E' morto Peppino Di capri, il sognatore

Una vita benedetta da un successo che non ebbe bisogno dell’eccesso, oltre cinquanta album. Fu l'unico italiano a cantare con i Beatles. Il record di partecipazioni a Sanremo e l'innovazione, senza tradimento, della canzone napoletana

11 LUG 26
Ultimo aggiornamento: 09:08
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Quando Amadeus lo invitò a Sanremo nel 2023 per celebrare i settant’anni di carriera, Peppino di Capri dovette cantare l’inevitabile Champagne, ma avrebbe voluto eseguire pure un altro brano che su quel palco aveva ottenuto solo il quinto posto nel 1987: Il sognatore. Perché, dopo una biografia di notti vissute per metà al pianoforte ad assecondare i sogni altrui, gli era cresciuta l’attenzione per i propri e confidava di non riavviarsi subito i capelli appena sveglio per non lasciarli svanire. Peppino, come diceva quella canzone, non sapeva più quanti anni avesse e oggi la morte di Giuseppe Faiella, questo il suo nome anagrafico, ci ricorda che ne avrebbe compiuti ottantasette il 27 luglio. Ci ricorda di una vita benedetta da un successo che non ebbe bisogno dell’eccesso, di oltre cinquanta album, dell’esordio ufficiale nel 1953 ma volendo persino dieci anni prima, quando si esibiva per gli americani da baby prodigio nei locali dell’isola che gli diede il nome, ma che se è Capri come la immaginiamo lo deve pure a lui.
Se la musica leggera fosse un concorso da Guinness, lui sarebbe ai vertici con quindici partecipazioni al Festival di Sanremo e due vittorie nel 1973 e nel 1976 più i Cantagiro, le Canzonissima, i Festival di Napoli. E si dovrebbe dire che scompare l’unico italiano che si esibì con i Beatles e si ritrova celebrato coi suoi brani non solo nei musicarelli ma nei grandi film di un’epoca di cui i più giovani avranno pure sentito parlare (per tutti St. Tropez Twist ne Il sorpasso di Dino Risi). Rivoluzionò senza tradirla la canzone classica napoletana in un’impresa assai difficile dopo Carosone, innovò la musica italiana col twist e il rock’n’roll ma spopolò anche con pezzi fatti apposta per le romantiche serate estive. Roberta, Un grande amore e niente più con musica di Claudio Mattone e parole di Franco Califano con cui si aggiudicò un Sanremo. Cantò in napoletano e in italiano, in smoking o con la camicia sbottonata senza dover alimentare la fama con stravaganze pubbliche o private perché non c’era bisogno. Fu il re di Capri e da sovrano inconsapevole una sera gli diede persino fastidio che un signore gli si piazzasse tutto il tempo davanti al pianoforte e lo fissasse con aria da menagramo (era Aristotele Onassis, un Mida ma non re).
Timido malgrado una gloria precoce che precedette e resistette ai clamorosi cambiamenti di gusti e di costume, cantò con i più grandi e conobbe chiunque, o chiunque conobbe lui: da Moravia a Totò (cui bocciò una canzone) a Eduardo De Filippo (che gli suggerì di aprire un ristorante perché non si sa mai) a Pino Daniele (che gli si rivolse prima di diventare famoso). I ladri di Operazione San Gennaro (ancora Dino Risi) aspettano il Festival di Napoli per rubare il tesoro del patrono mentre i televisori rimandano Peppino che canta Ce vo’ tiempo, sicché quando qualche giorno fa uno squilibrato ha sfilato la mitria dal busto del santo, nel Duomo, non abbiamo potuto fare a meno di ripensare a quel film e dunque a lui e di chiederci, da partenopei di tipo irrazionale, quel segno da giocarsi al Lotto cosa volesse dire.
Sappiamo solamente che ora è morto Giuseppe Faiella ma è vivo Peppino di Capri né più né meno di come lo fu e continuerà a esserlo nella inverosimiglianza di un artista che abolì la superstiziosa barriera tra il vecchio e il nuovo, tra Luna caprese e il twist, tra Voce ’e notte (il suo classico napoletano prediletto assieme a I’ te vurria vasà) e qualsiasi possibile mambo.