Festival, premi, e tante polemiche
Un'estate di santini e santoni
Libri e giornali non interessano più a nessuno ma parlarne piace sempre tanto. In vista dello Strega e nella lunga estate torrida, discussione a due sul lavoro culturale
6 LUG 26

Foto Ansa
E tu, a che festival vai? Che tournée teatrale very impegnata segui quest’estate? Siamo al 4 luglio e la sensazione è di essere bolliti come a fine agosto, e ci aspettano ancora due mesi pieni, di festival culturali, spettacoli, podcast, “vodcast”, “dal vivo”, kermesse, polemiche. Sigfrido Ranucci è in tour col suo “Diario di un trapezista”, Recalcati ha ben tre spettacoli in calendario, la prossima settimana a Polignano apre “Il libro possibile”, poi giù tutto un discendere, di festival in festival, di borgo in borgo, fino alla vera chiusura estiva, il segno che la stagione finisce, assai dolcemente, che non è un temporalone risolutivo ma “Festivaletteratura” di Mantova. Lo si è detto mille volte, i libri non li legge più nessuno, giornali manco a parlarne, ma l’evento, la reunion, il contatto con l’autore, per quello c’è chi si alza alle cinque di mattina e paga pure il biglietto.
AM Argomenti svariati. Experience: a Palermo c’è un “Antimafia tour” e un “No-Mafia Tour”. E pure un “Beat the Heat tour”, si parte dalla casa natale di Falcone. “1,6 km, ombreggiato, non necessita di protezione solare”, dicono le (ottime) recensioni su TripAdvisor. Batte il “Palermo tour dei Pupi tra leggende battaglie e storia”.
MM L’apertura estiva per me è sempre stata la finale dello Strega, generalmente il giorno più caldo dell’anno nel posto più caldo d’Italia, il museo di Valle Giulia, ma quest’anno sembra anche quella lontanissima. E poi soprattutto è stata superata dalla questione “pullmino dello Strega”, il van che come in “Quattro ristoranti” vaga per i borghi italiani, alla ricerca del ristoratore-romanziere che saprà convincere tutti con la sua fiction o autofiction, il “miglior romanzo della tradizione italiana”.
AM A proposito, dov’è finito il pullmino?
MM Non si sa. Il vero romanzo ovviamente sarebbe quello, quello che tutti vorrebbero leggere, sulle avventure del van coi candidati finalisti che si odiano, origliano, maledicono. Con la fuga di notizie secondo cui Michele Mari, dato per vincente, avrebbe oltraggiato la memoria di Michela Murgia. Adesso chi vincerà? E intanto i sei finalisti avranno dovuto continuare a trangugiare tramezzini e salatini davanti ad assessori alla cultura da Merano a Canicattì. E l’autista? Non sarà al soldo di qualche potenza straniera? Se il Mossad non lo arruola, con quello che sente… chissà che informazioni.
AM: Non c’è una app per seguirne la posizione in tempo reale? Come le navi, gli aerei o la Flotilla? Anche se forse qui la polemica è già finita.
MM Ma si sa che ormai tutto dura poco, i governi, i temporali estivi, le polemiche. Anche noi ne abbiamo avuto una piccina, quella con i “baby opinionisti” che abbiamo “profilato” la settimana scorsa.
AM: E si sono un po’ risentiti. Ce ne han dette! Sono apparse anche 20 agili slide di “carosello” su Instagram, tra cui un "vecchie zie all'Olgiata con l'ascella pezzata che si lamentano dei nordafricani" parlando di noi, ma penso soprattutto di te che sei più famoso. Ma perché Olgiata, poi?
MM Che immaginario! L’Olgiata! L’ascella! Passi Capalbio, passino le terrazze, passi la Ztl — cliché collaudati, una tradizione, un peso specifico nella topografia intellettuale italiana. Ma l’Olgiata? Quella è terra di primari di clinica, dinastie di notai e avvocati, calciatori della Lazio, tra campi da golf e ville con sorveglianza messicana. Intellettuale con villa all’Olgiata: mai sentito. Ma soprattutto una vecchia zia generalmente non ha l’ascella pezzata. E questi nordafricani come ci arrivano, all’Olgiata? Ma che fonti hanno questi?
AM: Probabile un TikTok. “Vi spiego i quartieri old money di Roma in trenta secondi”.
MM: Non becchiamoci un altro dissing, per favore, o shitstorm o come si chiama. Per me questo è già il secondo. Il primo fu con l’Estetista Cinica, la mitica imprenditrice delle creme di bellezza, che un giorno mi scatenò contro le sue follower-acquirenti — “le fagiane”, le chiama lei — perché si era sentita attaccata in un articolo in cui la ritraevo ironicamente. Apriti cielo: maschilista, patriarcato, tutte quelle robe lì. Le fagiane mi additarono. Fu angoscioso e molto istruttivo. Scoprii poi che l’articolo non l’aveva letto nessuno — andavano a ruota, le fagiane. Ma ad un certo punto si inserirono Calenda e Selvaggia Lucarelli. Per dire la rilevanza della questione fagiana.
AM: Stavolta invece la polemica si capisce che è minore. Che poi, pure voi giovani influencer capiteci: avete poco da invidiare, nei giornali oggi non c’è nessun ricambio, a meno di essere una star di TikTok o avere settant’anni. Niente in mezzo. Le rare volte che la vecchia firma va in pensione — con pensione Inpgi pagata da noi — rientra immediatamente con contratto di collaborazione, e a quel punto arriva tranquillamente fino ai novanta.
MM: Ma poi la shitstorm con questo caldo! Ma ti pare il caso!
AM Poi in questi casi - specie se di mezzo c’è la “frattura generazionale” - c’è anche la fatica di discutere in una lingua oscura. Una di quelle che assomigliano alla tua, la ricordano, si avvicinano, ma non sono la tua. Tipo il catalano, o il rumeno. Capisci un passaggio su tre, annuisci per non sembrare troppo rincoglionito, ma non sei mai sicuro di a cosa hai annuito.
MM: Io sono rincoglionito di certo ma ho pur sempre il mio shit detector funzionante: quando sento la parola “privilegio” faccio il fugone. O anche “occupare uno spazio”. E’ l’equivalente, nei comunicati degli uffici stampa, della “splendida cornice” o del “visionario”.
AM Lo stilista è sempre visionario!
MM E’ il momento che io chiamo funerale-di-Giangiacomo-Feltrinelli.Arbasino raccontava che appunto al funerale, a Milano nel 72, c’erano questi gruppi di studenti agguerritissimi che dicono “ecco, sentiamo cosa dice l’intellettuale Giuseppe Del Bo” — ma a commemorare c’è invece un tedesco, l’editore Klaus Wagenbach, che sta parlando giustamente in tedesco. Arbasino fa gentilmente notare che perché mai Del Bo a Milano dovrebbe parlare in tedesco, ma quelli gli dicono: zitto fascio! Fai parlare Del Bo! Lui rinuncia, perché capisce che rischia di essere menato.
AM: C’è poi questa cosa curiosa — curiosa fino a un certo punto — che si sono risentiti solo i baby opinionisti di sinistra, anche se parlavamo di tutti, anche quelli di Esperia che difendono l’Occidente su TikTok. Lì zero slide però. Più allenati alle critiche, o più furbi?
MM: Quelli incassano e rivendono abbonamenti. “Guardiano dell’Occidente”, dodici euro al mese, disdici quando vuoi.
AM: Ma qui caro mio l’occasione non sarà “propizia” anche per una riflessione sul lavoro culturale? Che palle, lo so. Però: ormai il povero intellettuale deve fare tutto: libri, longform, talk, podcast, scampagnate ai festival al mare e in alta montagna. Ma non basta. Deve essere anche animale da palcoscenico — fotogenia, telegenia, instagrammabilità, parlantina, opinioni a getto continuo su tutto, prontezza di riflessi nella polemichetta.
MM: Ma quando legge? Quando studia?
AM: E quando fattura soprattutto. Ma era già il modello Pasolini: occupare tutti i formati, opinione continua. Solo che lui era intelligente, velocissimo a scrivere, dormiva poco, e con quell’economia circolare ci comprava l’Alfa GT e la casa per mammà all’Eur (o all’Olgiata?).
MM: Oggi va più il criminologo, o lo psicanalista.
AM Come Recalcati, sempre in tour. Non avremo i grandi musical di Broadway o Londra, ma avremo sempre Lacan.
MM: Ha ben tre spettacoli in cartellone! Uno è “Genitori oggi”, e vabbè. Poi “Cosa resta del padre”, e ci sta. Ma “Poetica del resto. Anselm Kiefer“! Anselm Kiefer! Lui sì che fattura, maledetto! Che invidia!
AM “Never ending tour”.
MM Come i cantanti che non hanno più royalties dai dischi, siamo tutti on stage. Anche Prati è in tournée.
AM: E noi speravamo che con tutti quei follower, i teatri pieni, il tour in quaranta città, le ospitate da Fazio, fosse uno che — a differenza nostra — monetizzava. E chi monetizza ha sempre ragione. Se invece anche lui si lamenta, dice che è dura, allora fa bene Cairo a non pagare nessuno, tanto in tv vanno tutti lo stesso.
MM: Il ritorno in “visibbbilità” però no-profit. Almeno l’Estetista Cinica le sue creme le vende.
AM: Insomma, fai il libro, vai in tv a presentarlo, ti chiamano al podcast, al festival letterario, fai anche controvoglia il reel su Instagram — che non sai fare, si vede, ma lo fai — ma non fatturi, sei in un’economia circolare che ti gira intorno ma non si ferma mai dalle tue parti.
MM: Come ha scritto Guia Soncini — bussola letteraria di questa stagione, e dell’Estetista Cinica — siamo una generazione sfortunata. Arrivati “troppo tardi per godersi i giornali quando avevano i sodi, troppo presto per avere un rapporto disinvolto con la telecamera del telefono”.
AM: Sì ma non lamentiamoci, per carità. Siamo cresciuti nella bambagia degli anni Ottanta! Abbiamo solo un problema col formato verticale — non saremo mai very fluent nella Instagram-society.
MM: Il telefono come grande palinsesto, con tutta la freschezza artigianale delle tv locali degli anni Ottanta. E non solo gli “entertainer”: ogni agenzia immobiliare oggi ha il suo varietà, ogni personal trainer è diventato intrattenitore. Ma già ai tempi Annabella era solo a Pavia, Aiazzone a Biella, Wanna Marchi era Wanna Marchi. Nel palinsesto verticale oggi poi ci sono format notevoli, il Basement di Lavazza ne abbiamo già detto. Poltrone blu, luci basse da speakeasy, ospitate su temi caldissimi — Mentana e Mahmood, Myss Keta e Gad Lerner, Rancore e Stefano Mancuso. Pubblico universitario che vota da uno a dieci. Barometro della conversazione. Masterclass.
AM: Amici di Maria De Filippi col PhD.
MM: Poi c’è l’altro Basement o BSMT, di Gianluca Gazzoli — son tutti fissati co ‘sti basement.
AM Una volta eran tutti salotti, poi loft (Loft produzioni, il loft del Pd). Adesso va molto lo scantinato.
MM A me piace anche Chapeau, il podcast degli imprenditori boomer che raccontano come han fatto i soldi e i ragazzi che fanno il tifo. Tutto un “ooohhh”, “ammazza”. Ormai il maschio “eterocis” sta in fissa con la finanza. A Natale non ti chiedono più se hai la fidanzatina, ti chiedono in quale ETF investi. L’altro giorno sono andato alla giornata romana di “Black Box”, il podcast di finanza di Chora Media. Con 40 gradi, pensavo non ci fosse nessuno, invece pieno. C’era pure Walter Siti, più spaesato di me, tra dei robot umanoidi.
AM Metà finanzieri, metà vogliono buttar giù il capitalismo con Mamdani!
MM Ah, se per questo a Milano c’è già il baby-Mamdani: Lorenzo Pacini, socialismo municipale, belloccio, ha annunciato la candidatura mentre giocava a bocce.
AM: I baby ci son sempre stati, però. intendendo i baby come giovani in un paese di vecchissimi, feticizzati proprio perché in un paese di vecchissimi e infatti spesso giovani che incarnano l’idea di “giovane” che hanno i vecchi. Qui una volta era tutto Pierluigi Diaco.
MM: Già, ma Diaco doveva convincere qualcuno a mandarlo in tv. Oggi i nipotini di Diaco hanno un canale libero, pronto, h24. Basta un’idea, la sfrontatezza, un talento. E’ il telefono — la tua voce, come nello spot Sip d’epoca.
AM: Occhio che qua ci fanno un altro carosello in cui dicono che siamo mostri! Gli tarpiamo le ali! Gli rubiamo il futuro!
MM Ma il carosello su Instagram è la nuova intercettazione. Prendono pezzi di testo, manco li riportano, li commentano solo, e le loro audience, subito indignatissime! Ovviamente senza aver né letto il pezzo originale e nemmanco il titolo. Come quando nei programmi tv fanno leggere appunto le registrazioni telefoniche abusive agli attori. Però guardiamo il lato positivo! Potrebbe essere un nuovo modello anche editoriale: tu in un pezzo puoi scrivere varie cose, nello stesso articolo puoi parlare di funghi, di mafia, di Trump, di pensioni, della pittura di Giorgione… Poi fai i tuoi screenshot e le tue slide, e da un articolo tiri fuori cinque caroselli, cinque polemiche buone, ci svolti una settimana.
AM L’articolo spillolabile! Come gli highlights in tv!
MM Articolo non lineare! Guarda che è una svolta. E tutti a letto dopo il carosello.
AM Che poi non è solo il medium, è il messaggio. Il formato verticale chiama il faccione in primo piano, l’io assoluto, il mettersi in scena quotidiano, “ciao amici, oggi sono entrato in una libreria e niente volevo dirvi che…” e a cascata il vittimismo, ovvio. In ogni cosa che dico ci sono io, io e ancora io. Ogni critica diventa un vile attacco alla persona. Prima regnava il never explain never complain.
MM: Così ci hanno cresciuto! Altra grande inculata. Oggi è tutto solo complain & explain. Chiagni & spiega. Io vorrei tanto fare il post lamentoso ogni tanto — tira su like a palate. Ma mi vergogno. Vittimista devi esserci cresciuto, non puoi diventarlo a cinquant’anni passati. Mai litigare con un vittimista. Ti porta al suo livello e ti batte con l’esperienza.
AM: Io la vittima la so fare solo nel litigio di coppia, anzi lì eccello. Ma in pubblico no, mi blocco. Non riesco a calarmi nella parte — tipo quelli che scrivono “ci ho pensato molto se fare questo post ma alla fine ho deciso…”, e io prendo i popcorn, continuo a leggere solo per vedere se riusciranno a tenere l’asticella della mancanza di vergogna così alta per tutto il post. Mica facile.
MM: A casa mia si diceva anche: non fare la pittima. Ora è tutto vittima e pittima.
AM: In venti comode slide.
MM: Io ho provato perfino a fare dei video. Sono immediatamente sprofondato nella vergogna nel vedere il mio faccione con lo sfondo orrendo, le ombre, i brufoli. Poi temo l’effetto Franco Arminio — il sommo poeta che l’altra settimana si è piazzato a discettare sull’estate e il cambiamento climatico e una tassa sui milionari, il tutto buttato sul letto di un albergo di Modena - perchè ovviamente è in tour estivo pure lui - mezzo nudo, coi piedoni in primo piano e il pollicione con l’unghiona in cinemascope. Argh.
AM: La vergogna non esiste più! Te la dovresti togliere come le tonsille.
MM: Il fatto è che non solo non siamo capaci — non ne abbiamo neanche voglia. Se volevamo fare il varietà in formato verticale avremmo studiato teatro, saremmo andati ai talent, un po’ di Actors Studio in un workshop al Pigneto. Non lo sappiamo fare e manco ce lo chiedono!
AM: Noi volevamo scrivere! Lo stile, Michele! La forma! Il mot juste!
MM: Ma qui, spillolando, si capirà l’ironia? Comunque, non c’è che dire, dei visionari siamo stati, come appunto gli stilisti. Puntare sui giornali e i libri, un investimento tipo aprire una rivendita di fax nel 1990, giusto prima dell’email. Ma chi l’avrebbe sospettato che saremmo arrivati così velocemente al mondo dei non-madrelingua orali. Anche se già il nonno del mio amico Jas Gawronski, fondatore della Stampa, nel Cinquanta o già di lì gli diceva: il giornalismo è un mestiere finito. Forse sono i corsi e ricorsi.
AM: I soldi però sono finiti sul serio.
MM: Il problema infatti non è il boomerismo. È il boomerismo gratis. Una volta a cinquant’anni andavi in pensione — pensione Inpgi, la cassa dei giornalisti — magari avevi fatto una sceneggiatura di un film che non si produceva, ma con quei famosi contrattini scritti sul tovagliolo di carta a Fregene una casa ci veniva fuori.
AM: Non all’Olgiata però.
MM: No. A Centocelle. A Rozzano. Forse l’Olgiata non esisteva ancora tra l’altro. Comunque io ho il mio piano B: B come legge Bacchelli. Ventiquattromila euro l’anno. Netti.
AM: Ma non devi avere 80 anni?
MM: No no. Tecnicamente basta essere illustri artisti ed essere in generica difficoltà.
AM: Ma è meglio del Superbonus!
MM. Infatti, l’errore comune è aspettare — tutti la chiedono all’ultimo, quando è troppo tardi per godersi i soldi. Io invece faccio domanda adesso, e col tempo delle procedure, una trentina d’anni, magari divento pure illustre. Poi a 80 vi saluto.
AM: Te ne vai all’Olgiata.
MM: Basta che non sia nel basement, dell’Olgiata, vabbè.