Perché la nuova legge sui conti correnti obbligatori non è "un tassello" al diritto di cittadinanza

Il ddl sul diritto al conto corrente passa alla Camera con il voto unanime di maggioranza e opposizione. Ma restano esclusi proprio i più vulnerabili: migranti e richiedenti asilo continuano a scontrarsi con banche e burocrazia. Una legge simbolica, che rischia di non cambiare nulla
27 LUG 25
Ultimo aggiornamento: 10:32
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Un luglio caldo, specialmente sul fronte bancario. Prima la mancata acquisizione di Banco BPM da parte di Unicredit, ora un’altra partita, meno di mercato: il conto corrente diventa, per legge, un diritto garantito a chiunque lo richieda. La Camera ha approvato all’unanimità la proposta che inserisce nel Codice civile l’articolo 1857-bis, obbligando gli istituti ad aprire un conto a chiunque, salvo eccezioni di antiriciclaggio e antiterrorismo, e vietando loro di chiuderlo se il saldo è attivo. Un provvedimento che, almeno in superficie, sembra cucito su misura per quei cittadini evocati nei comizi e nei comunicati: pensionati, risparmiatori, italiani “dimenticati” da banche sempre più digitali e lontane dai territori. Ed è qui che Matteo Salvini, fedele alla sua bolla social, esulta e parla di vittoria per i “cittadini”, come se il decreto fosse stato scritto per loro.
Per il Pd invece, che ha votato a favore come il resto dell'opposizione, si tratta di "un tassello" da aggiungere al diritto di cittadinanza. Perché in realtà, i primi a trarne beneficio dovrebbero essere soprattutto quei cittadini che italiani non sono: richiedenti asilo e titolari di permesso di soggiorno in attesa, che pur potendo per legge (articolo 5, comma 9-bis del Testo unico sull’immigrazione) lavorare e farsi pagare, vengono respinti dalle banche e devono districarsi in un inferno burocratico di circolari e dinieghi mai messi per iscritto. Resta da capire se, con questa legge, la loro condizione cambierà davvero o se finirà per aggiungersi all’elenco dei diritti promessi, ora che la norma viene già salutata come un “diritto di cittadinanza”.
"Le tutele esistono già – spiega Maria Paola De Nobili, avvocata specializzata in diritto dell’immigrazione –. Il Testo unico bancario garantisce da anni un conto di base a chi soggiorna legalmente, inclusi richiedenti asilo e persone senza fissa dimora. L’articolo 5, comma 9-bis del Testo Unico sull’Immigrazione, permette di lavorare e ricevere pagamenti anche in attesa del primo permesso. Ma il sistema si blocca su due fronti: le banche che aggirano le norme e le Questure. Ai richiedenti asilo viene spesso rilasciato solo un attestato nominativo, escluso come documento valido dalla circolare ABI del 2019: un limbo che può durare mesi. Agli altri non comunitari, invece, resta la sola ricevuta del primo permesso: abilita al lavoro, ma senza codice fiscale diventa il pretesto con cui le banche negano l’apertura del conto".
Il ddl, così com’è, rischia di lasciare buchi normativi: "Primo, perché continua a parlare di cittadini, il che è discriminatorio e anacronistico – continua –. La normativa europea e la stessa ABI già riconoscono il conto di base ai richiedenti asilo. Secondo, perché prevede un diniego scritto, ma non obbliga le banche a formalizzare la domanda. E una banca non è una pubblica amministrazione: può non registrare la richiesta e aggirare l’obbligo. Così i più fragili – non comunitari senza assistenza, magari con difficoltà linguistiche – rischiano di restare esattamente dov’erano".
Per De Nobili, la soluzione non è un nuovo ddl: "Serve applicare le norme europee che già esistono. Far rispettare l’articolo 5 comma 9 bis del Testo Unico sull’Immigrazione, e quelle sul conto di base del Testo unico bancario. Obbligare Agenzia delle Entrate e istituti di credito ad adeguarsi, dare linee guida vincolanti. Non serviva un nuovo obbligo di contrarre. È una norma anacronistica e rischia di appesantire il sistema senza risolvere il problema". I proclami, la retorica del “conto di cittadinanza” e persino il consenso bipartisan, fanno parte di una sceneggiatura parlamentare con un copione già visto.