Roma. “Dieci punti per un governo M5s con chi ci sta”: ieri il candidato premier a Cinque stelle Luigi Di Maio ha lanciato la sua proposta,
rivolta prima di tutto a un Pd “senza Matteo Renzi” (risposta di Renzi:
il Pd va all’opposizione. Chi ha idee diverse lo dica in direzione). Ed è chiaro che le parole di Di Maio si rivolgono a quelli che, nel Pd, già pensano di non respingere (anzi) il tentativo di scouting dei Cinque stelle, per dirla con il Pierluigi Bersani del 2013 – che verso il M5s si protendeva e a un certo punto anche proponeva otto punti programmatici per un governo di cambiamento, rivolti “a chi ci sta”. La riproposizione all’inverso delle mosse bersaniane è la prima avance verso la minoranza pd (e non solo minoranza) che dal giorno della sconfitta ribolle di dubbi e critiche nei confronti del segretario che ha congelato le dimissioni. E poi? Su che cosa puntare per attrarre del tutto i dem già in parte convinti, scardinare le resistenze dei meno convinti e mettere il castello renziano di fronte al fatto mezzo-compiuto? Cinque anni fa, per sostenere la linea del governo di cambiamento Bersani-Cinque stelle, era apparso su Repubblica un appello al dialogo promosso da Barbara Spinelli e firmato anche da Remo Bodei, Tomaso Montanari, Antonio Padoa-Schioppa e Salvatore Settis. Ma allora al vertice M5s c’era un Grillo intenzionato a non allearsi con il cosiddetto “Pdmenoelle”. Ieri invece Grillo definiva i Cinque stelle del 32 per cento “un po’ democristiani, un po’ di destra, un po’ di sinistra e un po’ di centro”, mentre sulla Stampa il sociologo Domenico De Masi, amico del Movimento, diceva che l’M5s “è la nuova forza socialdemocratica, il partito delle periferie, degli operai, del Sud. Raccoglie la stessa base sociale che una volta era del Pci di Berlinguer”.