricoltura. E, dal punto di vista dell’uomo, svolgono pure un ruolo cruciale nella medicina e nella ricerca scientifica. In particolare, la semplicità del sistema nervoso offre agli scienziati un modello per studiare i meccanismi alla base del movimento, del sonno e delle malattie neurodegenerative umane.
Agiscono come spazzini naturali, eliminando rifiuti e carcasse. Impollinano, seconde solo alle api per quantità di piante visitate
Ci sarebbe poi anche l’uso della mosca come esca che fanno i pescatori, ma è cosa minore. Comunque, già nel II secolo d.C. a questo insetto aveva dedicato un paradossale elogio uno scrittore anticonformista come Luciano di Samosata: siriano di lingua greca e identità romana capace di essere a un tempo l’inventore della fantascienza e il Voltaire dell’Antichità. “La mosca non è il più piccolo de’ volatili, se si paragona alle zanzare, ai tafani, e ad altri più tenui insetti; ma di tanto è maggiore di questi, di quanto è minore dell’ape”, scrive. “E’ alata non come gli altri, che hanno piume per tutto il corpo, e penne più forti per volare, ma come i grilli, le cicale e le api. Ha le ali d’una membrana tanto più dilicata delle altre, quanto una veste indiana è più sottile e morbida d’una greca; e di color cangiante, come i pavoni, se si guarda bene quando si compiace di sciorinarle al sole. Vola non come i pipistrelli sbattendo l’ali continuamente, né come i grilli a salto, né come le vespe con violenza e stridore, ma piegasi facilmente per ogni verso che vuole nell’aere”. Per Luciano, poi, “ha ancora un’altra cosa, che non vola in silenzio, ma fa un certo suono, non acerbo come quello delle zanzare e dei tafani, non ronzante come delle api, non pauroso e minaccioso come delle vespe, ma di tanto più melodioso, di quanto il flauto è più soave della tromba e dei cembali”.
Appunto, a quel saggio va fatto risalire il meccanismo mentale per cui un intellettuale che si trovava in un momento difficile decise di uscirne dedicandosi alla redazione di una “Breve storia letteraria della mosca”, che uscì nel 1950, ed è stata appena ripubblicata da Graphe.it (82 pp., 9,50 euro). Si chiamava Giuseppe De Lorenzo; era riuscito ad essere in contemporanea un grande paleontologo, un grande vulcanologo e un cultore del buddhismo; e per la sua vasta cultura era diventato amico di Benedetto Croce. Nato a Lagonegro in Lucania nel 1871, nel 1913 era stato anche nominato senatore, auspice il conterraneo Francesco Saverio Nitti. Assolutamente non interessato alla politica, aveva però per quieto vivere fatto un minimo di adesione al fascismo: elogi di Mussolini, collaborazione alla rivista Gerarchia, iscrizione al partito su sollecitazione. E tanto bastò nel 1944 per finire in una lista di epurandi. Cercò di difendersi: con un Memoriale, e anche sollecitando l’intercessione di Croce. Ma non servì a niente, e appunto fu privato della carica.
“Breve storia letteraria della mosca” esce nel ’50, oggi ripubblicato. Lo scrive Giuseppe De Lorenzo, paleontologo, cultore del buddhismo e senatore
Ci rimase male, e si sentì forse come una mosca scacciata. Da qui l’idea? Interessante, comunque, rilevare come per trattare l’“Elogio della mosca” di Luciano utilizzò la traduzione dal greco che ne aveva fatto il patriota risorgimentale Luigi Settembrini, mentre languiva nelle carceri borboniche. “Per non perdere interamente l’intelligenza, che ogni giorno mi va mancando, per non perire interamente nella memoria degli uomini, mi afferrai a Luciano, e mi proposi di tradurne le opere nella nostra favella”, spiega la prefazione del settembre 1858. Se De Lorenzo la cita con calore, è presumibilmente perché anche per lui dedicarsi a questa opera dovette essere un sollievo psicologico.
Il saggio, breve ma denso, ha appunto il limite di chiudersi al 1950. Ma Maurizio Tarantino, il curatore, a parte fare una corposa Introduzione ha avuto anche la cura di aggiungere in appendice una Antologia e poi una “Moscografia” che arriva fino a oggi, con i fumetti di Dylan Dog e la canzone di Brunori Sas. “La mosca che danza in mezzo alla stanza/ Percorre grovigli diretti a metà/ La osservo rapito da tanta costanza/ Cercando una logica nel gioco che fa/ La mosca è un dilemma che mi ronza in testa/ Attratto dall’ambiguità/ La mosca che morde preannuncia tempesta/ Che annacqua le mie verità/ Io starò con lei fino all’ultimo giorno/ Penserò solo a lei senza guardarmi intorno”. Non è in realtà l’unico brano musicale che questo insetto ha ispirato. “La mosca che cammina sulla mano/ se voglio tra un momento non c’è più/ è un pugno in faccia al rosso del divano/ solo con l’ascensore vado su” è ad esempio un pezzo di Roberto Vecchioni e Renato Pareti, che quest’ultimo portò al Disco per l’Estate del 1973. Pure alla prima metà degli anni ‘70 risalgono due versioni di una filastrocca popolare dal contenuto simile a “Alla fiera dell’Est” di Angelo Branduardi. Campana, della Nuova Compagnia di Canto Popolare: “Esce lu rancio dalla ranceria/ Pe’ se mangià la mosca malandrina/ Rancio e mosca e fuje madama ca mammeta sosca/ Sempe lu rancio va appriesso alla mosca”. Toscana, del Canzoniere Internazionale: “E sorte fuori la mosca dal moscaio/ per agguantar la mora dal moraio./ Fra mosca e mora/ m’innamorai di quella traditora”. E già: lo ricordava Luciano che la mosca manda un suono musicale! Ma, annota appunto De Lorenzo “le prime menzioni scritte delle mosche si sono trovate sui mattoni a caratteri cuneiformi della biblioteca reale di Assurbanipal a Ninive”; all’inizio della civiltà giudaico-cristiana ci sono quelle mosche che la Bibbia ricorda come quarta delle dieci piaghe d’Egitto; l’immagine degli dei che accorrono alle offerte come mosche sul cibo è comune agli assiro-babilonesi e agli indiani; per Omero le mosche evocano invece le schiere dei guerrieri; e risale alla favola di Fedro in cui un calvo per scacciare il fastidioso insetto si dà una botta in testa “la vera dichiarazione di guerra, che dura da millenni, tra l’uomo e la mosca”. “Un ragno insuperbisce per aver acchiappato una mosca, altri per una lepre, altri per un’alice, altri per cinghiali, altri per orsi, altri per i Sarmati: non sono tutti egualmente, per i loro motivi, predoni?”, osserva l’imperatore filosofo Marco Aurelio. Viene collegato alle osservazioni di Schopenhauer sulla mosca che in autunno tranquillamente muore dopo aver preparato il miglior giaciglio per le proprie uova.
Ma nella storia della letteratura italiana la citazione d’obbligo è, prima di tutto, Dante. “Come la mosca cede a la zanzara”, nel Canto XXVI dell’Inferno, per indicare quando arriva il crepuscolo. Una notazione da Italia del XIV secolo, che in quella di fine XX secolo era ormai in gran parte superata. Di zanzare, infatti, dai tempi del Boom se ne incontravano sempre meno, dopo le nuvole di Ddt con cui nel primo dopoguerra gli americani avevano preso di petto il problema plurimillenario della malaria. Ma le mosche restavano invece abbondanti. Dopo il 1990, chi ha familiarità con la campagna ha avuto la sensazione di una inversione di tendenza. In effetti, vari studi hanno segnalato una riduzione generale degli insetti di almeno il 25 per cento, per via di pesticidi e cambiamenti climatici. Le stesse ricerche hanno in realtà puntualizzato come tale processo non riguarderebbe gli insetti di acqua dolce come le mosche, che invece sarebbero aumentati. Ma con la minor presenza in giro di rifiuti, forse anche col modo diverso di gestire le stalle, probabilmente ce se ne accorgeva di meno. In compenso, però, la globalizzazione ci ha portato zanzare tigre e affini, che hanno ripreso a pizzicarci senza pietà. Insomma, davvero la mosca ha ceduto alla zanzara. Salvo che dal 2023 anche città come Torino e Genova sono tornate a essere invase dalle mosche. Altro effetto, si dice, del cambiamento climatico, arrivato oltre certi limiti.
Nel Canto XXVI dell’Inferno, Dante Alighieri scrive “come la mosca cede a la zanzara” per indicare l’arrivo del crepuscolo
Oltre a Dante, un altro mostro sacro della letteratura mondiale che si occupa del dittero è William Shakespeare. “Noi siamo per gli dei quel che sono le mosche per un ragazzo capriccioso: ci uccidono per divertirsi” fa dire al Conte di Gloucester nel “Re Lear”: in pratica, il rovesciamento dell’immagine degli dei come mosche da cui parte il racconto di De Lorenzo. A unire i due estremi è Belzebù: Baal Zebub, un “Signore delle Mosche” divinità filistea che nel Secondo Libro dei Re della Bibbia è invocata dal re d’Israele Acazia malato, suscitando l’ira del profeta Elia. Non è chiaro se davvero fosse l’appellativo di una divinità delle malattie, o non piuttosto una presa per i fondelli del dio fenicio Baal da parte del monoteismo ebraico. Col cristianesimo, Belzebù divenne però un appellativo del diavolo. A Shakespeare e al “Signore delle Mosche” biblico assieme si richiama il racconto del 1953 di Isaac Asimov che l’autore avrebbe voluto appunto intitolare “King Lear, IV, I, 36–37”, ma che il caporedattore della rivista in cui fu pubblicato fece diventare “Mosche”. Storia di un etologo che a una riunione di ex-compagni di università scopre che le mosche circondano in continuazione uno di loro, perché è lui Belzebù.
Ma “Il signore delle mosche” diventa addirittura occasione di Nobel col romanzo scritto nel 1954 da William Golding, che nel 1983 ne avrebbe appunto ricevuto il Premio da Stoccolma. La storia di un gruppo di ragazzini britannici che bloccati su un’isola disabitata cercano di autogovernarsi in modo razionale ma degenerano in una sanguinosa barbarie, in cui adottano come totem una testa di maiale mozzata appunto brulicante di mosche. Ma non sono le sole mosche da Nobel. Nel 1934, ad esempio, c’è Luigi Pirandello. Del 1923 è appunto il suo racconto “La mosca”. “In una lurida stalla giace moribondo, per carbonchio inoculatogli da una mosca, il contadino Zarù. Accanto vè il cugino Neli, fidanzato come lui e che si sarebbe dovuto sposare nello stesso giorno di lui, ed il medico, che ha fatto la diagnosi mortale”, lo descrive De Lorenzo. Nel 1957 c’è Albert Camus. In “Lo Straniero”, suo romanzo d’esordio del 1942, le mosche simboleggiano fisicamente l’opprimente e asfissiante “assurdo” dell’esistenza. Nel 1964 c’è Jean-Paul Sartre. Del 1943 è la sua opera teatrale “Le mosche”: riscrittura delle “Coefore” di Eschilo alla luce della filosofia esistenzialista, ambientata in una città di Argo invasa da sciami di mosche che simboleggiano i tormenti e la cattiva coscienza della popolazione. Nel 1971 c’è Pablo Neruda, nella cui “Ode al gatto” si spiega che “l’ingegnere vuol essere poeta, la mosca studia per rondine, il poeta cerca di imitare la mosca, ma il gatto vuole essere solo gatto”.
Mosche da Nobel, dal racconto di Pirandello all’opera teatrale di Sartre al romanzo di William Golding. Poi musica, cinema e fumetti
Nobel a parte, nel lungo viaggio della mosca tra mitologia, letteratura e arti figurative si va poi dai Bestiari medioevali e dall’“Elogio della Follia” di Erasmo da Rotterdam, dove si osserva che se potessero esser viste dalla luna le vite degli uomini non sarebbero distinguibili dall’agitarsi di mosche e zanzare; attraverso l’interesse per la mosca dei pittori del ‘600 e degli scienziati di ‘700 e ‘800; fino alla fiaba dei fratelli Grimm “Sette in un colpo”, in cui il sarto protagonista si vanta di aver ucciso sette mosche in un colpo solo facendo credere a tutti i personaggi che incontra che si tratti di uomini, e che un cartone animato di Walt Disney fa interpretare da Topolino. Ma al cinema, assieme a varie trasposizioni del “Signore delle mosche”, c’è “L’esperimento del dottor K”. Classico della fantascienza del 1958, con due sequel e due remake, che in realtà in inglese è semplicemente “The Fly”, “La Mosca”. Ma gli diedero in italiano un titolo che nella lettera evocava Franz Kafka, con la sua “Metamorfosi”. Solo che nel racconto Gregor Samsa si risveglia mutato in un enorme scarafaggio per ragioni non chiarite. Lo scienziato André Delambre ha invece sperimentato di persona un teletrasportatore – macchina in grado di scomporre la materia trasferendola nello spazio per ricomporla altrove – senza accorgersi che assieme a lui era entrata una mosca, con cui al momento della rimaterializzazione ha scambiato la testa e un braccio-zampa.
Un’immagine sinistra della mosca, piuttosto differente dal finale che il buddhista De Lorenzo dà al suo saggio. “Se la mosca che ora ronza intorno a me, la sera s’addormenti ed il domani di nuovo sussurri; o se essa a sera muoia ed in primavera, schiusa dal suo uovo, ronzi un’altra mosca: in se stesso ciò è la stessa cosa. Quindi la cognizione che rappresenta ciò come due cose fondamentalmente diverse, non è incondizionata, ma solo relativa; è una cognizione del fenomeno, non della cosa in sé”. Insomma, “che cosa distingue per la mosca l’inverno dalla notte? Dunque, conclude Schopenhauer, in accordo anche in questo con la concezione buddhista del giro, del samsara, dell’universo, il vero simbolo della natura è sempre e dappertutto il giro, perché esso è lo schema del rivolgimento. Questa è infatti la forma più generale, che la natura segue in tutte le cose, dal corso degli astri fino alla morte ed alla rigenerazione degli esseri organici e per cui è possibile una continua esistenza, ossia una natura, attraverso l’incessante ed infinito fluire del tempo e della materia”. Ma l’Antologia di Tarantino offre forse un finale diverso, attraverso un apologo di Trilussa sul “Suffraggio universale”. Osserva un’aquila: “ar momento/ che adesso c’è er suffraggio universale,/bisognerà che puro l’animale/ ciabbia un rappresentante ar Parlamento”. E allora sorge il problema: “ma allora chi faremo deputato?/ Quale sarà la bestia indipennente/ che rappresenti più direttamente/ la classe animalesca de lo Stato?/ e a l’occasione esterni er su’ pensiero/ senza leccà le zampe ar Ministero?”. Indovinate un po’. “Per conto mio, la sola che sia degna/ de bazzicà la Cammera e conosca/ l’idee de l’onorevoli è la Mosca,/ perché vola, s’intrufola, s’ingegna,/ e in fatto de partiti, sia chi sia,/ passa sopra a qualunque porcheria!”.